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La testa che non regge il passo della tecnologia

15 Ottobre 2010

La testa che non regge il passo della tecnologia

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Allarmisti ed entusiasti concordano ormai sul fatto che gli strumenti digitali stanno cambiando il funzionamento del nostro cervello e il nostro rapporto con l'informazione. Quello che ancora non sappiamo è come e quanto

Capita a tutti, ogni tanto, di pensarlo. Forse non siamo più «all’altezza degli impegni mentali della nostra epoca». Frank Schirrmacher, nel libro La liberta ritrovata. Come (continuare a) pensare nell’era digitale, riflette su come la continua inondazione di informazioni cui siamo esposti stia inevitabilmente modificando il nostro cervello inducendoci alla distrazione. Il giornalista tedesco, tra sms, email, feed, siti di notizie e telefonate cerca di dirigere il traffico dei dati come fa un controllore di volo con il traffico aereo, ma con la continua preoccupazione di aver dimenticato qualcosa di importante e di perderne il controllo. D’altra parte sostiene: «se domani non avessi più accesso a internet o a un computer non mi sentirei semplicemente sconnesso dal provider, ma avvertirei la fine sconvolgente di una relazione sociale».

Nonostante l’indiscutibile utilità delle nuove tecnologie e dei – chiamiamoli nuovi – mezzi di comunicazione, racconta Schirrmacher, la sua testa non sta più al passo. «Con il flusso di informazioni da cui siamo bombardati il cervello ha un continuo rapporto di decadimento parziale. Sento che il terminale biologico nella mia testa dispone solo di funzioni limitate, e nella sua confusione comincia a imparare moltissime cose sbagliate». Insomma, si sente divorato dalle informazioni che, a loro volta, divorano e si nutrono della sua attenzione: «Non stiamo perdendo l’intelligenza ma stiamo disimparando a volare, ad avere una visione d’insieme», scrive l’autore. E, intanto, andando sempre a caccia di informazioni digitali, stiamo diventando Informavores Rex (re degli Informivori).

Intelligenza sintetica

Il ragionamento è argomentato. Mentre a partire dalla fine degli anni Novanta gli informatici prevedevano un futuro in cui i computer avrebbero superato l’intelligenza umana, ora, con internet  la questione è se l’intelligenza umana diventerà più sintetica. Stiamo vivendo l’epoca del taylorismo digitale in cui ci sottoponiamo volontariamente alle macchine, adattando e avvicinando sempre più il nostro cervello ai microprocessori. Il multitasking  è solo un modo, o meglio, un «tentativo dell’essere umano di diventare un computer» che porta solo alla distrazione. Se da una parte le persone traggono vantaggio dal fatto di poter accedere facilmente alle informazioni, dall’altra diventa sempre più difficile distinguere le informazioni importanti. Significa, in altre parole, che quando «la nostra attenzione è stata divorata» siamo portati a comportarci secondo un programma: non riusciamo più a selezionare le informazioni rilevanti, ma agiamo secondo degli script. «Non sono né internet né le tecnologie a limitare o instupidire la gente, bensì l’ansia di perdere il controllo e di conseguenza l’agire secondo un copione».

E questo processo, secondo l’autore tedesco, viene accentuato da Google e dal meccanismo del Page Rank che permette di valutare la popolarità di una pagina in base al numero dei link che la collegano ad essa. In questo modo, le informazioni acquisiscono una sorta di prestigio sociale, per dirla con Schirrmacher, ma «agli algoritmi non interessa che cosa dica» E, ora, il discorso dell’autore si potrebbe estendere anche a Google Instant. I continui stimoli informativi cui siamo sottoposti ci esauriscono dopo poco tempo e attiviamo il pilota automatico: «Siamo costretti a esercitare un continuo autocontrollo, perché siamo circondati da continui stimoli e siamo portati ad assumere un comportamento paragonabile alla sindrome da shopping compulsivo». Questo fenomeno ci rende passivi e danneggia il quoziente di intelligenza. E tutto diventa una fatica. La via d’uscita è rinforzare quelle capacità che ci distinguono dalle macchine: la creatività, la flessibilità e la spontaneità. E tanta forza di volontà. Inoltre, poiché diventa sempre più difficile trovare l’informazione che ci serve, i computer potrebbero guidarci nella ricerca, calcolando e prevedendo le nostre associazioni, per esempio analizzando i nostri movimenti e i dati lasciati in rete.

Allarmisti

Ma quello affrontato da Schirrmacher non è un tema nuovo. In questi ultimi anni si stanno moltiplicando gli allarmi sul modo in cui i nuovi strumenti digitali ci stanno cambiando, modificando il funzionamento del nostro cervello e il modo in cui ci rapportiamo all’informazione. Solo qualche mese fa ha fatto notizia la dialettica su «Internet ci rende stupidi», con le posizioni opposte di Nicholas Carr e Clay Shirky. Carr, nell’articolo Is Google Making Us Stupid? (di cui abbiamo già discusso), sostiene di avere l’impressione che internet – e non solo Google, contrariamente al titolo – stia diminuendo la nostra capacità di concentrazione e di riflessione: «Da qualche anno ho la spiacevole sensazione che qualcosa o qualcuno stia giocando con il mio cervello,  riconfigurando i circuiti neurali, riprogrammando la memoria. Non penso più come pensavo una volta». In più, secondo Carr, i link contribuiscono – in differente misura – alla distrazione.

Shirky, sulla sponda opposta, riflette (in particolare nel suo ultimo libro) su un concetto interessante: quello del surplus cognitivo. Il tempo libero che prima gli americani passavano guardando la televisione, ora è stato rimpiazzato da internet. E le sue conclusioni sono di segno totalmente contrario. Anche Kevin Kelly, giornalista e cofondatore di Wired, supporta la linea non allarmista: secondo il grande teorico visionario, infatti, quando «ci tuffiamo» nella rete pensiamo in modo diverso: «Il mio pensiero è più attivo, meno contemplativo. Invece di cercare una risposta o di seguire un’intuizione riflettendo a vuoto, comincio a fare qualcosa sulla base della mia ignoranza». E poi aggiunge che internet ha cambiato la sua capacità di attenzione soprattutto perché è diventato un’unica cosa: «Ormai la rete è una cosa sola, un mezzo di comunicazione che unisce tutti i mass media, un intermedia con due miliardi di schermi. L’intera matassa delle sue connessioni è come un enorme libro che stiamo appena imparando a leggere. Sapere che questa cosa esiste e che la uso continuamente ha cambiato il mio modo di pensare».

Nuova complessità

Ma è un tema su cui discuteremo a lungo e su cui si discute tanto. Solo nei giorni scorsi Nick Bilton, uno degli interpreti della tecnologia per il New York Times, in un’intervista sul libro I Live in the Future & Here’s How It Works, rifletteva sul perché Internet non ci stia rendendo stupidi. In particolare, alla domanda «Perché lasceresti giocare i tuoi bambini con i videogame?», altro tema caldo e correlato, risponde che i videogiochi hanno effetti positivi sul cervello (dalla coordinazione mano-occhio, all’aumento della memoria operativa) e privarli di queste tecnologie sarebbe come aver impedito loro di leggere un libro ai tempi della macchina tipografica. Una scelta che «comprometterebbe il futuro dei bambini». È presto per farci un’opinione generale. Di certo, a una nuova complessità corrispondono nuovi strumenti. Seguendo magari l’esempio di Howard Rheingold.

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