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Se il click è facile, la democrazia è lontana

03 Marzo 2008

Se il click è facile, la democrazia è lontana

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Benché gli echi della campagna elettorale di Barack Obama entusiasmino molti ambienti della Rete, negli Stati Uniti la corsa elettorale si gioca ancora soprattutto sul territorio e in ambiti tradizionali. Proporre Internet come scorciatoia di consensi e di impegno civico è un errore

Sembra impossibile sfuggire a un’insana esagerazione quando si parla di Internet. Dalla Dichiarazione d’indipendenza del cyberspazio di John Perry Barlow (1996) alla bolla dot-com di Wall Street (2000) all’impatto recente di YouTube e del web sociale, tutto viene descritto con grandi metafore, toni iperbolici. I fatti hanno poi dimostrato come, in questi casi eclatanti e molti altri sparsi, l’illusione di potersi disfare di leggi e business plan, di stravolgere pratiche sociali consolidate rimane, appunto, un’illusione. Eppure ci si imbatte spesso in reiterati richiami a veloci rivoluzioni: è quanto trasuda dalla copertura mediatica sull’attuale corsa alle presidenziali Usa.

Dove si tende a piegare i commons online al marketing elettorale, al tipico carrozzone della politica. Mentre in realtà ci troviamo di fronte alla politics as usual, come dettaglia un’impietosa panoramica del londinese The Guardian. Invece si insiste a forzare le dinamiche tipiche dell’online fino a suggerire, ad esempio, che «la Casa Bianca si conquista con un clic» e che si andrebbe eleggendo il «primo presidente Internet», titoli questi tutti italiani. Le cose non stanno così. È ora di tornare con i piedi per terra e analizzare la situazione nel suo giusto contesto.

Nell’abbraccio Rete-politica il maggiore esempio (non solo per gli Usa) rimane finora la scalata tentata da Howard Dean, ex-governatore del Vermont, alla candidatura democratica di quattro anni fa. Finì decisamente male: distante terzo, dietro John Kerry e John Edwards, fin dal primo vero test sul campo, le primarie in Iowa, il 19 gennaio 2004. E ciò appena tre mesi dopo essere assurto a «stella di Internet», con un grande seguito d’attivismo e annesso bottino di donazioni mai visto fino a quel momento – 25.4 milioni di dollari a fine settembre 2003, di cui 12,4 milioni in contanti – accumulato proprio sul web, tramite piccole quote, mediamente 80 dollari a cranio.

Tuttavia, fatto poco noto, alla stessa data George W. Bush aveva raccolto la bellezza di 84,6 milioni di dollari nei tradizionali salotti repubblicani, senza neppure degnare di uno sguardo Internet. Dean finirà per ritirarsi ufficialmente il 18 febbraio 2004, all’indomani di un altro lontano terzo posto nelle primarie del Wisconsin, mentre mancavano ancora quasi sei mesi alla designazione del candidato democratico (John Kerry), e tre settimane dopo aver licenziato in tronco quel Joe Trippi artefice indiscusso della rapida ascesa online. La fulgida gloria conquistata su Internet gli è valsa poco o nulla.

Nel caso non fosse ancora chiaro, ad ammetterlo è lo stesso Dean nell’intervista inclusa in un recente volume che ripercorre con rinnovato entusiasmo i dettagli di tale ascesa, tralasciando purtroppo di analizzarne errori e false speranze. «Probabilmente non avremmo dovuto abbandonare l’attivismo di base tradizionale come invece facemmo», spiega Dean. «Credo anche non ci preoccupammo abbastanza di organizzare le comunità delle minoranze, in particolare tra gli Afro-americani e gli Ispanici».

Analogamente alla “bolla Dean” del 2004, stavolta abbiamo visto John Edward cadere nella trappola della Rete facile. È stato rapido a ingaggiare stuole di blogger e a sfruttare la viralità di YouTube per veicolare messaggi (lotta alla povertà e assistenza sanitaria per tutti) diretti proprio a comunità e attivisti di base, l’ideale per attizzare la campagna online. Ebbene, il risultato non è cambiato: un paio di secche sconfitte ed è andato subito ko. Idem per la timida cavalcata online di Ron Paul in casa repubblicana, mentre stavolta il leader John McCain ne rimane alla larga, dopo aver sperimentato, per primo e con qualche successo, la raccolta fondi sul web nel 2000. Tutti casi che evidenziano, in particolare, come tentare di piegare la rete al marketing elettorale sia pratica che non paga: il ricorso al social networking non va confuso con un’effettiva partecipazione alla vita politica, al di là dell’estemporanea novità, e il massimo della web-politica odierna sembra ridursi ai sovvenzionamenti con un clic. Forse le cose stanno diversamente con Barack Obama, rampante cyber-star elettorale? Neppure per sogno.

È indubbio che la sua presenza sul web, assai più dinamica e diffusa delle manovre tipicamente di marketing, appunto, di Hillary Clinton, vada ormai trasformandosi in un boomerang. Basti vedere, ad esempio, la satira non certo leggera di Obamamessiah, oppure le scanzonate prese in giro di SenatorObamas, che ce lo mostra nelle sembianze di Sumobama, Pharaohbama, Navajobama – faccioni poco simpatici in arrivo anche sulle immancabili t-shirt. Certo, ciò risponde in parte all’andazzo secondo cui l’importante è che si parli di qualcuno o qualcosa, bene o male che sia. Peccato però che ciò funzioni per business o il gossip, non certo per la politica. Lo conferma un articolo del Washington Post che pone la questione nel più corretto quadro generale. Citando fra gli altri l’esperto Peter Leyden: «Per ora si tratta di un boomerang con la b minuscola. Un “baracklash”. Una delle cose che bisogna tenere a mente rispetto alla Internet culture è che esiste una certo compiacimento, una auto-soddisfazione nell’essere più avanti degli altri. Ma ora che la Obamamania è così diffusa online, la gente ha iniziato a manipolarla e frantumarla».

Ancora, perchè e quale differenza dovrebbe fare se l’88% dei finanziamenti di Obama arriva dalla Rete, anziché via assegno bancario o tramite contante? È forse questa una notizia, e non piuttosto lo sperpero che si fa di quel denaro, come prima e più di prima? O il fatto che difetti, manco a dirlo, la trasparenza? Tocca stavolta al New York Times riportarci alla realtà, con un’inchiesta che rivela, fra l’altro, che la campagna Clinton ha speso quasi 100.000 dollari in gozzoviglie per il (mancato) party dopo il caucus in Iowa, più di 11.000 dollari in pizze per tutti, oltre 30.000 dollari per lo staff in lussuosi hotel a Las Vegas, e via di seguito. Analoghe le manovre del candidato opposto: da gennaio ad oggi sia Clinton che Obama hanno speso circa un milione di dollari a testa per le rispettive campagne. Altro che maturità politica di Internet, qualunque cosa ciò possa significare.

Le strade della politics restano cioè caratterizzate da enormi capitali e sperperi diffusi, nonostante (o grazie a) Internet. Ecco perché ha sempre più senso la battaglia anti-corruzione avviata da Lawrence Lessig, inclusa la sua recente decisione di non candidarsi al Congresso Usa (pur se, eventualmente, per soli sei mesi), dopo una decina di giorni ricchi di riflessioni e rilanci che avevano entusiasmato parecchi fautori della libertà di cultura. L’opportunità si era presentata all’ideatore delle licenze Creative Commons per il seggio parlamentare lasciato vacante dal democratico californiano Tom Lantos, 80 anni, spentosi l’11 febbraio scorso per cancro all’esofago. Motivi della rinuncia di Lessig: la quasi certa elezione di Jackie Speier, già senatrice statale e assai apprezzata un po’ da tutti per il suo impegno civile, Lessig incluso; e lo scarso periodo di tempo (30 giorni) atto a preparare una decente campagna che spiegasse la questione al pubblico elettorale, ben oltre gli addetti ai lavori o il seguito raccolto da tempo sul web.

Evento comunque significativo perché esprime il travaso continuo tra l’online e l’offline, con toni pacati e massima trasparenza, e perché fa da apripista a un progetto di più ampia portata, Change Congress, contro la corruzione e gli interessi speciali in quel di Washington. Eppure notizie simili vengono regolarmente snobbate dai media, old o new che siano. Chiaro il motivo: niente titoli forzati o iperbolici, né sangue o gossip. Ergo, ai cittadini non interessano.

Lo stesso dicasi per altre cruciali contestualizzazioni del corrente scenario pre-elettorale negli Stati Uniti. I continui rischi di inghippi per macchine e software elettorali, come hanno rivelato i riconteggi finali (brogli?) delle passate vittorie Mr. Bush. Di questo si è occupata a gennaio la lunga cover story del New York Times Magazine, chiedendosi: «L’America è pronta per un’altra elezione contestata?» C’è poi il fatto non da poco che per votare qui occorre registrarsi per un partito o l’altro, almeno un mese prima del voto e a ogni elezione. Non basta cioè presentarsi al seggio con un documento d’identità il giorno dell’elezione, come accade per lo più altrove, facendo così ridurre drasticamente il numero dei votanti effettivi, soprattutto nelle molte aree remote di un territorio enorme (9,83 milioni di km², l’Italia supera appena i 301.000 km²) popolate da comunità assai diverse tra loro, incluse le sempre più dimenticate minoranze etniche e sociali.

Ancora, l’ampliamento strisciante del digital divide: secondo alcuni è addirittura più marcato di 10 anni fa, con ampie fasce di popolazione che non ha computer o accesso a Internet in casa, mentre falliscono i progetti di WiFi pubblico, vedi San Francisco. E in una campagna come questa centrata sulle strategie web, i candidati (e i grandi media) continuano a ignorare la faccenda. Senza contare che, nonostante le profezie dei guru dell’advertising, la stragrande maggioranza degli investimenti pubblicitari, inclusi quelli politici, rimane tuttora appannaggio dei grandi network Tv, seguite da testate e radio locali, con Internet lontanissima.

Questioni ben concrete e complesse, che meritano seria attenzione sul territorio e che non di rado risultano decisive nell’urna, non solo in Usa e nonostante proiezioni, sondaggi, exit poll di ogni fattura. Contesti in cui l’attuale can-can autoreferenziale sul web finisce per distrarre l’elettore, creando inutile rumore di fondo. Né ha senso insistere con iperboli ed esagerazioni ogni volta che c’è di mezzo la Rete. Il clic facile (e chi lo suggerisce) fa malissimo alla partecipazione dei cittadini – reale, virtuale o potenziale che sia.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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