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Scandali, falsi, truffe: è questo l’American way-of-life?

09 Agosto 2002

Scandali, falsi, truffe: è questo l’American way-of-life?

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Corporation e CEO sempre più in aria di ladrocinio, Hollywood paga i politici per inamidare il copyright, e per la strada c'è chi truffa il bancomat difettoso...

Già, siamo in piena estate. Imperano rilassamento e distrazione, anche giustamente. Peccato però che passino inosservate le magagne che continuano a infestare il grande business statunitense. E badate bene: si tratta di roba seria, dalle truffe pesanti ai conti in rosso ai nuovi casi di insider trading, mica bruscolini. Ecco perciò la nuova puntata di questa saga senza fondo, ricca di notizie certamente interessanti (forse, preoccupanti?), che però anche qui passano inosservate, sui media e nelle strade — soprattutto ora che Bush è in “vacanza di lavoro” per un mese nel suo ranch texano. Alcuni eventi di questi giorni affossano ancor più la già precaria fiducia del pubblico nei confronti sia delle grandi corporation, incluse quelle high-tech, sia di Wall Street. E l’iceberg inizia solo ora a salire in superficie.

Intanto, Qwest Communications International, quarto fornitore di servizi di telefonia long distance del paese, riporta perdite nette pari 1,14 miliardi di dollari per il secondo trimestre 2002. Nel medesimo periodo dello scorso anno, la caduta era stata più contenuta (meno 3,31 miliardi). Il bello è che da qualche tempo l’azienda è sotto scrutinio, oltre che per andamenti comunque negativi da parecchio tempo, anche e soprattutto per la revisione dei bilanci finanziari diffusi negli anni passati. Non a caso, di fianco agli ultimi dati, Qwest segnala nei comunicati che sono in corso consultazioni con i propri “auditor, KPMG, allo scopo di ri-verificare le cifre e procedere ad eventuali aggiustamenti” a partire dai bilanci diffusi nel 2000. Quello che invece non si trova nelle press release è ad esempio, qualche spiegazione sul comportamento a dir poco equivoco di Joe Nacchio, ex-CEO di Qwest. Proprio mentre da quest’ultima cominciavano a trasparire segnali di possibili falsi in bilancio, costui ha pensato bene di vendere titoli aziendali in suo possesso, incassare contanti per oltre 200 milioni di dollari, e ovviamente darsela a gambe. Certo non è stato nè sarà l’unico (per ora, basti ricordare il caso Enron, la biotech company ImClone e la cara Martha Stewart), ma insomma…

C’è poi AOL Time Warner, le cui azioni sono calate al di sotto dei dieci dollari al pezzo per via di ulteriori indagini nei suoi confronti avviate dalle agenzie federali. Secondo una denuncia presentata a Los Angeles da alcuni azionisti della fallimentare Homestore.com, quest’ultima avrebbe diffuso dati fasulli sulle entrate pubblicitarie — grazie anche all’aiuto di AOL, sul cui sito circolavano parecchie di quelle inserzioni. Pur non essendo ancora chiaro se e come l’istanza proseguirà contro AOL, ciò ha aggiunto benzina sul fuoco. Anche se le grandi testate sembrano averlo già dimenticato, il gruppo è infatti indagato sia dalla Securities & Exchange Commission sia dal Dipartimento di Giustizia per il ricorso ad “aggressive pratiche di contabilità” che avrebbero portato a gonfiare le entrate e mascherare guai finanziari.

Passando all’agone politico, si viene a sapere che Howard
Berman, deputato democratico della California meridionale, è il primo nella classifica dei destinatari di “soft money” diffuso a piene mani dall’entertainment industry, leggasi Hollywood. Guarda caso, lo stesso Berman appena prima delle vacanze del Congresso ha presentato un disegno di legge mirato a colpire esplicitamente le reti di file-trading peer-to-peer di pubblico accesso. Una proposta che, senza specificare per ora le tecnologie vecchie e nuove di cui farebbe uso, prevede di “bloccare, impedire o comunque isolare” gli scambi sempre più diffusi del mondo peer-to-peer. Il tutto come ulteriore strumento in mano ai detentori di copyright, i quali potrebbero così intrufolarsi negli hard disk degli utenti su cui si troverebbero dei file sospetti. In realtà, sarebbero agenti federali e terze parti ad operare in tal senso su mandato delle società cinematografiche o discografiche, alle quali spetta dunque il bello e il cattivo tempo.

Tra l’altro il tema è stato affrontato l’altro giorno nel corso di Democracy Now!, trasmissione radio quotidiana del circuito Pacifica Network, con il portavoce di Berman tutto testo a bollare come “false” le preoccupazioni di intrusioni arbitrarie e generalizzate contro la privacy. Già, perché solo i legittimi detentori del copyright potrebbero procedere contro gli utenti incriminati e le reti peer-to-peer. Peccato però che non abbia saputo spiegare come e quando ciò avverrebbe in dettaglio, chi assicurerebbe il controllo e impedirebbe abusi per simili procedure, quali strumenti tecnologici ad hoc saranno usati per “hack” i computer degli utenti su internet. Sul fronte opposto sono intervenuti Declan McCullagh, noto giornalista di cyber-politica nonchè ideatore della mailing list Politech, e Siva Vaidhyanathan, autore del volume “Copyrights and Copywrongs: The Rise of Intellectual Property and How It Threatens Creativity.” Il succo è che il copyright va inteso in maniera elastica, com’è sempre stato finora, e che già esistono norme precise a sua tutela. Hollywood non ha bisogno di un ennesimo, pesante strumento “contro la pirateria” che finirebbe invece per complicare la vita di consumatori ed autorità — oltre che impedire il libero flusso dell’informazione online e creare potenziali abusi di potere.

Insomma, se corruzione e scandali infestano il mondo delle corporation, se i politici non sembrano essere da meno, se Wall Street tentenna tra paurosi alti e bassi — c’è forse da meravigliarsi se i semplici cittadini cercano truffare la propria banca? E se poi lo fanno approfittando di un’impasse tecnico degli sportelli bancomat causato a Manhattan dal botto dell’11 settembre 2001, bè, poco importa…

Qualche giorno fa la procura di New York ha confermato che oltre 4.000 persone sono indagate per aver rubato un totale di 15 milioni di dollari da una credit union municipale i cui sistemi informatici erano andati in tilt per i danni subiti dall’attentato terrorista. La polizia ha confermato al momento 66 arresti e 35 ricercati. In pratica è successo che costoro, accortisi del malfunzionamento dei bancomat nell’area del World Trade Center, hanno deciso di approfittarne effettuando ripetuti prelievi di contante dai propri acconti. E anche quando questi erano ormai in rosso, gli sportelli continuavano a sfornare i soldi richiesti. Nell’emozione della tragedia, i dirigenti della banca hanno lasciato fare e soltanto a fine ottobre le macchine hanno ripreso a funzionare normalmente. Nel frattempo un’infermiera di 54 anni aveva accumulato un debito di oltre 18.000 dollari con 54 prelievi di contante. Un impiegato scolastico si era fermato a 11.000 dollari per un totale di 80 prelievi. La gran parte della gente ha però preso somme minori e potrà ripagare più facilmente la banca, mentre si sta cercando di impostare la scaletta dei rimborsi per i casi più difficili — oltre alle pene giudiziarie di là da venire. Si tratta, purtroppo, del caso più clamoroso e ampio di truffe seguite a quei tragici eventi.

Né questa né le altre news rientrano, ahimè, tra le leggende urbane — piuttosto, una serie di piccole grandi lezioni su cui meditare, nonostante l’estate.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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