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Se i tweet sono pesci, come cambia il pescato

11 Aprile 2011

Se i tweet sono pesci, come cambia il pescato

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La vita che scorre sotto gli occhi dell'umanità connessa negli spazi dell'informazione condiziona e arricchisce l'informazione. Ma in che modo la cambia?

Muoversi nel mondo dell’informazione da produttori significa oggi sempre di più confrontarsi con una pluralità di fonti ad accesso diretto che consentono di trattare gli accadimenti secondo la dimensione temporale dell’istantaneità e dell’immediatezza comunicativa. L’impressione è che la realtà si comunichi mentre accade e che sia possibile accedere ai fatti grazie a una loro pubblicazione costante online. La mediazione della rete diventa immediatezza di accesso al mondo. Passiamo così, anche nella realtà professionale di chi tratta informazione, dal collo di bottiglia delle agenzie di selezione e verifica («riceviamo un’Ansa») a un flusso indistinto di possibili (probabili?) fonti a cui accedere direttamente, un flusso che attraversa la rete e da cui pescare, di tanto in tanto, qualcosa.

Basta pescarlo

Noi, lettori ad esempio, possiamo pensare che vengano pescati i pesci più grossi e pregiati, pronti a solleticare il palato dell’informazione grazie al fatto di essere trattati da cuochi esperti (i professionisti dell’informazione). In realtà dovremmo forse immaginare un contesto un po’ diverso in cui chi pesca sta lì sulla sua nave che non è esattamente attrezzata per affrontare quei fondali e quel tipo di pesca, ma che è fiducioso del fatto che sotto le onde vi siano banchi di pesci pronti a farsi pescare e che quello pescato sia, comunque, rappresentativo della sua specie e di quello che resta sott’acqua invisibile agli occhi. Basta pescarlo, intanto, poi la cottura andrà un po’ fatta assieme al lettore.

E via quindi di pezzi costruiti a partire da o contornati di un tweet, un video caricato su YouTube, un post, una foto condivisa online. Unica cautela: mettere un asterisco (talvolta solo metaforico) che rinvia alla scritta “da verificare”. In questo semplice gesto c’è una chiamata di responsabilità del lettore nella costruzione dell’informazione: in qualche modo viene lasciata a lui la gestione finale dell’incertezza, è stato avvertito. Come scrive Luca De Biase riassumendo una posizione molto comune a chi tratta la realtà dell’informazione in Rete: «La funzione di filtro qualitativo, nell’epoca analogica, era affidata a pochi grandi “custodi” del sapere: editori, università, autorità culturali. Oggi, in un contesto in cui tutto si pubblica senza troppe difficoltà, quella stessa funzione si svolge nel momento della fruizione dei contenuti».

Il pescato come dato

E questo è indubbiamente vero. Resta da capire cosa accade quando anche le strutture di mediazione, che esprimono una differenza in termini di potenziale di potere in qualità di nodi significativi nella produzione dell’informazione, trattano come dato il frutto del “pescato”. Prendete questo articolo sugli scontri a Tahrir Square al Cairo che si apre con una fotografia che mostra un ragazzo ferito al braccio sinistro che si fa fotografare da cellulari. Sotto l’immagine c’è una scritta che recita:

Twitter user @AhmedMorsy07 posted an image of a man who said he had been beaten by the army [TwitPic].

La vita dei singoli, la microstoria, diventa così evento quando si cala nel flusso della Rete e viene pescata per diventare Storia. È evidente che quelle immagini (post, video ecc.) sono già pubbliche nel momento in cui vengono diffuse online, ma è solo il trattamento dei media di massa e dei professionisti che le rende “un evento”, la sintesi di ciò che sta avvenendo, un dato la cui rilevanza va oltre la singola vita.

Il pescato sul bancone

Oppure prendete un video come quello caricato nel flusso del sito di RaiNews sull’aggressione dei manifestanti in Siria, che viene semplicemente presentato con la scritta: «Il video mostrerebbe feriti a seguito di un assalto della polizia in una moschea di Deraa». Mostrerebbe. Si tratta di un video che proviene dal canale 123VivaAlgeriaNew di YouTube, canale Arab Revolution, che contiene quindi già una selezione di filmati girati spesso, come questo, amatorialmente da manifestanti. Eppure la formula deve essere dubitativa: “mostrerebbe”.

Ci troviamo così spesso di fronte a una selezione che risponde all’urgenza informativa (trattare i fatti mentre avvengono e “far sapere”) lasciando che l’opzione di filtro sia sintetizzata in una formula dubitativa. Dobbiamo così imparare a far valere le nostre competenze e riconoscere anche noi “il pescato” per distinguere sul bancone dell’informazione cosa farci cucinare.

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