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Colossus, il primo computer della storia

14 Marzo 2000

Colossus, il primo computer della storia

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Il primo calcolatore logico programmabile fu messo a punto dagli inglesi durante la seconda guerra mondiale per decifrare i messaggi segreti dei tedeschi. Il suo contributo alla vittoria finale fu determinante.

Il primo computer della storia non è stato, come molti pensano, l’ENIAC, costruito dagli americani nel 1946, ma un calcolatore a valvole denominato Colossus, concepito nel pieno dei combattimenti della Seconda Guerra Mondiale da un gruppo di matematici e ingegneri inglesi con una missione precisa: decodificare le comunicazioni segrete tra Hitler e i suoi generali.

Il suo contributo alla vittoria finale fu così importante che alla fine della guerra Churchill lo fece distruggere e impose il segreto di Stato sull’intera vicenda: nessuno doveva sapere come gli alleati avevano vinto la battaglia dell’informazione. Nel caso ce ne fosse stato nuovamente bisogno. È stato probabilmente uno dei segreti meglio custoditi di tutta la Seconda Guerra Mondiale ed è stato necessario attendere gli anni ’70 perché l’esistenza del misterioso computer venisse alla luce grazie a un’indiscrezione.

Colossus: il pannello di controllo (a sinistra) e i nastri (a destra). Fonte Wikipedia.

Oggi, dopo più di mezzo secolo, Colossus è stato fedelmente ricostruito nello stesso luogo dove venne utilizzato, a Bletchley Park, a nord di Londra, a metà strada tra le università di Oxford e di Cambridge. Qui, a partire dal 1939, il governo inglese aveva riunito i più brillanti matematici delle due università, tra i quali il leggendario Alan Turing, padre dell’intelligenza artificiale. Facevano parte dello staff anche latinisti, egittologi, campioni di scacchi e di parole crociate. Il loro compito era quello di decifrare le comunicazioni dell’esercito nemico.

I tedeschi, per criptare le trasmissioni, utilizzavano una macchina particolarmente efficiente, la Lorenz SZ42, in grado di generare un numero di chiavi di codifica nell’ordine di 10131, cioè 10 seguito da 130 zeri: indecifrabile, pensavano i tedeschi. Ma si sbagliavano.
Già nel 1940 gli inglesi avevano cominciato a intercettare dei segnali criptati. Decifrarli, però, si era rivelato più difficile del previsto e i cacciatori di codici di Bletchley non facevano grandi progressi. Fino a quando i tedeschi non commisero un errore fatale.

Il 30 agosto del 1941 un operatore che agiva dalla Grecia aveva appena trasmesso un messaggio particolarmente lungo quando il suo corrispondente gli segnalò di averlo ricevuto male e che quindi era necessario ricominciare da capo. Molto innervosito il trasmettitore inviò nuovamente la stessa sequenza di dodici nomi per la configurazione di partenza e quindi lo stesso testo. Quando gli inglesi ebbero intercettato i due messaggi consecutivi di lunghezza simile, con la stessa configurazione iniziale, sospettarono di aver messo le mani su un tesoro. Intuendo l’inizio del primo testo inviato – la disciplina dell’esercito tedesco voleva che tutti i messaggi iniziassero con la parola > (numero del messaggio) – poterono decifrare la parte corrispondente della sequenza e risalire a più di un migliaio di caratteri maschera.

In quel momento gli inglesi avevano in mano la chiave per “aprire” le comunicazioni cifrate nemiche. Ma si trattava di un lavoro molto complicato. Muniti solo di carta e penna impiegavano settimane per decifrare un messaggio: un tempo troppo lungo, che rendeva l’Informazioneottenuta praticamente inutilizzabile.

Tra di loro si trovava anche un matematico, Max Newman, meno dotato a livello di capacità di calcolo mentale dei suoi colleghi. Per compensare questo handicap Newman pensò di automatizzare la decodifica dei messaggi tramite un’apparecchiatura elettronica e, messo a punto il progetto, lo presentò a un geniale ingegnere del laboratorio delle poste britanniche, Tommy Flowers, che in nove mesi riuscì a realizzare un calcolatore a valvole in grado di effettuare calcoli matematici ad una velocità impensabile per quei tempi. A causa delle sue dimensioni venne battezzato Colossus.
Nel Natale del ’43 la macchina venne trasferita a Bletchley Park. Il computer decifrò il suo primo messaggio, con estrema facilità, nel gennaio del ’44 e non fu mai più spento fino alla fine della guerra.

Il “colosso” aveva una memoria volatile di appena 25 bit, ma la sua logica binaria era particolarmente adatta per decodificare i testi cifrati dalla macchina di Lorenz e riduceva i tempi da diverse settimane a pochi giorni. Il successo del sistema fu tale che ben presto altri nove computer a valvole vennero costruiti tra il gennaio e il giugno ’44.

Ritornata la pace, otto di loro vennero smontati, mentre due rimasero al servizio di sua Maestà Britannica fino al 1960 prima di subire la medesima sorte.

A ricostruire Colossus è stato Tony Sale, ex cacciatore di spie e geniale tecnico informatico, che è riuscito nell’impresa avvalendosi solo di qualche vecchia foto e di alcune testimonianze. Oggi il computer fa bella mostra di sé in una sorta di museo a lui dedicato. È formato da due armadi lunghi sei metri e larghi 2,5, posti uno di fronte all’altro. Il suo cervello è composto da 2.500 valvole.

Gli inglesi, grazie a Colossus, sono riusciti a decifrare tutti i codici segreti tedeschi in un solo anno e lo storico Harry Hinsley valuta che le informazioni raccolte in questo modo hanno permesso di ridurre la durata della guerra di almeno due anni.

Il sito Internet di Colossus: http://www.cranfield.ac.uk/ccc/bpark/colossus.htm

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