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Scrittura creativa: i metodi per tenere in forma l’ispirazione

24 Gennaio 2020

Scrittura creativa: i metodi per tenere in forma l’ispirazione

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Attorno all’atto del produrre parole e concetti c’è tutto un ecosistema di condizioni e sentimenti che ci facilita o ci complica la scrittura, secondo come ce ne prendiamo cura.

Metodi per restare creativi

Leggere è un esercizio di scrittura

Come cominciare a scrivere? La risposta è: leggendo.

Chi sono i tuoi autori preferiti? Che cosa apprezzi in loro? Chi sono invece quelli che eviti? Ti chiedi mai perché li eviti? Cos’è che non ti piace del loro modo di scrivere?

Rispondere a queste domande ti aiuterà a definire meglio il tuo stile di scrittura o quello che ti piacerebbe che fosse.

Gli autori che ti piacciono sono la tua prima fonte di ispirazione.

È il ritmo che ti ha colpito?

La ricercatezza del linguaggio? Il suo essere poetico, ma in prosa?

Il suo essere asciutto e privo di distrazioni?

Il modo che ha di usare la punteggiatura?

Cosa di come scrivono fa parte di te?

Lettura e scrittura sono due facce della stessa medaglia. Se non leggi non puoi scrivere. Va bene anche se leggi a singhiozzo, salti le pagine o perdi tempo e giorni sulla stessa pagina, o riga.

Leggere è il primo passo per capire come scrivere. Per capire che direzione vuoi prendere. Per affinare un gusto tuo. Per verificare se quello che ti anima da lettore è coerente con quello che devi scrivere, con le cose che hai da dire.

Coerenza e contesto sono due elementi importantissimi della tua scrittura. Proprio come succede alla voce che cambia a seconda di chi abbiamo davanti e dell’ambiente in cui siamo, così dobbiamo giocare con il nostro modo di scrivere.

È diverso scrivere su carta, un luogo con dei confini ben definiti, con un ordine di lettura stabilito, e scrivere per il Web, proprio com’è diverso leggere.

Il Web ci porta a essere più distratti, più veloci, più diretti.

Leggere sul Web ha le sue regole. Sono fatte di frasi brevi e concentrate, oppure lunghe e approfondite; mai tecniche e, se lo sono, rischiano di essere facilmente dimenticabili. Si dice che il Web non sia fatto per il tecnichese, il legalese e il burocratese, ma in fondo chi lo è?

Quindi frasi semplici e chiare. Dove le cose importanti stanno in cima, riassunte nelle prime tre frasi.

L’inflessione della voce sta lì dove c’è un bold, un grassetto, a sottolineare una parola o una frase intera. E la punteggiatura è fondamentale per prendere fiato, respirare tra un termine e l’altro, restare un momento sospeso e avere il tempo di immaginare le parole.

Le pagine sono disegnate dai paragrafi, dagli spazi bianchi, dai pulsanti e dai link che ti trascinano via di lì, in uno o più spazi nuovi. Sono decorate da punti elenco, dalle grandezze diverse dei font di titoli e sottotitoli, da immagini o video incorporati, corsivi, punti di domanda o punti e basta.

Leggiamo sui siti, nelle chat, sui social media, nelle nostre caselle di posta. Quello che ci rimane attaccato di solito sono poche righe, un titolo, una frase a effetto, una che sembra proprio parlarci.

Dobbiamo imparare da quello che ci colpisce, nel bene e nel male. Imitare all’inizio, proprio come fanno i bambini quando imparano qualcosa di nuovo.

Dobbiamo immergerci nelle scritture degli altri per trovare la nostra.

Tutti impariamo copiando, solo che ci vergogniamo di ammetterlo e preferiamo fare l’apologia dell’originalità. Per fortuna c’è chi non lo nasconde e ne fa un metodo. Scrive Austin Kleon sul suo blog che Copying is how we learn, copiare è il nostro modo di imparare:

I miei figli di 5 e 2 anni sono allegri e portati a copiare per natura. Copiare è come tuffarsi nel mondo con mani, cuore e testa. Non solo copiano disegni e musica e ricreano il mondo modellandolo e giocando, imitano i loro genitori, si imitano a vicenda, imitano i bambini al parco giochi eccetera. Copiare e imitare è naturale per loro come respirare. Non c’è nessuno in giro che dice loro che dovrebbero fare qualcosa di diverso, nessuno che dice qualcosa di stupido come: ‘Non ti va di fare qualcosa di originale?’. Così fanno le loro imitazioni, liberi da qualsiasi nozione adulta sull’originalità.

Quindi leggi, copia, incolla e poi riscrivi. E se vuoi essere certo che quello che hai scritto funzioni leggi ad alta voce, poi sentirai il suono delle pagine, di quell’ambiente, di quelle parole e se c’è un intoppo balzerà all’orecchio e sarai pronto a correggerlo.

Quindi scrivi, ma non dimenticarti mai di leggere. Vale tutto. Dalla carta al Web.

Prendersi un momento per sé

La creatività non è infinita. La creatività si esaurisce. Ha bisogno di concime, di nutrimento, di essere coltivata.

La creatività arriva se ti guardi intorno. Se non ti chiudi in te stesso. Se ti coccoli.

Difficile trovare le idee giuste fissando lo schermo di un computer. Difficile trovare spunti dentro di sé quando non ne hai per nessuno.

Julia Cameron, insegnante americana di scrittura creativa, raccomanda di prendersi di tanto in tanto un momento per sé. Dove fare ciò che più ti piace.

Leggere un libro, andare a una mostra, ballare, andare al cinema, provare quel ristorante che corteggi da tempo, entrare in cartoleria e toccare tutto, sedersi in una biblioteca e annusare il profumo di libri, prendere il sole, correre lungo un viale pedonale, cantare a squarciagola. Un momento solo per te.

La creatività non è per sempre, come l’amore. C’è se l’alimenti, se ci fai caso, se te ne prendi cura. Non si può essere creativi solo dal proprio ufficio.

Dobbiamo essere portatori di un approccio nuovo fatto di curiosità, apertura di sguardo e di intenti, sensi. Dobbiamo essere coraggiosi, spingerci dove ci fa più paura, condividere timori, non temere ma corteggiare la solitudine.

La creatività è uno stato d’animo. Un modo d’essere, aperto, che ci permette di prendere consapevolezza dei nostri punti di forza ma anche dei nostri limiti. È un punto di partenza su cui espanderci, cambiare, stenderci.

La creatività è prendere la vita di petto qualsiasi cosa ci riservi. È trovare sempre nuove domande e lasciarsi andare per trovare delle risposte. È un filo a cui aggrapparsi quando ci si sente svuotati: esci, chiacchiera, conosci, scopri, dedicati a te senza riserve né sensi di colpa.

Solo così puoi riempirti di nuove idee o trovare quella giusta. L’ispirazione arriva da te, da ciò che fai, da ciò che sei, dalle persone con cui sei in relazione. Stimola la tua mente, trasforma quello che fai in un’esperienza unica. Cerca di assaporare ogni istante, prendi consapevolezza del tuo corpo.

Non arrenderti alla pigrizia, all’indolenza o alla procrastinazione.

La quotidianità è piena di appigli a cui aggrapparsi: basta accorgersene e fermarsi a prendere fiato quando si è a corto di aria.

Sei tu che scegli se andare in debito di ossigeno, o fermarti e fare un respiro profondo.

Riempiti quando ti senti vuoto. Mettiti in ascolto di te stesso. Non trascurarti. Prendi un appuntamento con te stesso, un appuntamento con l’artista. Se lavori con la creatività è questo ciò che sei, un artista: Ma in che cosa consiste veramente un appuntamento con l’artista? Si tratta di un certo periodo di tempo, circa due ore alla settimana, da dedicare con impegno ed esclusivamente al nutrimento della vostra coscienza creativa, all’artista che è in voi (Julia Cameron, La via dell’artista: come ascoltare e far crescere l’artista che è in noi, Longanesi 2014).

Ascolta l’artista che è in te, dedicagli tempo di qualità, stabilisci un legame con la tua creatività ti ripagherà con soluzioni, idee, parole ispirate. E trattalo bene come fosse un bambino, uno che non sa nulla, ma sta imparando, sta facendo esperienza del mondo.

Camminare è come meditare, ma in movimento

C’è un verso di una poesia di Walt Whitman, Il canto di me stesso, che dice cercami sotto la suola delle tue scarpe (Foglie d’erba, Einaudi, 2005). Parole che rendono bene l’idea di quanto camminare sia in ognuno di noi. Camminare è come meditare, ma in movimento. È segnare un nuovo inizio a ogni passo. È perdersi nel silenzio o nei rumori intorno, respirare a ritmo, prendersi del tempo per non fare niente e stare nel presente.

Camminare aiuta a mettere in fila i pensieri, a fare ordine nella confusione delle giornate, a spezzare la routine che ci vuole quasi sempre intenti a fare cose.

Henry David Thoreau, filosofo, scrittore e poeta statunitense, suggerisce di immaginarsi cavalieri dell’ordine dei camminatori e di fare di ogni passeggiata una crociata da cui tornare nuovi (Camminare, Mondadori, 2009). E ancora: Metà del cammino la colmiamo ripercorrendo i nostri stessi passi, dice.

È su di noi che lavoriamo mentre camminiamo. Andiamo a ritroso sui pensieri, ci concentriamo, parliamo a noi di noi.

Camminare è un modo per accendere le idee e facilitare il loro fluire. Quando ti sembra di non avere cose da dire, quando l’ispirazione sembra averti abbandonato, quando scrivi e qualsiasi cosa tu abbia scritto ti sembra insulsa, molla tutto quello che stai facendo e vai a fare due passi. Rigenera la mente e il corpo. Attiva le parole. Mettiti in movimento. Costringiti a cercarne di nuove. L’effetto del camminare lo riassume bene John Muir, ingegnere, naturalista e scrittore, nei suoi diari: Sono uscito per fare una passeggiata e ho finito per star fuori fino al tramonto del sole, perché andare fuori, mi sono accorto che in realtà significava andare dentro (John Muir, Mille miglia in cammino fino al golfo del Messico, Edizioni dei Cammini, 2015).

Uscire per guardarsi dentro, fare spazio, scovare le parole giuste, meglio se con un taccuino oppure uno smartphone a portata di mano per prendere un appunto o registrare una nota vocale, così da non perdere il filo dei pensieri a cui abbiamo fatto posto.

Andare dentro di te ti aiuta a non restare intrappolato sul foglio, incollato a un’idea che non funziona, a cercare quella che faccia al caso tuo. Camminare stimola la mente e la penna.

Non lasciarti frenare dalla pigrizia, dal meteo: lasciati tentare da luoghi sconosciuti, da nuove vie, da direzioni inaspettate.

Però va detto: ci sono modi diversi di stimolare la creatività.

Puoi lavare i piatti, ascoltare la musica, farti una doccia o più di una, cucinare a più non posso, mettere a soqquadro la casa, fare pulizia nella posta in arrivo, giocare, invitare gente a cena, guardare un film o leggere un libro, sfogliare una rivista, disegnare, andare in palestra. Ognuno ha il suo modo di distrarsi, di farsi spazio.

Per me camminare resta quello che funziona di più: è un metodo che include in sé la scrittura. Che la attiva già dal primo passo. Che ti mette in contatto con il tuo io più profondo e con la natura tutta.

Inoltre camminare è doppiamente salutare, come ci ricorda Thoreau: la salute di un uomo richiede molti ettari di prato davanti i suoi occhi (Camminare, Mondadori, 2009).

Calmiamo la mente, riscoprendo lentezza e consapevolezza, troviamo un ritmo nostro nel respiro e smettiamo di stare in balia delle emozioni, delle difficoltà, di un disagio. Ci immergiamo nel verde, scoprendo i parchi in città.

Troviamo nuove strade fatte d’asfalto, erba, parole, direzioni e prospettive.

Allenarsi: la scrittura è un’attività fisica

Diamo per scontato che chi decide di correre una maratona si alleni, e che lo faccia anche chiunque voglia vincere una gara, qualsiasi sia lo sport.

Allenamento, costanza, disciplina. Tre cose che immaginando una meta o la vittoria non stonano.

Quando pensiamo alla scrittura sembriamo dimenticarcene.

Come se imparare a scrivere fosse dovuto. Come se fossimo predestinati in qualche modo a farlo.

Non è così, a scrivere ci si allena come nello sport.

E come nello sport si può essere portati oppure no. Talentuosi o no. Ma resta che se ci si allena si migliora.

Come tutti gli allenamenti serve un piano. Non ci si può improvvisare. Serve una tabellina dove avere ben chiari obiettivi, quantità, modelli a cui ispirarsi, modi in cui costringersi a scrivere, rituali.

Il mio sistema assomiglia moltissimo a quello di Francesco Piccolo. Non ho detto che io gli assomiglio e nemmeno che la mia scrittura assomigli alla sua, ho detto solo che il mio programma di allenamento assomiglia molto al suo.

Rinchiude appunti, idee, ritagli e copia-incolla in liste e cartelle da tirare fuori al bisogno e da collezionare a prescindere da quello che scriverò.

Ma soprattutto si basa su un sistema di rinuncia, molto simile a quello che lui ha descritto in un’intervista con Annalena Benini:

Tutto quello che scaturisce da questo lavoro, relazioni, festeggiamenti, persone, rapporti, per me vale solo quando ho finito di fare il mio compito. Dentro di me ho un padrone che mi dà ordini, e per esempio uno degli ordini è: “Se tu fai tutto quello che avevi detto di fare, puoi ascoltare la musica, altrimenti no”. Fino a quando non finisco tutto non posso ascoltare Renato Zero. Solo che poi tutto questo mi porta a impazzire, e non ascolto semplicemente Renato Zero, ma faccio Renato Zero nel mio studio da solo con il microfono in mano come gli adolescenti, perché mi devo sfogare di questa liberazione. Questo è il mio sistema di vita, si basa sulla rinuncia.

(Annalena Benini, La scrittura o la vita. Dieci incontri dentro la letteratura, Rizzoli, 2018)

Se non scrivo non posso fare nient’altro. Mi devo impegnare a scrivere una cosa che abbia un senso almeno per quel preciso istante.

Fino a allora il mio sguardo non si allontanerà dal foglio e io nemmeno.

Mi do un compito e lo mantengo altrimenti mi consumerò nel pentimento e comunque non potrò fare altro fino a che non avrò scritto.

È crudele?

Forse, ma mi costringe a disciplina e costanza, due cose senza le quali la mia scrittura non sarebbe cambiata negli anni.

A scrivere s’impara scrivendo. Più si fa, meglio viene. Allora siediti, porta con te carta e penna o un computer, persino un registratore va bene, e comincia da una parola.

Dico un registratore perché alle volte avremmo per le mani una sinfonia di parole, se solo scrivessimo quello che diciamo.

Datti un tempo massimo, metti dei paletti alla tua scrittura, e scrivi: cinque minuti o un’ora.

Quando ci alleniamo stiamo alle regole. Regole che ci siamo inventati, che abbiamo letto e sentito da qualche parte, che qualcuno più bravo di noi ci ha imposto, dopo che glielo abbiamo chiesto.

Per esempio, mentre preparavo la mia prima (e unica) mezza maratona, 21 km, seguivo per filo e per segno una tabella di allenamento fatta da un esperto su un foglio Excel dove, per ogni giorno, era indicato quanto dovevo correre, a che ritmo, su che pendenze, a che velocità, con che passo, con che recupero. Dopo ogni allenamento dovevo riferire come mi ero sentita, come stavo, le mie sensazioni insomma.

Funziona così anche con la scrittura. Comincia dandoti un tempo. Poi un tema. Scegli un’intenzione. Rispetta questi elementi. Poi prova a vedere cosa succede se cambi uno solo di questi elementi.

Fallo tutti i giorni. Scrivi almeno mezz’ora al giorno. Di qualsiasi cosa.

Prendi spunto da un titolo di giornale, da una cosa che hai notato, da un dialogo con una persona che hai visto. E rileggiti nel tempo per capire com’è cambiato il tuo modo di scrivere, che cosa ti viene più facile e cosa no.

Scrivere è un continuo mettersi alla prova. E più il ticchettare sui tasti è duraturo, più la mano è allenata, più il flusso dei pensieri si farà spazio sul foglio, alleggerendoti dal giudizio e allontanandoti dalle distrazioni.

Scrivere può diventare una buona abitudine. Un appuntamento con te stesso. Uno spazio dove sfidarti. Un’occasione per giocare con le parole e con la realtà. Un modo per far nascere un ritmo tuo o costruire un momento di pura felicità. Per citare Haruki Murakami:

La mia sensazione iniziale riguardo alla scrittura – qualcosa di piacevole e divertente – non è cambiata. Ogni mattina mi alzo presto, vado in cucina a fare il caffè, lo verso in una grossa tazza, con la tazza in mano mi siedo alla scrivania, accendo il computer (ogni tanto penso con nostalgia ai fogli da quattrocento caratteri e alla mia grossa stilografica Montblanc) e inizio a riflettere: “Bene adesso cosa scrivo?” Ecco, quello è veramente un momento di felicità.

(Haruki Murakami, Il mestiere dello scrittore, Einaudi, 2017)

Per chiederti tutti i giorni cosa scrivere devi trovare la motivazione dentro di te, la stessa che ha chi corre. Fidati, nessuno ha voglia di correre tutti i giorni però ci si aggrappa a una motivazione temporanea che può essere prepararsi per una gara a cui ci si è iscritti, dimagrire, stare all’aria aperta, ringiovanire, svagarsi.

Perché questa motivazione diventi durevole devi lavorare sul sentirti capace di farlo: sei capace di scrivere tutti i giorni? La senti la soddisfazione che ti pervade e che provi nel rispondere sì?

Quando sentiamo il desiderio di metterci alla prova, di testare i nostri limiti, e proviamo soddisfazione nel sentirci capaci, stiamo assecondando una profonda spinta biologica. La motivazione, basata sul senso di competenza (o di autoefficacia), è molto più forte e duratura di qualsiasi spinta generata dalla manipolazione, o dai rinforzi esterni. Uso l’espressione “senso di autoefficacia” come equivalente a “senso di competenza”: sentirsi autoefficace significa sentirsi adeguato o capace di raggiungere un dato obiettivo. Un basso senso di autoefficacia verso un traguardo da raggiungere genera immobilità.

(Pietro Trabucchi, Perseverare è umano: come aumentare la motivazione e la resilienza negli individui e nelle organizzazioni. La lezione dello sport, Corbaccio, 2012)

Non significa dirsi bugie, significa ribaltare la prospettiva e valorizzare, continuando a citare Pietro Trabucchi, un processo che ci costringe a vedere le opportunità presenti nell’esperienza e a rinunciare agli alibi. […] L’imprevisto o il disagio demotivano. Ma se li accettiamo fin dall’inizio come parte inevitabile del gioco, allora sappiamo ricominciare. In questo modo non perdiamo mai la motivazione.

Quanto puoi essere fortunato a scrivere tutti i giorni in un posto tranquillo, perso nei tuoi pensieri, pronto a lasciare un segno nel mondo?

Tutti i giorni poi non significa che tu non possa mai prenderti una pausa e fare altro.

Questo articolo richiama contenuti dal capitolo 1 di Manuale di scrittura creativa.

unsplash-logoImmagine di apertura di Alexey Lin

L'autore

  • Simona Sciancalepore
    Simona Sciancalepore ha lavorato prima in teatro, poi per la carta stampata e infine sul Web. Si occupa di creatività, scrittura e user experience design, aiutando le aziende e i privati a progettare le parole con cui raccontarsi. Tiene corsi di scrittura e public speaking. (Foto di Damiano Tescaro.)

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