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Se il computer ascolta, tu non paghi

18 Ottobre 2007

Se il computer ascolta, tu non paghi

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Si ripropone il modello di telefonia gratis in cambio di pubblicità. Questa volta, però, basato su un sistema che interpreta la conversazione e reagisce di conseguenza

Ci risiamo, ci si riprova ancora, con un altro servizio che offre conversazioni gratuite in cambio di pubblicità. Del resto tale è la fame di telefonate del mondo che il business appare potenzialmente interessante. Questa volta però c’è una novità di rilievo: la pubblicità è (più) mirata. Perchè la conversazione è (più?) ascoltata. Il modello di business è quello solito, basato sullo studio della persona, del singolo consumatore attraverso il monitoraggio (accettato esplicitamente dall’utente) dei comportamenti, dell’uso dei contenuti… insomma quella che viene definita profilazione.

È dagli albori di Internet che se ne parla e la noce si è rivelata piuttosto dura da rompere. Il sistema è complicato da mettere in piedi e sono pochi quelli che ci sono riusciti – obbligatorio qui citare Gmail di Google, il servizio di posta gratuita (di cui io sono personalmente soddisfattissimo) che si finanzia inserendo pubblicità nella web mail. Una pubblicità mirata, in un qualche modo, basata sulla rilevazione di certe parole chiave nel messaggio di posta che compare sullo schermo. E non è l’unico esempio.

Oggi si tenta però di allargare, giocando stavolta sul serio, il modello ad altri mercati, in primis quello della telefonia, vero mercato potenziale dei prossimi anni per la pubblicità. Se solo si riuscirà a capire come diavolo fare.

Se si vuole chiamare gratis oggi le soluzioni non mancano: basta parlare di VoIP, di Skype o di Gizmo, di JaJah e di tutta una serie di altre offerte che normalmente però prevedono la gratuità da computer a computer, da “socio” a “socio”. Più complesso trovare un modo di rendere gratuite le chiamate ad un telefono qualsiasi senza troppe complicazioni, ovvero trovare qualcuno che si prende in carico il costo delle nostre telefonate e ce le regali. Classicamente si è proposto di inserire comunicati pubblicitari all’inizio o in mezzo alla chiamata, ma la reazione degli investitori non è stata travolgente. In effetti questa forma di interruption marketing, questa specie così invasiva di comunicare in uno spazio che percepiamo come tanto privato, lascia perplessi molti analisti e soprattutto molti di quelli che hanno i soldi in mano da spendere in comunicazione.

Oggi ci si riprova sofisticando il modello, basandosi su un teorema già ben espresso in passato: la pubblicità è una gran seccatura, fino al momento in cui ti serve. Allora diventa Customer Service. Sui media testuali dunque si ricorre all’analisi dei testi – in parole povere ci leggono la posta di Gmail (giurando massimo rispetto per la privacy, e speriamo bene) – e ci infilano pubblicità relativa alle le parole contenute nel testo. Ora ci si prova anche sui media vocali.

In particolare, riporta il New York Times,ci prova The Pudding un servizio che rende gratuite le chiamate anche a numeri di telefono normali, inserendo pubblicità contestuali e mirate. Basterà infatti registrarsi e profilarsi perché il sistema si faccia un idea di noi in termini generali, ma soprattutto quando chiamiamo si attiva un sistema di ascolto computerizzato. Prometto che resisterò alla tentazione di essere scontato e citare il personaggio di Orwell che tutti conosciamo. Ma la tentazione è forte. Il sistema del Pudding si basa dunque su sofisticati software di riconoscimento vocale, che individuano nella conversazione alcune parole chiave e fanno di conseguenza comparire nella pagina web che dobbiamo usare per comunicare, annunci contestualizzati – un po’ come in Gmail, per l’appunto.

Per ora, grazie al cielo, non si parla di interruzioni vocali per i consigli per gli acquisti durante la telefonata. Quanto al nostro interlocutore – se non usa Internet, ma sta parlando con noi con un telefono fisso o mobile – dovrebbe ricevere la pubblicità per mail o vederla comparire sul display del suo cellulare. In realtà il modello di business di Pudding Media non è tanto quello di cercare di far concorrenza a Skype, quanto di vendergli il software. L’obiettivo è infatti di cedere la licenza dell’applicazione a operatori del mondo della telefonia convenzionale e non, in modo che questi attivino fonti di revenue addizionali e Puddingmedia si becchi le fee sull’applicazione.

Non so se questo Pudding sia uno spin-off di Echelon, ma è significativo sia stata fondata da una coppia di fratelli che per anni hanno lavorato per lo spionaggio israeliano. Sul fronte privacy non mi scandalizzo più di tanto: si tratta come in tanti altri casi, di una libera scelta, di una decisione che prendiamo – barattare i nostri dati in cambio di qualcosa. Del resto, distrattamente, quante volte i nostri dati li abbiamo regalati barrando la terza casella del modulo della privacy senza nemmeno pensare a che cosa stavamo facendo.

Difficile dire se quelli di Pudding riusciranno a cambiare lo scenario dell’advertising mobile; ad oggi, a quanto si legge, il software ha ancora qualche grinza da appianare, dato che non sempre riesce a interpretare correttamente il parlato (solo in inglese, of course) capendo fischi per fiaschi e proponendo quindi comunicazioni legate al mondo dello spettacolo quando invece sarebbe più corretto un comunicato enologico. Ma questa forma di serenditipità, dice Ariel Maislos, Ceo di Puddingmedia, rende il tutto più interessante.

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