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Vento in poppa per l’open source in Asia e altrove

27 Maggio 2003

Vento in poppa per l’open source in Asia e altrove

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Fuori dagli USA crescono le alternative a Microsoft, mentre spopolano in Tailandia i notebook "per il popolo"

Governi e imprenditori non-statunitensi sono decisi a trovare e praticare alternative a Microsoft per ogni esigenza di software. Questa la conclusione di uno studio curato dal Gartner Group, ennesima conferma di un trend in atto da tempo. Come motori principali un tale trend vengono citate le questioni inerenti le varie licenze nonché la sicurezza e la potenza offerte dalle soluzioni open source. Nello specifico, in paesi quali Cina, Giappone, Singapore, Malesia e fino all’Australia vengono sottolineati gli sforzi concomitanti di agenzie statali e business vari tesi alla sostituzione di prodotti Microsoft con una combinazione di pacchetti open source e di programmi messi a punto da rivenditori locali.

Lo stesso va accadendo in Europa e in Sud-america, prosegue il rapporto, non ultimo come tentativo di usare al massimo le risorse interne e limitare così l’esportazione di prodotti nazionali verso il mercato USA (con annessa dipendenza da quest’ultimo). Non a caso, tra gli immediati benefici dell’open source si elenca la possibilità di dare una mano concreta all’economia locale, insieme ad altri fattori cruciali tipo i costi iniziali assai contenuti o ridotti a zero, la libertà dal rimanere incastrati con un unico rivenditore e la maggior affidabilità in ambito sicurezza. Nel complesso, quindi, “governi e aziende, soprattutto al di fuori degli Stati Uniti, appaiono sempre più interessati a perseguire strategie che li proteggano dalla crescente influenza di Microsoft sull’industria info-tech, anche se le soluzioni alternative non si dimostrano perfettamente all’altezza della situazione,” come si legge tra l’altro nello studio del Gartner.

Da notare che oltre ovviamente a Linux, il software più popolare rimane Apache per i Web server. Anche se complessivamente occorre notare come in Nord America le preoccupazioni sull’eccessivo potere di Microsoft siano meno pronunciate, e si preferisca puntare ad un sorta di “ecosistema” dominato dal gigante di Seattle in cui rimanga però anche spazio per sistemi e produttori rivali.

Attenzione, però: non vanno dimenticati o sottovalutati i problemi correlati ad un simile passaggio, in primis la difficoltà di poter integrare, in maniera efficace e redditizia, dei programmi open-source spesso diversi tra loro. Lo illustra bene il documento Gartner Group: “Le aziende che scelgono l’integrazione con Linux e applicazioni aperte rispetto alle soluzioni Microsoft devono realizzare nuove infrastrutture per garantire il processo di sviluppo, mantenimento e supporto. La messa a punto di pratiche ben organizzate e attentamente vagliate rimane essenziale per ottenere massimi risultati e benefici da tali applicazioni. In loro mancanza, gli investimenti potrebbero portare a costi inattesi e più elevati”.

Un’ulteriore notizia in arrivo dall’Asia orientale ribadisce il successo del pinguino in quelle terre. Secondo il quotidiano Bangkok Post, la domanda di notebook “per il popolo” lanciati in Tailandia la scorsa settimana si è rivelata talmente alta da richiedere il tempestivo coinvolgimento di nuove aziende. L’iniziativa è stata avviata direttamente dal ministro dell’informazione e tecnologia, in partnership con Hewlett-Packard, mirando esplicitamente a incrementare la diffusione del computer in ogni strato della popolazione. Tra i nuovi soggetti potenzialmente interessati all’operazione vengono citati Dell Computer e l’Associazione dei produttori informatici tailandese.

I modelli a basso costo firmati Hewlett-Packard hanno preinstallato Linux TLE, versione in lingua locale del sistema operativo aperto. Sono inoltre basati su processore Intel Celeron a 800MHz, con 128MB di RAM e hard disk da 20GB. Il governo nazionale prevede di venderne 300.000 unità nell’attuale, prima fase del programma, oltre a circa 700.000 PC da scrivania realizzati dai produttori locali Belta, SVOA e Computec. I notebook vengono venduti a 450 dollari, con il governo che copre le spese per l’hardware e fornisce servizio di assistenza. Successivamente si prevede l’offerta di modelli più sofisticati, con incluso CD-ROM drive, al prezzo di 595 dollari (25.000 baht).

Nota di chiusura per segnalare le previsioni di IDC sul mercato server, ambito di provato interesse per l’open source Nei prossimi mesi assisteremo a una riduzione del settore, sostanzialmente dovuta alla naturale flessione del mercato dopo il boom avviato nel 2000. Questo il dato centrale di una ricerca condotta da IDC, dove si sostiene che i 49 miliardi di dollari raggiunti nel 2002 rimarranno invariati nel biennio 2003-04, per poi tornare a crescere leggermente fino ai 58 miliardi del 2007. Nonostante i maggiori produttori di server, quali IBM, Sun, Hewlett-Packard, Dell e Fujitsu, continueranno a trarre profitti a da un simile trend, nessuno prevede un ritorno alle vette dei 70 miliardi raggiunte lo scorso anno. Secondo IDC, la crescita sarà comunque basata sulla vendita di macchine Windows e Linux, mentre Unix non mostrerà incrementi rilevanti pur rimanendo il settore con la maggior fetta di mercato fino al 2007.

Nel frattempo arriva l’annuncio di nuove ristrutturazioni: Silicon Graphics Inc. taglierà 400 posti di lavoro, pari al 10 per cento della forza-lavoro (maggiormente colpite le unità marketing e amministrazione). L’operazione è ovviamente mirata a stimolare il rapido ritorno alla profittabilità, e consentirà un risparmio di circa 10 milioni di dollari per trimestre a partire dall’autunno. Secondo la spiegazione del CEO Bob Bishop, la ristrutturazione si è resa necessaria in replica a “entrate deludenti”. Ciò nonostante alcuni recenti, cospicui contratti firmati per la difesa USA e soprattutto la crescente domanda di supercluster e server della linea Altix, basati su chip Itanium e, appunto, sistema operativo Linux.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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