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Tutto quello che dirai sarà usato contro di te

20 Novembre 2006

Tutto quello che dirai sarà usato contro di te

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Le aziende stanno imparando a usare gli strumenti del web per conoscere meglio i propri impiegati e aspiranti tali. Un'opportunità, ma anche un guaio per i meno trasparenti. A meno di non ricorrere a un'impresa di pulizie della reputazione

Le prime ad accorgersene sono state le aziende che investono fior di quattrini in promozione del brand: su Internet la costruzione della reputazione diventa un affare pulviscolare, decentralizzato e, proprio per questo, più difficile da gestire. Ma ora il problema arriva a investire anche i singoli utenti. Il web, almeno nella sua variante conversazionale (blog) e condivisa (social network), è per tutti un grande spazio di esposizione pubblica, in cui le nostre identità vanno incontro a processi di definizione e valutazione sempre più fluidi e stratificati.

Definizione, in quanto il nostro blog, la nostra pagina su Flickr o Facebook, i commenti che lasciamo in giro, informano di noi, dei nostri interessi, delle nostre abitudini, della nostra visione del mondo. Quale che sia il livello di presenza e di esibizionismo. Valutazione in quanto qualsiasi traccia produciamo (o subiamo) può essere giudicata e criticata, nel bene come nel male. La civiltà della conversazione e le sue (inevitabili) derive non sono certamente cosa nuova, ma per la prima volta ci troviamo immersi in un’arena dialogica delocalizzata e disintermediata, dotata per di più anche di potenti strumenti di memorizzazione e retrieving dei dati. Per dirla con Mauro Lupi, «i motori di ricerca sono diplomatici, non fanno distinzioni di merito, danno rilevanza ai blog ed ai siti “caldi” ma soprattutto non dimenticano facilmente».

Il web che non perdona

I motori non dimenticano, ad esempio, quando un responsabile alle risorse umane legge un curriculum serioso e impomatato e, per curiosità, va ad interrogare Google oppure Technorati con il nome e il cognome del candidato. Anzi: bastano due click e può trovarsi subito di fronte alle foto condivise della scorsa estate (con tanto di falò alcolizzati di contorno). Oppure, via YouTube, visualizzare il video sui bagordi della gita di classe caricato dagli amici in tempi non sospetti. O ancora, un profilo su MySpace non del tutto rispondente alle esperienze elencate nel cv.

Secondo un recente sondaggio realizzato negli Stati Uniti da CareerBuilder, un manager su quattro (26%) consulta i motori di ricerca e 1 su 10 (12%) i portali di social networking prima di avviare un processo di selezione. E, nella maggior parte dei casi, le informazioni ottenute finiscono col produrre un’impressione negativa: il 51% di chi ha interrogato un motore e il 63% di chi ha visitato le pagine di un network sociale ha poi deciso di non assumere il candidato. Questi i motivi:

  • competenze non corrispondenti (31%)
  • scarse capacità comunicative (25%)
  • collegamenti con comportamenti illegali (25%)
  • il candidato parlava male della compagnia dove lavorava precedentemente (19%)
  • assunzione di alcool o droghe (19%)
  • diffusione di informazioni confidenziali sui vecchi datori di lavoro (15%)
  • bugie a riguardo di un’assenza (12%)
  • il nick utilizzato non era professionale (8%)

A parte l’ovvia rilevanza della sfera professionale e sociale, sorprende, tra queste risposte, l’importanza data alla dimensione comunicativa e creativa del candidato. Dato questo che ci porta a considerare anche l’altro lato della medaglia.

Il web trasparente

Sempre nello stesso sondaggio, ai manager è stato chiesto quali informazioni trovate online siano state valutate favorevolmente ai fini dell’assunzione. E qui, oltre alla trasparenza (effettiva corrispondenza con quanto dichiarato), spiccano proprio le competenze comunicative (creatività, vastità di interessi, professionalità esibita) e le sanzioni positive ricevute da altri utenti nella vita relazionale online. I frammenti di informazioni sulla nostra personalità dispersi sul web sono quindi un’arma a doppio taglio: se gestiti bene rappresentano un’utile cartina di tornasole per tutte quelle capacità e competenze che difficilmente riescono a emergere in un colloquio o un test psico-attitudinale.

Ad ogni modo, gli esperti di CareerBuilding invitano alla prudenza: «commenti offensivi, foto spinte oppure osè, linguaggio osceno o scherzi lascivi saranno visti come un riflesso del carattere». Se possibile, sui siti di social networking è consigliabile optare sempre per un profilo privato, accessibile cioè solo ad amici e parenti. Tutto ciò va poi accompagnato da una frequente attività di checking. E non solo attraverso il classico ego-surfing sui motori generalisti, ma anche ricorrendo a servizi di Alert che avvisano quando viene pubblicata una stringa predefinita; oppure Google Blog Search, Technorati, PubSub, Blog Pulse per monitorare le conversazioni nella blogosfera; o ancora i motori personalizzati (tipo Rollyo) capaci di focalizzare le ricerche su specifiche richieste.

Lettere di minacce

Bene, e una volta individuati contenuti compromettenti cosa possiamo fare? Almeno in teoria le informazioni sul web sono permanenti: dovremo quindi scontare per sempre i nostri peccati di gioventù? Non proprio. Ci si può rivolgere, ad esempio, a Reputation Defender, nuova start-up americana la cui mission è tutelare la reputazione degli utenti (e dei loro figli, nel caso). Per 16 dollari al mese offre un report mensile dettagliato con la segnalazione sistematica di informazioni controproducenti sul proprio conto. Nel caso in cui vogliamo far scomparire una risorsa specifica, basta sborsare altri 30 dollari e saremo accontentati. La società, infatti, si preoccuperà di inviare una lettera di minacce ai gestori del servizio, intimando un’eventuale denuncia in caso di mancata rimozione. Secondo i fondatori della start-up, l’informazione sarà prontamente cancellata perchè nessun gestore ha interesse ad andare a sedersi difronte a un giudice. A meno che non si tratti di un’occorrenza presente su un sito istituzionale o in articolo giornalistico. Qui la situazione si complica un po’, perchè esistono disposizioni più rigide a tutela della libertà di espressione e del diritto-dovere a informare.

Per ora Reputation Defender non sembra raccogliere entusiasmo tra gli utenti della blogosfera, molti dei quali non apprezzano i suoi modi dal sentore vagamente orwelliano. Su Wired, poi, è stato giustamente notato come «gran parte del web è indicizzato, memorizzato nelle cache e archiviato: il contenuto potrebbe essere disponibile anche dopo la sua distruzione» Tanto vale iniziare a convivere meglio con le regole di questo “sistema distribuito di gestione della reputazione” (Joi Ito) che è il web, consapevoli che se sbagliamo, saremo presto corretti, o possiamo tranquillamente ammetterlo. Alla fine, ciò che conta è la trasparenza.

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