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Spam: tutta colpa degli utenti?

06 Aprile 2005

Spam: tutta colpa degli utenti?

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Secondo uno studio inglese, sarebbe il "cattivo comportamento e-mail" la causa prima dell'inarrestabile fenomeno

Quasi un terzo di coloro che usano regolarmente la posta elettronica ha cliccato sui link presenti nei messaggi di junk mail. E uno su dieci ha acquistato qualcuno dei prodotti ivi pubblicizzati. Questo il dato centrale di un’indagine condotta nel Regno Unito da Mirapoint e dal Radicati Group, agenzie specializzate in ricerche di mercato e sistemi di sicurezza. Come diretta conseguenza di simili abitudini, ne deriva che gli spammer aumentano anziché diminuire. È infatti noto che costoro non aspettano altro che un qualche tipo di replica dai destinatari per verificare gli indirizzi validi oltre che per insistere con le proposte su prodotti d’ogni tipo. Comportamenti che quindi andrebbero evitati accuratamente, come dovrebbe ormai sapere chiunque usa internet, che si tratti di utenti novizi o navigati. Eppure così non è, almeno a giudicare dai risultati evidenziati dal poll inglese.

“Questi dati preliminari ci appaiono sorprendenti e in un certo senso scioccanti”, ha esordito Marcel Nienhuis, analista del Radicati Group. “Ciò spiega la continua proliferazione delle minacce alla sicurezza, inclusi spam, virus e ‘phishing'”. Il concetto è semplice: se nessuno replicasse a quelle email o andasse a curiosare nei link proposti, per tacere dell’avventato acquisto, lo spam sarebbe “estinto come i dinosauri.” Ulteriore aggravante, l’amo degli spammer viene adattato di continuo in base al trend del momento. Non a caso negli ultimi tempi le solite proposte di Viagra, Cialis e medicine varie a prezzi stracciati (vedi più avanti) sono state affiancate da finte offerte gratuite di prelibati gadget, tipo la PlayStation Portable di Sony appena sbarcata nel mercato USA. Oppure dai dettagli per partecipare a incontri intimi casuali sull’onda della popolarità ottenuta, sempre negli Stati Uniti, dall’ultima trovata di reality TV (o presunta tale) “Desperate Housewives” (casalinghe disperate). E chi decide di cliccare sui link proposti viene ridiretto sugli immancabili siti porno, con conseguente rischio di vedersi scaricare inavvertitamente virus e spyware sul proprio PC. Un circolo vizioso che, appunto, non di rado sono gli utenti stesso a tenere in vita. Anche perché, altro punto importante, ‘spammare’ in un attimo milioni di indirizzi costa poco o nulla, e online abbondano programmi ad hoc nonché schemi a piramide che offrono incentivi di pochi cent per arruolare rapidamente sempre nuovi adepti.

Insieme al fatto che tutti quei link sono palesemente fasulli, ribadisce Alyn Hockey, direttore di Clearswift, altra agenzia di ricerche inglese, “…ogni curiosità finisce per creare una serie di spiacevoli problemi”. Problemi che spesso e volentieri richiedono il pronto intervento di esperti informatici, con diretta espansione dell’annesso mercato. Lo dimostra lo stesso Radicati Group, il cui sito offre un apposito sondaggio online “per meglio comprendere il mercato anti-spam” e servizi che coprono “ogni aspetto della sicurezza”, dagli archivi email alle tecnologie wireless al voice over IP.

Comunque sia, i termini esplicitamente sessuali delle junk e-mail interessano il 14 per cento delle 50 parole maggiormente usate, onde attirare l’attenzione del ricevente e aggirare i filtri anti-spam. In tal senso vanno anzi notati i frequenti errori ortografici (mispelling), sbagli del tutto intenzionali: “Alla fin fine l’elenco dei termini ricorrenti nascosti dagli spammer per superare tali filtri, comprende i soliti temi favoriti: denaro, medicine e sesso”, insiste Graham Cluley, consulente dell’agenzia di sicurezza Sophos. Suggerendo come legislazioni e opzioni tecnologiche possono arrivare a ben poco se gli utenti non si fanno più guardinghi: “La gente deve resistere all’istinto immediato di comprare le offerte di quelle email. Gli spammer sono dei criminali, punto e basta”.

Proseguono nel frattempo le azioni legali contro i grossi giri. Recentemente Microsoft e il maggior produttore farmaceutico al mondo, Pfizer, hanno lanciato 17 separate querele contro un racket internazionale legato alla vendita di Viagra online. Sotto accusa sono due siti Web (CanadianPharmacy e E-Pharmacy Direct) rei di fornire a prezzi stracciati le “versioni generiche” del medicinale contro l’impotenza. Secondo Pfizer si trattava in realtà di sostanza prive della necessaria approvazione e “potenzialmente pericolose”. In aggiunta a queste azioni, Microsoft ha denunciato altri spammer che promuovevano farmacie-web quali Discount RX, Virtual RX e EzeDrugStore.com. “Nell’insieme questi gruppi hanno inviato centinaia di milioni di email a utenti di Hotmail solo nello scorso anno”, recita il comunicato congiunto diffuso dalle due aziende. L’azione legale arriva dopo indagini durate parecchi mesi sulle vendite illegali. Indagini che hanno permesso di ricostruire il complicato giro d’affari: gli ordini online venivano ricevuti prima da un computer a New York, per poi essere smistati a un call center canadese e infine evasi in India. Da qui le scatole di Viagra a poco prezzo venivano spedite ai clienti statunitensi tramite un comune corriere aereo.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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