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La sfida dei bambini multitasking

08 Febbraio 2010

La sfida dei bambini multitasking

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Passano ore con i dispositivi elettronici, svolgono diverse attività contemporaneamente, imparano in modo diverso e più creativo e non sempre hanno un riferimento competente in famiglia

I bambini trascorrono oltre sette ore al giorno con computer, iPod, smartphones e console. A rivelarlo è una ricerca condotta negli Stati Uniti dalla Kaiser Family Foundation: i giovani di età compresa tra gli 8 e i 18 anni, quando non sono a scuola, occupano gran parte del loro tempo utilizzando qualche dispositivo elettronico. E, nei casi più estremi di uso contemporaneo di media digitali, possono addirittura superare le dieci ore al giorno.

L’attenzione sui comportamenti della nuova generazione dei bambini multimediali è esplosa negli ultimi cinque anni, in seguito all’incremento dell’uso dei dispositivi portatili: cellulari e Mp3 player hanno cambiato il modo di accedere ai programmi televisivi, ai film, ai videogiochi e alla musica, diventando veri multimedia device. Le nuove tecnologie, infatti, permettono ai giovani di essere sempre in contatto (always on) con i loro amici: Katie Leuw, una ragazza di 17 anni, racconta ai ricercatori di usare il BlackBerry tutto il giorno – come del resto fanno molti suoi amici – e che essere costantemente disponibile è centrale per la sua vita sociale. «Non avresti la vita sociale che ognuno ha se non avessi sempre con te il tuo telefono» aggiunge.

Faccia a faccia

Ma, di fronte a uno scenario così nuovo, non mancano di certo le preoccupazioni e gli interrogativi degli studiosi, in particolare degli psicologi: «Quando i bambini utilizzano questi dispositivi non stanno comunicando o interagendo con qualcun altro (di persona). Potrebbero essere molto bravi a scambiare sms,  ma come fanno quando devono incontrare qualcuno faccia a faccia?», si domanda Michele Elliott, uno psicologo infantile, secondo il quale i genitori dovrebbero limitare il tempo di utilizzo dei media da parte dei loro figli. Secondo Rupert Wegerif, direttore di ricerca alla scuola di educazione e lifelong learning all’Università di Exeter, invece, «dobbiamo concentrarci non solo sul fatto che i bambini utilizzano gli schermi, ma sull’uso che ne fanno», poiché – continua – bisogna anche considerare che ciò che fanno può essere creativo e interattivo.

Don Tapscott in Grown Up Digital ha raccolto una top 10 di punti di vista negativi (per lo più espressione di giornalisti ed accademici) su quella che l’autore definisce la Net Generation. Sintetizzando, alcune delle caratteristiche delineate riguardano le abilità sociali, il benessere emotivo, la salute e la violenza. Secondo alcuni esperti, le attività online rubano tempo allo sport e alle conversazioni faccia a faccia, per non parlare dei videogiochi violenti che vengono paragonati dal Mothers Against Videogame Addiction and Violence all’abuso di droga e alcol. Inoltre, i tanti gadgets a disposizione possono essere causa di disturbi da deficit di attenzione: distrazione che può incidere sull’andamento scolastico e/o universitario. Insomma, alcuni studiosi la definiscono una generazione allo sbando, senza valori, che ha paura di impegnarsi e di scegliere un percorso (di vita o lavorativo) e i cui interessi vertono sulla cultura popolare, le celebrità e i loro amici, senza lasciare posto a quotidiani e telegiornali.

Tuttavia, non c’è unanimità sulle visioni negative.  John Seely Brown, già qualche anno fa, in Growing Up Digital rifletteva su come in realtà il Web abbia cambiato il lavoro, l’educazione e il modo di imparare: l’alfabetizzazione attualmente non interessa solo il testo, ma è il risultato di diverse forme di intelligenza, per esempio quella visuale e sociale. Inoltre, a differenza dei media tradizionali, attraverso Internet l’individuo può essere sia destinatario dei contenuti che mittente e, quindi, diventare parte attiva della costruzione del sapere. Ma andiamo più a fondo.

Multiprocessing

I bambini di oggi – scrive l’autore – sono multiprocessing: riescono a fare diverse cose contemporaneamente (ascoltare musica,  parlare al telefono, usare il computer), ma non per questo si distraggono, contrariamente a ciò che possono pensare gli adulti. Brown ci spiega le differenze fra le due generazioni (passata e presente) e che cos’è cambiato nel passaggio da una generazione all’altra. Tradizionalmente, i ragionamenti sono sempre stati associati alla deduzione e all’astrazione, ma il modello applicato dai bambini che utilizzano i media digitali è più vicino a quello che Lévi-Strauss chiama bricolage: la capacità di trovare un oggetto, un documento o un attrezzo e di utilizzarlo per costruire ciò di cui ha bisogno. Il Web mette a disposizione una varietà di risorse tali da confondere un adulto non digitale, ma da consentire ai bambini di diventare bricoleurs, appunto.

Chi appartiene alla generazione passata ha sviluppato un approccio diverso all’informazione e all’apprendimento: solitamente tende a non provare qualcosa finché non sa come usarla o almeno non prima di aver consultato un manuale di istruzioni o un esperto. Tendenza che i giovani di oggi ritengono addirittura preistorica: loro, per imparare, devono “sporcarsi le mani”, provare e riprovare, fare pratica insomma. Stessa cosa riprodotta nel Web: osservano quello che fanno gli altri e poi ci provano a farlo da soli. In questo modo l’apprendimento diventa situato (basato sulle azioni), sociale, cognitivo e tutt’altro che astratto, e il Web diviene non solo una risorsa informativa e sociale, ma un medium per l’apprendimento: i ragionamenti sono frutto di una costruzione collettiva e condivisa dell’informazione (intelligenza distribuita).

Secondo lo studioso, la chiave del social learning è nell’utilizzo della tecnologia per supportare le relazioni tra gli individui, in altre parole ciò che chiama “ecologia dell’apprendimento”: nella rete si crea un insieme di comunità (virtuali) che condividono interessi, una sorta di “impollinazione incrociata” di idee, per dirla con Brown. Il web, pertanto, consente ai bambini di sviluppare un proprio modo ideale di imparare: «Questa potenzialità potrebbe essere particolarmente importante quando un bambino inizia il suo percorso di apprendimento».

Tra sms e linguaggio

Alcuni ricercatori inglesi hanno condotto uno studio su bambini dagli 8 ai 12 anni notando una forte correlazione tra l’utilizzo di un linguaggio abbreviato per scrivere sms e il miglioramento delle loro abilità linguistiche. La ricerca è stata condotta da Clare Wood, docente di psicologia dello sviluppo all’Università di Conventry e in parte fondata dalla British Academy: «Siamo stati sorpresi di venire a sapere che non solo l’associazione era forte, ma che lo scambio di sms stava in realtà portando allo sviluppo delle conoscenze fonologiche e delle abilità di lettura nei bambini», racconta Wood. «Scambiare sms sembra essere anche una forma preziosa di contatto con l’inglese scritto per molti bambini, che permette loro di esercitare la lettura e l’ortografia su basi quotidiane».

Secondo gli studiosi, i bambini con un alto livello di conoscenza fonologica sono in grado di isolare e manipolare differenti suoni nella parola e, eliminando suoni, lettere o sillabe, riescono a risalire a quella originaria (ad esempio “hmwrk” sta per “homework”). La ricerca è basata su uno studio di un anno condotto su 63 alunni inglesi: i risultati finali sono previsti per l’anno prossimo, ma nel frattempo gli autori non hanno riscontrato associazioni negative tra l’utilizzo di abbreviazioni e l’alfabetizzazione.

Genitori e filtri

Intanto, altri ricercatori indagano sull’importanza del ruolo dei genitori. La mancanza di conoscenza di internet da parte degli adulti può mettere a rischio i loro figli: da una ricerca emerge che il 60% dei bambini dichiara di mentire su ciò che sta guardando online e più della metà ammette di cancellare la cronologia dal browser in modo che i loro genitori non possano conoscere i siti visitati. Un quarto dei bambini, infatti, afferma di aver mandato o ricevuto spesso materiale inappropriato tramite email e l’11% è stato vittima o autore di bullismo. «Tutti noi sappiamo che ci sono minacce nel mondo virtuale come ce ne sono nel mondo reale, ma è importante che le risposte dei genitori a questi rischi siano misurate e appropriate», dichiara una studiosa. La ricerca sottolinea l’importanza di una maggiore comunicazione tra genitori e figli: è la migliore via percorribile dai genitori per capire i probabili rischi cui vanno incontro i loro bambini e, in caso di necessità, per saperli gestire.

I genitori possono installare il parental control e un software di sicurezza: su Growing up online gli esperti spiegano, tra le altre cose, come proteggere i bambini, che cosa devono sapere sulla Internet Age e che cosa è necessario che insegnino ai loro figli (ci sono interviste, casi di studio, pareri di esperti del settore). Anche PBS Parents è ricco di informazioni su come i media possano contribuire all’apprendimento dei bambini e su come creare ambienti domestici alfabetizzati. Inoltre, per chi volesse approfondire, sono disponibili dei testi sul tema, come Bambini e  computer. Alla scoperta delle nuove tecnologie a scuola e in famiglia e Computer per un figlio. Giocare, apprendere, creare. Numerose ricerche didattiche suggeriscono come i genitori possano incoraggiare e trasmettere ai propri bambini l’amore per la lettura, semplicemente leggendo insieme e a voce alta (per venti minuti ogni giorno) dei libri. Quella di leggere (e di ascoltare) ad alta voce è una pratica molto diffusa anche tra gli insegnanti (in particolare quelli inglesi) della scuola media e superiore: pare che favorisca la fluidità del linguaggio e aumenti a sua volta la comprensione del testo.

In Living and Learning with New Media: Summary of Findings fron the digital Youth Project, i ricercatori sottolineano come i giovani possano trarre beneficio da una educazione più aperta alle forme di sperimentazione e di esplorazione sociale (caratteristica, appunto, della Digital Age ma, in genere, non presente nelle istituzioni scolastiche tradizionali). Inoltre, aggiungono, ostacolare l’accesso ai new media significa privare i giovani di forme di apprendimento, come le abilità sociali, essenziali per prendere parte nella società. «Il digitale da solo non è una garanzia di rafforzamento della lettura, della scrittura e del pensiero creativo e critico del bambino», scrive Edith Ackermann della MIT School of Architecture, «Può solo fornire nuove occasioni per esplorare la strada accidentata che porta alla lingua parlata a quella scritta e colmare, con strumenti innovativi, il divario fra testo e contesto, autore e pubblico, parole, immagini e suoni».

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