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Una tribù piuttosto emotiva

17 Febbraio 2009

Una tribù piuttosto emotiva

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L'improvviso e quasi inaspettato successo dei social network dipende in gran parte dalla loro capacità di rappresentare le emozioni. Con strumenti minuscoli che fanno sentire presenti

Che gli esseri umani facciano saldamente parte del grande numero degli animali sociali è una nozione universalmente accettata. Riaffermare l’appartenenza a un gruppo, a una associazione, a una comunità di interessi è una attività costante e quotidiana di ognuno di noi. Persino, paradossalmente, coloro che si dichiarano non aderenti a nessuno dei consessi umani si impegnano nel riaffermare la propria appartenenza ai “non appartenenti”. Coloro che snobbano la televisione sono felici di poter entrare in una discussione su Federica del Grande Fratello per ricordare solennemente la propria estraneità al mezzo televisivo. Quelli che non seguono la moda dedicano tempo e attenzione a non comprare o indossare capi che siano di trendy (per chi fosse interessato, vicino a a casa mia c’è un negozio che ancora vende quei mocassini da seminarista tanto in voga tra coloro che aborrono la voga).

Gli altri, quelli che invece adorano far parte di gruppi o di “famiglie” passano molto del proprio tempo a riaffermare, consolidare, dimostrare la propria appartenenza. E così si trasforma l’ambiente che ci circonda in un linguaggio esplicito. Wallpaper, libri o testate giornalistiche sotto il braccio, spille, un certo abbigliamento e accessori vari la cui unica esistenza iconografica è dovuta ad una dichiarazione esplicita di appartenenza diventano veri e propri richiami per i simili (che differenza c’è, in termini di fuoco, tra un accendino con il logo della Juventus e uno con su scritto I love Capri?).

Insomma “fare parte” è una attività più che una condizione. Un’attività che richiede una continua interazione con affiliati e avversari. L’interazione ha bisogno di segni e simboli per poter essere esercitata. Oltre a quelli già citati ci sono “segni attivi” di appartenenza come un certo tipo di linguaggio, luoghi da frequentare, atteggiamenti. Segni che dicono a chi ci circonda che ci sentiamo parte parte di qualcosa e che ci vogliamo escludere volontariamente da qualcos’altro. Se il fatto di appartenere fosse soltanto un fatto personale (come alcuni dichiarano) non avremmo bisogno di tutti questi segni. Insomma ci piace far parte di gruppi e ci piace che gli altri lo sappiano.

Amici del cortile

Fino a poco tempo fa questa attività di socializzazione (come quasi tutte le altre attività) era soggetta a vincoli di carattere geografico: la squadra di pallone del quartiere (prossimità), lo sport compatibile con l’orografia e la stagionalità (opportunità-si cercò il paradosso quando si parlò della squadra di bob della Giamaica). Erano interessi legati necessariamente a una presenza fisica e a una interazione umana giudicata indispensabile per sentirsi parte di un gruppo. E così si fanno riunioni, rimpatriate, partite, pranzi. Con Internet la geografia cambia.  Si può far parte di un gruppo iraniano in uno dei quasi quattromilacinquecento gruppi iraniani su Yahoo! Groups (molto meglio se il vostro farsi è scorrevole) oppure fondare un gruppo su Google Groups per supportare il Museo dei Capelli, sito nel delizioso negozio di ceramica tradizionale del signor Galip ad Avanos, nel sud della Cappadocia. Tutto questo senza muoversi da casa.

Molte delle attività sociali che ci tengono legati a uno sport, a una associazione, a un gruppo sono rappresentate dalle conversazioni. Gli appassionati di cucina parlano di cibo mentre mangiano (una particolarità molto italiana che ha spesso meravigliato i miei amici stranieri); chi gioca a calcio parla di calcio, della partita, dei goal mirabolanti e delle numerose leggende che via via si creano attorno a questo o quell’altro partecipante. Appena entrate in un gruppo la prima cosa che vi  troverete a fare è quella di ricostruire, grazie ai racconti del veterani, l’intera mitologia che nel corso del tempo si è consolidata. Senza una storia e una mitologia un gruppo non esiste.

Ma quanto mi ami?

Ricorda Howard Rheingold che all’alba delle attività sociali sulla rete era diventato indispensabile per gli utenti di The Well, la prima grande community online, di organizzare un grande picnic nella zona della Bay Area a San Francisco. Per conoscersi. Le attività sociali che già si facevano sulla rete (discussioni, suggerimenti e persino un paio di decessi) non sembravano sufficienti a considerare quel gruppo un vero gruppo. Ci volevano gli hamburger e i giochi nel parco per sentirsi davvero partecipi. Così nacque il Well Annual Summer Picnic. Nella relativa limitatezza della rete della fine degli anni ottanta, ai partecipanti di The Well la conversazione non mancava affatto. Eppure i partecipanti sentirono la necessità di vedersi. Che cosa mancava loro? Che cosa mancava alla convinzione di essere un gruppo compatto? Ciò che mancava loro, e che è mancato per molto tempo nelle community online, era la combinazione tra l’interazione e la “visualizzazione” delle emozioni. Le emozioni vanno toccate con mano. Se no non coinvolgono.

Negli anni Novanta, in uno degli articoli della rubrica del settimanale L’Espresso, La Bustina di Minerva, Umberto Eco criticava l’invalsa abitudine (allora piuttosto nuova) di infarcire le interfacce di icone. Per quale ragione, si chiedeva il semiologo alessandrino, utilizzare icone (un cuore) se le parole esprimono più precisamente (servizi personali) ciò che troveremo in quel link? Il fatto è che le parole spesso esprimono concetti in modo razionale. Per provocare emozione con la scrittura è necessaria una competenza difficile da raggiungere e quindi rara. Nelle nostre relazioni la parte emotiva non ama le spiegazioni e preferisce le suggestioni. È più efficace farlo con le immagini. Più che quello che le immagini dicono è importante quello che  le immagini evocano. Non esistendo un codice univoco di interpretazione ognuno è libero di arricchire il segno incompleto con la propria esperienza, così le immagini si leggono in maniera emotiva piuttosto che razionale. Se a questa “lettura” si aggiunge l’interazione ovvero la relazione con una controparte con la quale negoziamo l’uso del tempo, la reazione e le azioni, il messaggio diventa completo e coinvolgente. Ci si sente parte di un unico spazio e di un unico tempo. Che è un po’ il minimo comune denominatore del far parte di un gruppo.

Come un amico ti rivolge la parola, il tono che usa, lo sguardo, il momento che sceglie per incoraggiarti o colpirti è molto più importante del testo dello statuto dell’associazione. Ecco perché finché il web, o meglio l’interazione sul web si è limitata a condividere messaggi in cui la razionalità la faceva da padrone, sia nella forma che nella sostanza, è rimasta relativamente confinata a un numero limitato di early adopter. È quando si è scoperto come rappresentare con immagini e interazioni la parte emozionale della relazione che la rete è diventata una necessità quotidiana di un numero enorme di persone. Le appartenenze sulla rete, solo sulla rete, hanno cominciato ad essere percepite con la stessa dignità della relazione “personale”.

Ecco perché ci si creano avatar che assomigliano il più possibile alla persona che vorremmo essere. Ecco perché si inseriscono, come gadget in iGoogle, le previsioni del tempo di una città in cui non viviamo ma alla quale siamo sentimentalmente legati. Ecco perché in Facebook la sensazione di “essere circondato da amici” è resa letteralmente con la presenza grafica delle facce degli amici raccolte in una pagina. Ecco perché Facebook, Twitter, LinkedIn, Plurk e tanti altri social network appena entriamo ci chiedono amichevolmente “Hey! Cosa stai facendo di bello?”

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