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Storia e segreti di un giocatore di poker online

04 Ottobre 2010

Storia e segreti di un giocatore di poker online

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Come funziona, quanto denaro sposta, quanto si vince, quanto conta la fortuna: uno dei più noti specialisti italiani racconta i contorni di un settore ammantato ancora di leggenda e luoghi comuni

«È vero che giochi a poker online?» «Sì.» «Anche un mio amico una volta ha fatto un torneo e ha vinto 1.000 euro, ma ci vuole troppa fortuna…» L’amico, il collega, “mio cuggino”: c’è sempre qualcuno che dopo l’esplosione del poker in Italia ha provato a sedersi al tavolo da gioco in una delle tante room legali certificate dalla AAMS. E qualcuno avrà anche vinto, talvolta somme di tutto rispetto, ma è proprio da questo sottile aspetto che nasce la più grande bugia e illusione del poker. Ma andiamo con calma: prima di raccontarvi la mia storia, forse è il caso che capiamo l’entità del fenomeno.

I numeri

Il poker in Italia presenta cifre da capogiro: la raccolta del 2010 del gioco online sfiora i cinque miliardi di euro e sono i tavoli verdi a fare la parte del leone con circa tre miliardi di euro incassati, lasciando il resto della torta alle scommesse, alle lotterie e al Superenalotto. Se il Lotto e i Gratta e Vinci sono i campioni d’incasso delle ricevitorie sul territorio, online la gara non ha concorrenti in grado di minare la totale leadership di una disciplina praticata da due milioni e mezzo di italiani: due terzi gioca a “soldi veri”, solo un terzo gioca per divertimento.

In realtà il poker online, giocato nella sua specialità più diffusa il Texas Holdem, era già praticato in Italia ben prima dell’8 settembre 2008: la data in cui fu legalizzato dai cari vecchi monopoli rebrandizzati AAMS. I giocatori della penisola si davano battaglia sulle room straniere dividendosi tra i maggiori competitor stranieri come Full Tilt e Pokerstars; erano anche i più ricercati dal mercato degli “squali” perché gli italiani, un po’ a detta di tutti, sono i giocatori più scarsi del globo. Stiamo parlando di un business di milioni di euro non regolamentato, in cui migliaia e migliaia di giocatori versavano da poche cifre a svariate migliaia di euro in sale da gioco straniere.

 

Dati Estratti dalla ricerca Human Highways e Doxa per AAMS di luglio 2010

La via italiana

La prima poker room partita con la benedizione proprio dell’AAMS è a tutt’oggi uno dei più fulgidi esempi di imprenditoria italiana in rete “post bolla”: Gioco Digitale, capitanata da Fausto Gimondi (ex Virgilio.it) passa da 8 dipendenti a 100 in pochissimi mesi, incassa qualcosa come 295 milioni di euro nell’arco di sei mesi dal gennaio al giugno 2009, conquistando la leadership del mercato. Il modello di business è ovviamente ispirato alle più importanti room straniere, ma con un management italianissimo e un marketing molto innovativo, poggiato su strategie multicanale (spot in tv, customer care direttamente sui forum), dialogo continuo con la community anche in fase decisionale (migliorie del software, bonus da applicare ai giocatori più motivati, sponsorship) e l’organizzazione di un circuito di tornei dal vivo per non perdere quella grossa fetta di giocatori per cui «il vero poker», dicono, «è quello in cui ci si guarda negli occhi».

La favola italiana di Gioco Digitale termina agli inizi del 2010, quando la sala da gioco arancione confluisce nel gruppo Bwin-Partygaming per circa 115 milioni di euro. Stava perdendo quote di mercato in seguito allo sbarco nel nostro Paese del colosso internazionale Pokerstars, capace di esportare tutto il proprio know-how in su un mercato effervescente, nuovo e curioso (quando si tratta di gioco) come quello italiano.

Quote di mercato in Italia, dati luglio 2010

Sociologia delle due carte

Sul poker se ne dicono di tutti i colori: che genera dipendenza, che è un gioco di fortuna, che manda in rovina le famiglie. Soprattutto negli ultimi tempi i media generalisti sembrano scatenati nel cercare le storie più morbose di uomini e donne ridotti sul lastrico dal “giochino” come lo chiamiamo noi player dell’online. Cominciamo a sgombrare il campo da dubbi e leggende metropolitane catastrofisti, ma nello stesso tempo tentiamo di essere onesti: in Italia i giocatori perdenti sono molti, sono la maggioranza. Se volessimo scomodare Pareto, potremmo dire che i profitti da poker somigliano molto alla sua legge dell’80/20, ovvero che, stando molto larghi, 20 giocatori su 100 accumulano l’80% delle vincite. Il resto perde.

Detto questo, dobbiamo immediatamente precisare che il poker non è un gioco d’azzardo, ma uno skill game ovvero un gioco in cui, nel lungo periodo, l’abilità paga sempre. Uno dei più forti giocatori italiani, Tommaso Briotti alias Toms2Up, ha forse sintetizzato al meglio il “che cos’è” del poker: «Per me il poker è una delle poche forme di meritocrazia esistenti tuttora, è la dimostrazione che nel lungo periodo chi conosce e si applica, studiando, disciplinandosi, aggiornandosi, e raffrontandosi con amici/colleghi domina chi ignora. È un lavoro in cui si guadagna molto bene, nel quale bisogna fare tanti sacrifici (specie se giovani), cambiare attitudini, ritmi giornalieri, setting mentale. Può risultare molto stressante essere sempre giudicato e messo in cattiva luce da persone ignoranti che talvolta ti circondano e parlano per luoghi comuni. L’introspettività diventa fondamentale e cambia la visione verso il mondo»

Strategia di lungo periodo

Da una parte quindi ci sono i media generalisti e l’immaginario comune che coltivano il ruolo dell’azzardo nel poker, la componente di gambling, questa fantomatica “fortuna” che per chi ignora questo mondo è un fattore primario per vincere a poker. Dall’altro ci sono i giocatori professionisti e semiprofessionisti, che sanno perfettamente come il poker non sia un gioco nel quale l’obiettivo è fare i soldi, bensì sia un gioco basato sulla capacità di prendere decisioni corrette. È probabile che, pur avendo preso una decisione corretta, le fiches passino all’avversario: la fortuna gioca effettivamente un ruolo importante. Tuttavia chiunque giochi a poker sa che se prende la decisione corretta nel lungo periodo sarà premiato.

La grande differenza tra il giocatore inesperto e il bravo giocatore è proprio questa: ragionare in termini di lungo periodo, non “tentare” mai il singolo colpo, ma giocare con costanza molti tavoli alla volta. Basti pensare a Diego Frattaruolo alias Iena1978, in grado di giocare più 100 tavoli al giorno e più di 20 tavoli contemporaneamente per un incasso medio mensile tra profitto, bonus e classifiche interne alla poker room di circa 20.000 euro: «Il mio poker è una corsa continua ad abbattere la varianza», dice. Più della kriptonite per Superman, più di Joker per Batman, la varianza è il nemico numero uno del giocatore online, perché puoi passare mesi senza guadagnare un euro solo per una serie di coincidenze sfortunate. E l’unico modo per abbatterla è «giocare sempre, no matter what».

Sogni di gloria

Approccio scientifico quindi, tanto studio, tanta disciplina e una tenuta mentale difficilmente scalfibile: queste doti differenziano il pro dall’amatore. L’amatore tratta il poker, e qui nasce il grande luogo comune, come se fosse il bingo, l’enalotto, addirittura il superenalotto. E gli operatori di settore, a dire il vero, poco fanno per estirpare questo immaginario. Al contrario sono i primi a coltivare il mito del Moneymaker, un nome, o meglio un cognome che è tutto un programma. Si tratta della favola dell’outsider, di professione contabile: Chris Moneymaker, che nel 2003 trasformò 40 dollari di un torneo di qualificazione nei 2.400.000 del primo premio del campionato del mondo.

Le strategie di comunicazione di tutte le poker room italiane nessuna esclusa ruotano attorno a questo concetto: «anche tu ce la puoi fare», «realizza il sogno», «diventa campione», ovvero contribuiscono a coltivare l’immaginario di un poker basato sulla fortuna del momento, sull’istante. E questo ovviamente trova il benestare sia dell’amatore, che gode del suo sogno di gloria, sia del professionista che non aspetta altro che la room si riempia di sognatori.

La mia storia

Non ho mai tenuto delle carte in mano, mai. Non conoscevo nemmeno le regole del poker tradizionale, quello all’italiana, quello del mitico Regalo di Natale per capirci. Un giorno di maggio di tre anni fa un amico mi invita a casa sua a provare un gioco nuovo, che viene dall’America e che è il poker a due carte. A distanza di tre anni posso tranquillamente affermare che il poker online è forse l’elemento centrale della mia vita professionale. Centrale su più livelli.

Centrale sul livello del gioco: dopo quel tavolo a casa di amici mi sono specializzato in una particolare disciplina del Texas Holdem, arrivando a guadagnare circa 30.000 euro in un anno e mezzo. Che non sono nulla se paragonati alle cifre dei professionisti, ma sono un’ottima cifra se affiancata alle attività quotidiane di docente universitario e consulente.

Centrale sul livello professionale: sono entrato nel mondo del poker utilizzando anche un altro ingresso oltre al gioco, quello editoriale. Nel corso della mia esperienza non ho mai conosciuto un settore in cui sia così vivo, crossmediatico, ma soprattutto sostenibile  l’aspetto editoriale: blog, twitter, fan page di Facebook, portali di news, portali che seguono l’andamento dei tornei, riviste specializzate occupano tutti un ruolo centralissimo nella fruizione dell’informazione per l’utente finale. E diventano un terreno di sperimentazione unico per chi, come me, fa della vocazione editoriale la propria strada professionale. Non solo scrivere di poker quindi, ma integrare la scrittura al reportage di un evento attivando plurimi canali di distribuzione con la collaborazione stretta degli attori principali di questo gioco: i giocatori.

Basta dare un’occhiata alla piattaforma di GD Poker–Gioco Digitale, che comprende il software per il gioco, una web-tv per seguire in live-streaming i tornei dal vivo, un forum per migliorare il customer care, un blog generico e il blog di ciascun professionista, il Twitter dei giocatori usato principalmente per descrivere le mani giocate o la condotta che stanno tenendo ai vari tornei cui partecipano. È interessante notare come ogni casa da gioco italiana affianchi ai tavoli un’imponente macchina da guerra editoriale per seguire al meglio gli eroi di casa.

Ti cambia la vita

Infine, centrale sul livello sociale: giocare a poker ti cambia e modifica le abitudini, il linguaggio. Te ne accorgi quando i tuoi status di Facebook parlano più di mani giocate, di brutte sconfitte o di incredibili vittorie piuttosto che raccontare del proprio spaccato quotidiano. Cominci ad assegnare alle cose un giudizio rispetto a cos’è –ev o +ev. L’EV, che sta per Expected Value, è l’unità di misura del poker: giocare a poker è prendere decisioni con un valore atteso positivo, sempre. Indipendentemente dal fatto che questo ci faccia guadagnare o meno soldi, il mio obiettivo è sempre e solo quello di effettuare scelte +EV. Lungi da me sostenere che questa continua attitudine a prendere “decisioni giuste” porti dei benefici nella real life, però non nascondo che alcune dinamiche macroeconomiche e altre microeconomiche quotidiane ti risultano di sicuro più chiare e gestibili se trattate col filtro dell’EV.

Un altro aspetto antropologico forte nel quale il poker ha effetti quasi devastanti, è che non smetteresti mai – ma proprio mai – di parlare di poker. Solo che ogni articolo come sempre deve avere una fine. Peccato.

L'autore

  • Enrico Marchetto
    Enrico Marchetto è socio fondatore di Noiza.com, una delle più longeve realtà del web marketing italiano. Si dedica principalmente allo studio delle strategie aziendali sui social network e si è specializzato nell’advertising su Facebook. Insegna Strategie Digitali per il Turismo all’Università di Udine e Facebook Strategy al master WeM_Park presso il Polo Universitario di Prato.

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