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Sulle scrivanie dei conservatori

09 Aprile 2012

Sulle scrivanie dei conservatori

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L'arrivo di una nuova interfaccia provoca in molti utenti resistenza cognitiva e l'evoluzione dell'interattività con la tecnologia dipende dall'evoluzione di questo rapporto.

Le interfacce basate sulla metafora della scrivania (desktop) ci accompagnano da una trentina d’anni; sostanzialmente cercano di ricreare uno spazio virtuale su cui possiamo simbolicamente riporre oggetti (documenti e altri file) e strumenti di lavoro (applicazioni). I primi stanno in veri e propri contenitori (cartelle), i secondi in una sorta di cassetto da cui attingiamo a seconda dell’attività da svolgere.

Questa concezione è stata messa in discussione negli ultimi anni grazie sia alla diffusione di nuovi dispositivi sui quali la vecchia metafora non calza perfettamente (smartphone, tablet…), sia – o forse soprattutto – alla costante connessione web e al cosiddetto cloud computing, che sposta dati e applicazioni dal nostro dispositivo ai server.

Tuttavia, se ci concentriamo sui personal computer, vediamo che i sistemi operativi con interfacce che cercano di superare quella metafora stentano ancora a decollare. In attesa di vedere la direzione definitiva presa da Windows 8 e ricordando il progetto sperimentale ItsMe (sistema operativo Linux-based che abbandona radicalmente la metafora desktop), notiamo che Apple e il mondo Gnu/Linux hanno optato per soluzioni intermedie, che cercano di contemperare i due aspetti e però non sempre hanno riscosso il successo sperato. È il caso delle ultime versioni di Ubuntu dotate dell’interfaccia Unity: sono numerosissimi gli utenti che hanno installato un pacchetto di downgrade per riavere la precedente interfaccia Gnome, così come quanti hanno deciso di migrare verso la distribuzione Linux Mint, derivata di Ubuntu, ma appunto con interfaccia più tradizionale.

È un nodo cruciale per l’evoluzione di tutto il settore ICT. E gran parte della partita è giocata anche sulla resistenza cognitiva che noi utenti abbiamo nei confronti di queste novità. Cambiare interfaccia vuol dire cambiare modo di lavorare e ciò richiede uno sforzo che non tutti hanno voglia di fare.

Il testo di questo articolo è sotto licenza Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

L'autore

  • Simone Aliprandi
    Simone Aliprandi ha un dottorato di ricerca in Società dell’Informazione ed è un avvocato che si occupa di consulenza, ricerca e formazione nel campo del diritto d’autore e più in generale del diritto dell’ICT. È responsabile del progetto copyleft-italia.it, è membro del network Array e collabora come docente con alcuni istituti universitari; ha pubblicato articoli e libri sul mondo delle tecnologie open e della cultura libera, rilasciando tutte le sue opere con licenze di tipo copyleft.

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