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Tradurre, modificare e condividere

28 Gennaio 2003

Tradurre, modificare e condividere

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Note a latere sulla traduzione italiana di Codice Libero, inclusi alcuni passaggi significativi

Ad un anno dall’uscita originale, ecco Free as in Freedom in italiano. Prima traduzione a vedere la luce, e per di più con lancio in grande stile presso un editore di settore. Le altre in lavorazione restano affidate alla buona volontà di hacker e appassionati, come ha puntualizzato nell’intervista l’autore Sam Williams. Progetto portato a termine in tempi relativamente brevi, dunque, e condiviso tra parecchie persone, interamente via e-mail.

Dopo averne prontamente segnalato la pubblicazione in USA, il sottoscritto tanto ha fatto (e scritto) da convincere l’editore a impegnarsi per la versione italiana, ricevendo finalmente in estate il nulla osta alla traduzione. La quale ha richiesto i circa tre mesi fatidici, con gli alti e bassi dovuti a concomitanti impegni di lavoro e inclusi i soliti incidenti di percorso: stavolta la morte del mio hard drive, con irreparabile perdita (e successivo rifacimento) di almeno un capitolo già bell’e tradotto. Insomma, una faticaccia.

Fatta però con quella passione che deve necessariamente affiancarsi al “mestiere”, alla piena conoscenza dell’argomento e dei personaggi. Ovvero, una traduzione precisa ma non fredda, scorrevole eppure frizzante, letterale ma al contempo elastica. Criteri questi ancor più essenziali trattandosi della biografia di un contemporaneo (mio coetaneo), di qualcuno che pone la libertà al centro di un più vasto progetto politico e scientifico. Qualcosa di ben diverso dalla traduzione di un manuale informatico. Ma che di questo conserva il rigore e la precisione, cercando altresì di rendere al meglio in italiano gli innumerevoli americanismi, espressioni gergali, i riferimenti locali.

Anche perché se è vero che il linguaggio scelto dall’autore per raccontare la vita di Stallman risulta per lo più semplice e diretto, non potevano certo mancare dei passaggi contorti — in particolare quelle parti, guarda caso, più tecniche. Lo stesso Williams ha ammesso alcune lacune (“non sono un hacker”) che hanno suscitato le rimostranze di Stallman, il quale insiste soprattutto per cambiamenti rispetto alle sezioni in cui si parla di Eric Raymond, della “guerra” della Symbolics e di Gosmacs. Insieme ai non pochi refusi, ahimè, e alle segnalazioni dei lettori, tali cambiamenti verranno pubblicati nell’aggiornamento online della versione inglese — prevedendo magari qualcosa di analogo anche per quella italiana?

Infine, come per ogni traduzione, va messa in cantiere qualche interpretazione errata o imprecisione, da cui l’importanza della revisione finale da parte della redazione editoriale. Il cui dovere rimane pur sempre quello di dare bacchettate al traduttore, uffa! Il tutto rimanendo comunque fedeli, o almeno avendoci provato, ad una collaborazione il più aperta e franca possibile, così da rispettare e far tesoro dello spirito stesso che anima la “crociata” di Richard Stallman per l’affermazione del software libero.

Avremo fatto un buon lavoro? Lo speriamo vivamente…ma è ai lettori, come sempre, che spetta l’ultima parola.

Nel frattempo, qui di seguito una prima raccolta di brevi stralci significativi di Codice Libero, almeno tali nell’opinione del vostro umile traduttore.

Un aneddoto raccontato dalla madre, Alice Lippman:

A circa sette anni, due anni dopo il divorzio e il trasloco dal Queens, Richard si diede all’hobby di lanciare modellini di razzi nel vicino Riverside Drive Park. Quello che era iniziato come un innocuo passatempo prese una piega molto seria quando iniziò a tener nota dei risultati di ogni lancio. Come per l’interesse nei problemi matematici, la faccenda attirò poca attenzione fino al giorno in cui, poco prima di un importante lancio spaziale della NASA, Lippman chiese al figlio se non volesse guardarlo in televisione. “Era furioso,” afferma Lippman. “Per tutta risposta riuscì a dirmi: ‘Ma non ho ancora pubblicato nulla.’ Sembrava proprio che avesse qualcosa di serio da mostrare alla NASA.”

Primi anni ’70, sulla guerra in Vietnam:

“Il Vietnam era una faccenda importante in famiglia,” sostiene Lippman. “Ne parlavamo in continuazione: cosa avremmo fatto nel caso la guerra fosse proseguita, quali i passi migliori per Richard o per il fratellastro se fossero stati chiamati alle armi. Eravamo davvero convinti fosse qualcosa d’immorale.” Per Stallman, la guerra del Vietnam suscitava un complesso miscuglio complesso di emozioni: confusione, orrore e in ultima analisi una profonda sensazione di impotenza politica. Nei panni di un ragazzo appena in grado di far fronte all’universo leggermente autoritario della scuola privata, Stallman tremava al solo pensiero di dover entrare in un campo dell’esercito. “Ero devastato dalla paura, ma non riuscivo a immaginare cosa fare e non avevo il coraggio di unirmi alle dimostrazioni di protesta,” rammenta Stallman, il cui compleanno del 18 marzo lo pose paurosamente a rischio nella lotteria per la chiamata di leva, quando nel 1971 il governo decise di cancellare i rinvii per motivi di studio. “Non mi vedevo scappar via in Canada o in Svezia. Ero terrorizzato dall’idea di dovermi alzare e fare qualcosa in prima persona. Avrei mai potuto farcela? Non sapevo vivere e mantenermi da solo. Non ero il tipo che si sente a proprio agio in una situazione simile.”

Sul caso Napster, nel corso di un’intervista con l’autore (2001):

Per hacker come Stallman, il modello commerciale di Napster appare controverso sotto diversi aspetti. La decisione dell’azienda di appropriarsi di principi propri del mondo hacker, quali la condivisione dei file e la proprietà comune dell’informazione, cercando al contempo di vendere un servizio basato sul software proprietario, invia un segnale equivoco. Nei panni di qualcuno che deve sudare parecchio per far passare sui media il proprio messaggio attentamente studiato, Stallman appare comprensibilmente reticente a lasciarsi andare su questo caso. Eppure ammette di aver imparato un paio di cose sull’aspetto sociale innescato dal fenomeno Napster. “Prima di Napster, ritenevo giusta la libera distribuzione a livello privato di opere di intrattenimento,” spiega Stallman. “Il numero di persone per cui Napster si è rivelato utile, mi dice tuttavia che il diritto alla redistribuzione di copie non solo nell’ambito del vicinato ma a livello di un pubblico più vasto, rimane un fatto essenziale e perciò non può essere cancellato.”

Sulla nascente GNU General Public License (circa 1985):

Mark Fischer, avvocato di Boston specializzato su questioni di proprietà intellettuale, ricorda le discussioni con Stallman di quel periodo. “Richard aveva un’opinione assai precisa delle modalità di funzionamento,” afferma Fischer. “Partiva da due principi di base. Primo, fare in modo che il software rimanesse il più aperto possibile. Secondo, incoraggiare gli altri ad adottare le medesime procedure sulle licenze.” Quest’ultimo punto significava tappare quei buchi da cui erano emerse le diverse versioni private dell’Emacs. Per farlo, Stallman e i colleghi del software libero trovarono una soluzione: gli utenti sarebbero stati liberi di modificare il GNU Emacs fin tanto che ne pubblicavano ogni cambiamento. Inoltre, le opere “derivate” avrebbero mantenuto l’identica licenza apposta in calce a quel programma.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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