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The Future of Music: scommessa aperta a tutti

01 Agosto 2005

The Future of Music: scommessa aperta a tutti

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La musica di domani è digitale, ubiqua e fluida, checché ne dicano le major del disco

“La musica è mobile, e i nuovi modelli ne abbracceranno una visione assai più liquida”. E ancora: “L’industria discografica per come la conosciamo sta morendo. Ma l’industria musicale è più sana e vibrante che mai, con possibilità illimitate di crescita e cambiamento dovute a Internet e alla digitalizzazione della musica”. Queste due delle dieci verità sul music business individuate (e ben illustrate) da un lavoro cruciale su questi temi di scottante attualità; lavoro che va anzi ponendosi come “il manifesto per la rivoluzione della musica digitale”. Si tratta del libro, di recente uscita in USA, “The Future of Music”, curato da due esperti e animatori del settore: Dave Kusek, vicepresidente di Berklee Media, e Gerd Leonhard, visionario e imprenditore. Si tratta, meglio, di un progetto ad ampio raggio, dal relativo sito con notizie e aggiornamenti vari all’uso obbligatorio del testo per il corso online avviato dal Berklee College of Music in quel di Boston, centrato sul futuro e sul business della musica.

Il saggio si dimostra assai lucido e scorrevole, spaziando, documenti e cifre alla mano, tra concezioni vecchie e nuove del fenomeno fino a proporre svariate soluzioni che potrebbero avere giovamento a ogni soggetto coinvolto: artisti, industria e utenti. Senza troppi sbrodolamenti o esagerazioni, e neppure schierandosi totalmente contro le major del disco, i due autori fanno chiarezza sulla questione (profezie incluse), per chi ne sa poco o nulla, fornendo al contempo ottimi spunti di riflessione anche per gli addetti ai lavori, offrendo così un quadro piuttosto articolato e preciso a livello globale. Anzi, ogni boss delle grandi etichette farebbe bene a tenere il libro sulla propria scrivania e consultarlo/applicarlo di frequente, come pure i musicisti del giro indie. Per non parlare dell’utente finale, un po’ tutti noi, da troppo tempo relegati alla funzione di passivi consumatori e ora invece sempre più investiti di poteri decisionali anche a livello commerciale, grazie alle pratiche in stile file-sharing, ma soprattutto all’intero fenomeno della “personalizzazione” veicolato da Internet.

In pratica, sostengono Kusek e Leonhard, la musica diventerà come l’acqua: “always on” e in libera circolazione tramite device di ogni tipo, quelli mobili in particolare, una “utility” simile all’elettricità piuttosto che un “prodotto” come i vecchi dischi o gli attuali CD. Iper-diffusa e disponibile, se non proprio gratuitamente, a tariffe irrisorie. Ci sarà ovviamente chi vorrà imbottigliarla, tipo la San Pellegrino, offrendo ritornelli più frizzanti, oppure chi la collegherà a merchandise e servizi di vario tipo, c’è spazio per tutti. Ma in sostanza diverrà sempre più un bene di libera diffusione e utilizzo per tutti, in qualunque momento della giornata, a ogni latitudine (oltre che nello spazio).

Ne consegue l’imperativo rinnovamento del music business per come lo abbiamo sperimentato in questi decenni, lungo percorsi più dinamici, competitivi, in cambiamento continuo. L’industria del disco dovrà per forza integrarsi con quella dei video game e dei concerti live, ad esempio, differenziando proposte e servizi per un’audience sofisticata, esigente e, non ultimo, con ampie possibilità di scelte e prezzi per il proprio intrattenimento. Inutile e controproducente opporsi alle trasformazioni tecnologiche in atto, ampliando a dismisura il copyright e criminalizzando gli utenti, meglio cavalcarne le potenzialità e darsi da fare per concretizzare le nuove opportunità (e mercati) richiesti dal grande pubblico.

Argomenti tutt’altro che nuovi, a ben vedere, che trovano risposta in diverse iniziative istituzionali in corso, tra l’altro, negli Stati Uniti e Brasile, dal download legale tipo iTunes ai molteplici impieghi del permesso d’autore. O anche negli accordi raggiunti da varie università e per fornire musica legale ai propri studenti: l’ultimo di tali accordi riguarda la University of California e la the California State University (per un totale di 600.000 studenti e 36 campus) e l’agenzia Cdigix. Da notare che le università sono in trattative anche con Sony, Napster, e Mindawn. L’obiettivo di simili operazioni, è semplice e diretto: scoraggiare il download di musica sotto copyright che vige indiscusso nei campus, nonostante minacce e denuncie. Intanto, secondo la International Federation of the Phonographic Industry, nella prima metà del 2005 sono state scaricate legalmente oltre 180 milioni di canzoni, mentre gli abbonati a simili servizi sono passati da 1,5 milioni a inizio anno agli attuali 2,2 milioni, con tariffe medie sui 10-15 dollari mensili.

Il tutto a dimostrazione dell’estrema fluidità d’approccio in risposta al problema della “pirateria” per come vorrebbero dipingerlo i grandi discografici. Non a caso il libro propone una serie di opzioni tecniche da implementare quanto prima onde venire incontro alle mutate esigenze dei “consumatori” e contribuire allo sviluppo di un mercato tutt’altro che statico. Proponendo, ad esempio, l’applicazione di tariffe generali per le licenze dei pezzi in circolazione sulle reti P2P, al pari quanto succede da tempo per la musica trasmessa dalle comuni emittenti radio. Ciò potrebbe avvenire, con sommo vantaggio per singoli e industria, tramite semplici “impronte digitali” inserite nei pezzi e relativo software che ne segue e verifica la diffusione online, soluzioni tecnologiche nient’affatto utopiche. O anche il ricorso a diversi tipi di licenze flessibili stabilite direttamente dagli autori, seguendo e differenziando la strada aperta dalle Creative Commons.

Comunque sia, il CD più venduto in USA è quello vergine, pronto per essere “burned” nel PC. E il “record business” è in agonia irreversibile. Altre verità insiste in questa rivoluzione digitale della musica, delineata con passione e lucidità nelle pagine di “The Future of Music”, difficile non essere d’accordo.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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