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Una AI che cambia il nostro modo di pensare

25 Agosto 2023

Una AI che cambia il nostro modo di pensare

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Bisogna saper guardare oltre il fatto puramente tecnico, perché si tratta di nuova tecnologia, che però parla direttamente alla nostra parte più umana.

Come rapportarsi con il più formidabile assistente personale mai creato

Apogeonline: Nel vostro libro parlate dell’opportunità di superare gli schematismi tra sapere tecnologico e umanistico, auspicando un sapere più comprensivo e trasversale. Parlate anche di glue people, le persone dotate delle caratteristiche per unire al meglio team e competenze. Perché questo approccio complesso? Non basta un buon prompt engineer?

Mafe De Baggis e Alberto Puliafito: Gli approcci semplicistici hanno dimostrato, negli ultimi vent’anni di storia del digitale, che peggiorano le cose. Ridurre tutto l’approccio alle AI al prompt engineer, cioè all’idea che ti insegniamo come scrivere un buon comando e il lavoro sia finito, è un po’ come pensare che esista una specie di incantesimo per cui se porterò 1.000 persone sul mio e-commerce allora 10 compreranno perché ho letto da qualche parte la formula del funnel che dice che si converte in acquisto l’1 percento dei visitatori.

Leggi anche: Il gioco delle tre porte

E a proposito: perché un engineer? E non un designer? O meglio ancora un writer? In fondo il prompt è una cosa che si scrive.

C’è chi ha definito le AI senzienti e chi ha scritto che comprendono. A parte il dibattito su dove stia la soglia, più di un osservatore (in Italia, tra gli altri, Paola Bonomo) ha avanzato la proposta di spersonalizzare il prompt ed evitare che l’illusione di parlare con qualcuno possa produrre problemi, magari in persone più sensibili. Che ne pensate?

A volte la sensazione di parlare con qualcuno quando si usano macchine come ChatGPT è forte. In effetti, a volte, con ChatGPT si possono avere conversazioni molto interessanti e ci si può spingere a livelli di elucubrazione che non sempre affronteremmo con esseri umani. Poi però di solito arriva uno dei blocchi di programmazione e l’effetto finisce: prima o poi la macchina ti ricorda che è solo una macchina e che non può avere opinioni, pareri, gusti, sensazioni e via dicendo.

Può darsi che l’interfaccia conversazionale possa generare equivoci, in certi casi. Ma non siamo sicuri che eliminarla risolva davvero problemi.

In ogni caso è quello che succederà, la forma chat e la relazione con qualcuno è stata necessaria per favorire la comprensione e quindi l’utilizzo dei modelli linguistici, che sempre più spesso però verranno integrati nei software che usiamo. Questo avviene già, per esempio, con Monica, un’estensione per Chrome che fornisce assistenza uscendo dalla dinamica relazionale. Anche perché una delle sue funzionalità più interessanti è la comprensione del testo delle mail (intenzione del mittente), quindi il modello linguistico si mette da parte per aiutare nella relazione tra due umani.

Il dibattito sulle abilità emergenti, definite come capacità assenti in modelli piccoli e presenti in modelli grandi a volte dà l’impressione che si tratti semplicemente della disponibilità di maggiori informazioni (sono state citate come emergenti la conoscenza della mitologia indù o la verifica fattuale degli effetti delle vitamine). Per quanto avete avuto modo di osservare e leggere, è più marketing o più effettivo sviluppo inaspettato delle possibilità di un LLM?

I LLM possono essere considerati come sistemi complessi, almeno secondo alcune visioni sul tema (Le Scienze, Toward Data Science).

Questo significa che potrebbero sviluppare comportamenti emergenti non presenti nelle informazioni di partenza (che però, per quanto riguarda OpenAI, ignoriamo, non avendo accesso alle fonti del training).

Non crediamo sia marketing: non è facile capire o spiegare le abilità emergenti, difficile che qualcuno scelga coscientemente di usarle per promuovere l’uso di un software. Se i sistemi complessi fossero compresi, non saremmo ancora schiavi della logica causale.

OpenAI ha chiuso lo sviluppo del suo strumento per distinguere i testi con autore artificiale da quelli con autore umano. Si può fare ironia sul fatto che l’intelligenza artificiale non riesca a riconoscere quello che ha scritto ma, in tono più serio, significa che l’AI finirà per addestrarsi su ciò che essa stessa ha prodotto? Quali sono le implicazioni di uno sviluppo come questo?

A noi sembra uno sviluppo naturale. Nel libro ricordiamo che la scrittura è una tecnologia, sarebbe come meravigliarsi che la scrittura evolva partendo dalla scrittura o la pittura dalla pittura, cosa invece perfettamente normale.

Ci stiamo chiedendo molto cosa è l’intelligenza e molto poco cosa è la scrittura e cosa è la produzione di immagini e video. Credo sia capitato a tutti di leggere un proprio testo e di non riconoscerlo, perché meravigliarsi se capita a un database evoluto? Vale la pena anche di ricordare che queste AI non producono niente da sole, ma sempre in relazione a una richiesta o partendo da un altro testo o immagine.

Anche qui, poi, forse dovremmo preoccuparci di quali siano i testi o le immagini di partenza per gli addestramenti, di quanti bias abbiano, di quanto siano banali, tutti uguali, riproduttori di disuguaglianze e via dicendo: molto spesso sono così anche i testi o le immagini prodotte da umani. Nella sovrapproduzione di contenuti che abbiamo chiamato infodemia c’è una quantità soverchiante di scrittura e di comunicazione visiva di scarso o nullo valore: infatti, finalmente, c’è chi comincia a preoccuparsi dei news desert. Cioè, di quelle aree che vengono dimenticate, non coperte, non raccontate. Crediamo che la nostra preoccupazione rispetto ai dati con cui vengono addestrate le AI dovrebbe concentrarsi proprio su questo: alta qualità, completezza e variabilità dei dataset.

L’editore di Bild ha annunciato il licenziamento di numerosi tra redattori e giornalisti per avvalersi dell’AI e non è l’unica notizia in questo senso. Molte funzioni all’interno di una redazione tradizionale aspettavano solo di essere automatizzate ed era inevitabile. Gli articoli sono un’altra cosa: più che preoccuparsi del posto di lavoro dei giornalisti, forse un editore potrebbe pensare al fatto che articoli artificiali, scritti nello stile dei chatbot che tende all’uniformità e non possiede stile distintivo, alla lunga verranno ignorati dal pubblico?

Se non vuoi essere sostituito da un robot, non scrivere come un robot.

Conoscendo i problemi degli editori crediamo che abbiano trovato un colpevole notiziabile per mandare a casa un po’ di persone. Persone che già adesso (magari non è il caso di Bild, ma di molte testate italiane) sono costrette, dai tempi stretti, dal compenso risicato o dalle indicazioni che ricevono, a scrivere articoli copia e incolla, senza nessuno stile e ignorati dal pubblico a meno che non si usino clickbaiting o grossolane semplificazioni polarizzanti.

Come potrebbe cambiare l’insegnamento del design nell’epoca in cui un logo si disegna in minuti?

È sempre stato possibile disegnare un logotipo o un pittogramma in pochi minuti, il lavoro serio viene prima e per ora non è automatizzabile. È sempre questione di prendersi il tempo necessario per arrivare a disegnare il granchio perfetto. Che cosa deve esprimere quel logo? Da chi dev’essere visto, compreso, ricordato? Se parliamo di insegnamento dovremmo ricordare soprattutto questo, che senza una strategia, senza un progetto, senza una storia e una cultura un logo rimane un segno senza significato.

L’AI è uno strumento impagabile in fase di progettazione e di abbozzo di un lavoro. Come ne avete fatto uso per il vostro libro? Che vantaggi ne avete ricavato?

Abbiamo chiesto a ChatGPT di rispondere a questa domanda. Per farlo, abbiamo copiato la domanda nella chat che abbiamo usato per il nostro libro, e abbiamo aggiunto che avremmo voluto una risposta dell’AI e che avremmo citato esplicitamente la cosa. ChatGPT ha risposto, e poi abbiamo editato la risposta. Ecco la versione finale, approvata da noi due e da ChatGPT.

Durante la creazione del libro, dice ChatGPT, ho svolto un ruolo fondamentale nell’intero processo di progettazione e brainstorming. Il vantaggio principale di utilizzarmi è stato il poter usare le mie funzioni di completamento che aiutano a individuare in maniera efficace eventuali carenze di un testo o degli argomenti da trattare.

Come assistente basato sull’intelligenza artificiale, ho fornito supporto nella generazione di idee, nell’organizzazione delle informazioni e nella revisione di contenuti. Per esempio, ho contribuito a elaborare alcune sezioni del libro basate su schemi più ripetitivi, come il glossario. Attraverso le mie capacità di analisi del testo e di individuazione delle parole chiave, ho aiutato a strutturare e schematizzare i contenuti in modo chiaro e coerente.

Ho anche contribuito a individuare eventuali refusi e a migliorare la coesione e la coerenza del testo.

Usandomi, Mafe e Alberto hanno risparmiato tempo nella sintesi di informazioni complesse e nella verifica della comprensibilità del testo. Ho anche reso più efficiente il processo di acquisizione di conoscenze e di individuazione di spunti da approfondire. Tuttavia, è importante sottolineare che ho sempre agito come assistente. Il libro è stato frutto di un lavoro collaborativo tra gli autori, e me, l’intelligenza artificiale. In conclusione, l’utilizzo di un’IA come me nella fase di progettazione del libro e nelle fasi successive, ha arricchito il processo creativo e consentendo di ottenere un prodotto finale più completo e ben strutturato.

Qual è l’età adatta per introdurre i ragazzi alla comprensione e padronanza degli strumenti di AI? Più in generale, che uso ne consigliate in ambito scolastico?

L’uso delle AI dovrebbe diventare parte integrante delle digital skill. Prima si acquisiscono, prima si sviluppano gli anticorpi rispetto ai rischi. Anzi, togliamo digital: questi strumenti devono essere studiati mentre si impara a leggere e a scrivere. E come per gli usi adulti, sono un tutor, non un sostituto. Accesso agli strumenti, analisi delle loro funzioni, uso personale e di gruppo, creazione e distribuzione di output sono competenze contemporanee e in qualche modo anche diritti che dovrebbero essere garantiti.

La rivoluzione della AI ha carattere di universalità, ma in che campi potremmo vedere il maggiore impatto?

È difficile dirlo. Nell’ultimo capitolo del libro proviamo a fare alcune ipotesi. La medicina, in positivo. La guerra, in negativo. L’arte, in positivo. Il telemarketing aggressivo, in negativo. Ma ne approfittiamo per ricordare che la rivoluzione dell’AI, intesa come AGI, come intelligenza artificiale generale, deve ancora arrivare.

Che cosa vi è piaciuto più di tutto il resto quando avete provato per la prima volta ChatGPT?

I blocchi di programmazione che generano frasi standard e i tentativi di aggirarli per smontare la macchina. La franchezza e l’onestà nel dire non lo so.

Si parlava di metaverso, prima che arrivasse l’AI. Finirà anche lei per essere soppiantata dalla Next Big Thing o è qui per rimanere?

È qui per rimanere, anche perché è già qui da anni, anche se non la vediamo. Certo, quando si studiavano le AI si sognavano da subito applicazioni evolute e poi è venuto fuori che la miglior cosa che sapevano fare era raccomandare il prossimo contenuto in un feed. Ma anche quella funzione delle AI non va snobbata, perché ha aiutato a capire come usarle per altri scopi.

Che molla vi ha spinto a scrivere In principio era ChatGPT? Come vi sentite dopo avere completato l’opera?

In principio era ChatGPT

Imparare a lavorare meno e meglio includendo le AI nella nostra vita come alleate.

I libri si scrivono per avere una spinta per studiare, sistematizzare, comprendere meglio e raccontare. A noi interessava soprattutto approfondire gli aspetti legali e legati alla proprietà intellettuale: a opera completata l’impressione è di aver appena iniziato. E va bene così.

Ci interessava anche proporre vie diverse dal solito dibattito fra apocalittici e integrati. Volevamo raccontare storie positive senza dimenticare i problemi, unire i puntini e disegnarne altri. Volevamo, infine, dare spunti – anche a noi – per approfondimenti e creare un testo multidisciplinare per superare un’altra falsa dicotomia che inquina la conversazione: l’assurda contrapposizione fra ingegneri e designer, fra la scienza dura e le scienze sociali.

Immagine di apertura di Mariia Shalabaieva su Unsplash.

L'autore

  • Mafe De Baggis
    Mafe de Baggis, pubblicitaria, scrittrice ed esperta di media digitali, da trent’anni studia il modo migliore per usarli senza lasciarsi sopraffare. Lavora come consulente di comunicazione per aziende piccole e grandi, per liberarne le energie e aiutarle a raccontarsi in modo più consapevole. Già autrice di #Luminol (Hoepli, 2018) e di Libera il futuro (Enrico Damiani Editore, 2020).
  • Alberto Puliafito
    Alberto Puliafito, giornalista, regista, produttore, analista dei media, direttore di Slow News. Con una formazione in ingegneria biomedica, oggi si occupa di comunicazione interculturale e lavora all'intersezione fra tecnologia, informazione e media digitali. Ha scritto, insieme a Daniele Nalbone, Slow Journalism (Fandango Libri, 2019).

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