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Riparliamo di Internet Addiction

20 Agosto 1999

Riparliamo di Internet Addiction

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Su Apogeonline ci siamo a più riprese occupati di "Internet Addiction", cercando di capire meglio di che cosa si tratti. Proseguiamo l'indagine con una intervista al Dr. Francesco Bricolo, psichiatra collaboratore di Psychomedia.

Continuando ad occuparci di “Internet Addiction”, la nostra percezione è al momento che ci sia una notevole confusione sull’argomento; un po’ a causa dell’inevitabile approccio superficiale dei media a questo argomento, un po’ a causa della complessità del dibattito presente al livello della comunità scientifica. Cerchiamo di capire qualcosa in più grazie a uno scambio di riflessioni con il Dr. Francesco Bricolo ([email protected]), psichiatra e psicoterapeuta coordinatore dell’area “nuove dipendenze” della rivista telematica Psychomedia (fondata e diretta da Marco Longo) e autore con altri nel 1997 del primo studio in Italia su questi temi: “Internet Addiction Disorder: una nuova dipendenza? Studio di un campione di giovani utenti” (Società Italiana di Psichiatria Bollettino Scientifico e di Informazione, n. 1-2, anno IV, marzo-luglio 1997 pp. 38-44).

Che cosa è l’Internet Addiction?

Sono stati gli “yankee” a mettere in giro questo termine, lo IAD (ovvero l’Internet Addiction Disorder), vale a dire Internet come una “droga” o addirittura come una “malattia”. Le persone si “attaccano” al videogioco o alla rete e trascurano tutto il resto, famiglia, lavoro, ecc. Il termine ha fatto successo, prova ne sia che lei stessa lo usa. Internet come una droga è praticamente il trampolino di lancio verso la demonizzazione di Internet e della tecnologia digitale e chiunque provi a parlarne con equilibrio, è destinato a fare equilibrismi. C’è un qualcosa di esagerato che impedisce una visione chiara.

Quando si parla di Internet Addiction si fa riferimento a una possibile dipendenza dalla rete, ma si può veramente parlare di dipendenza? Quale può essere una definizione più appropriata?

La letteratura finora prodotta ci spinge ad andare avanti con la ricerca. Già lo studio che feci nel 1997, mostrava come il 10 % dei 230 studenti testati ammettesse delle difficoltà scolastiche causate dal prolungarsi dei tempi di connessione notturni. Gli studi mostrano che c’è qualcosa che non va già nell’attuale fase di diffusione di Internet. Siamo però ben lungi da una definizione e per arrivarci bisognerà andare più a fondo e stiamo lavorando in tal senso. Per esempio, il volume curato da Tonino Cantelmi che sta per essere pubblicato, comprende uno studio importante di una settantina di casi e sarà il secondo studio italiano sull’argomento.

Sulla rivista telematica Psychomedia, lei si occupa di una sezione intitolata Nuove Dipendenze: può spiegarci di che cosa si tratta?

Assieme a Massimo di Giannantonio dell’Istituto di Psichiatria dell’Università Cattolica di Roma, stiamo cercando di organizzare questo spazio editoriale telematico in modo da fornire dati riguardo ai potenziali d’abuso e dipendenza di rilevanza clinica. Siamo davanti al fatto che la sostanza chimica non è più la sola protagonista dello “sballo”. Giovani e meno giovani cercano esperienze di piacere con i mezzi che trovano e perciò anche con la tecnologia digitale, sia essa un videogioco o una chat-line. L’intenzione è di offrire al navigatore un’area nella quale possa trovare dati di riferimento in proposito.

Credo che ci sia confusione e che sia difficile distinguere posizioni ideologiche da posizioni scientifiche. Mi spiego: la tv prima e Internet dopo (ma la storia dei media ci insegna che si potrebbe risalire alla scrittura, al teatro, alla stampa e osservare all’incirca gli stessi fenomeni), sono state accolte e valutate con diffidenza (anche orrore) da alcuni. Viste cioé come potenzialmente pericolose e dannose. Non sempre si è affiancata un’analisi scientifica o medica delle possibile conseguenze negative. Si tratta di un attacco ideologico alla tecnologia e al progresso tecnico o cos’altro? Perché nessuno ha mai parlato, ad esempio, di “book addiction”? Eppure c’è chi legge otto ore al giorno…

Bisognerebbe che otto o più ore di lettura al giorno producessero dei sintomi di rilevanza clinica come per esempio ansia, sudorazione, insonnia; o che per esempio il lettore s’ingegnasse in attività di ricerca dei libri che sottraggono tempo importante al lavoro e agli affetti. In questa prospettiva possiamo prevedere che ci troveremo davanti a dipendenze e abusi con i mezzi chimici e tecnologici che saranno prodotti in futuro.

I ragazzi cercano esperienze che diano alcuni tipi di piacere che non sono più quelli tradizionali, e che in quanto tali possiamo per ora aggettivare come “nuovi”. Più tardi quando avremo altri dati potremmo arrivare a definizioni o perlomeno a descrizioni.

Per adesso possiamo porci una domanda importante: che esperienza di piacere sessuale fa per esempio un adolescente che sperimenta le prime masturbazioni in chat-line, scambiando fotografie porno con chissà chi e chissà dove? E che cosa capisco io educatore, io psichiatra, io genitore di questi ragazzi che stanno già ora costruendo la loro esperienza relazionale in base a rapporti telematici?

Per parecchi adulti, per esempio, è molto difficile pensare che il computer abbia una capacità seduttiva. Lo pensano come uno strumento freddo e non immaginano che i ragazzi d’oggi possano strutturare le proprie esperienze emotive e sessuali anche attraverso Internet, così come non sono in grado di pensare che la spinta all’uso delle droghe venga dalla ricerca del piacere.

Qualche mese fa i media hanno diffuso la notizia del ricovero in ospedale a Roma (stato confusionale, deliri e allucinazioni) di una persona che aveva passato tre giorni consecutivi collegato a Internet. Che idea si è fatto di un caso del genere (fra i primi in Italia, ma simile ad altri registrati negli USA)? Al di là di ogni scetticismo verso la “Internet Addiction” sembra necessaria una certa serietà nell’affrontare casi come questo. Ciò che forse colpisce maggiormente è che, a quanto raccontava la stampa, la “retomane” in questione, come i suoi “simili” americani, non avesse registrato disturbi psicologici in passato.

Infatti non è così. Le racconto com’è andata finora. Young scrisse un articolo ragionando su un caso specifico di abuso delle chat-line in una donna che non aveva disturbi psichiatrici pregressi, cioè non possiamo dire che questo sia accaduto perché c’era un disturbo psichiatrico. I cinque casi che Tonino Cantelmi sta pubblicando e che ultimamente hanno creato tanto clamore dicono il contrario. Si tratta infatti di persone con pregressa diagnosi psichiatrica che hanno sviluppato sintomi psichiatrici associati ad un abuso da Internet. Sono dati che non spostano l’ago della bilancia. Nessuno dei due ha ragione e la verità non sta nemmeno nel mezzo. Bisognerà fare studi più approfonditi. Certamente qui saremmo già davanti al concetto di doppia diagnosi, un disturbo psichiatrico e un disturbo da abuso di tecnologia digitale. Questo pare davvero una grossa novità in attesa di essere falsificata, come ci ha insegnato Popper.

Ai sintomi di quali disturbi psicologici sono più facilmente assimilabili quelli registrati nei casi di “Internet Addiction”?

È un argomento molto curioso, quello dei sintomi. La cultura medico-psichiatrica c’insegna a ragionare in termini di sintomi, mentre questi nuovi aspetti ci portano a ragionare più a livello di compromissione di aree funzionali di vita. Per esempio, un lungo tempo di connessione che porta la persona a trascurare la propria igiene, a perdere il proprio lavoro e i propri affetti. Non esiste una precisa tradizione riguardo la valutazione della “qualità di vita”, eppure la Young stessa ha usato lo schema della compromissione delle principali aree di funzioni vitali come il lavoro, gli affetti, ecc.

La ricerca italiana a che punto si trova su questi temi?

Ora siamo in attesa della pubblicazione del volume curato da Tonino Cantelmi. Si tratta di una raccolta di studi di diversi autori, tra i quali il sottoscritto, che vede anche la partecipazione di uno psicologo inglese, Mark Griffiths, uno dei pochi ricercatori che in Europa porta avanti progetti in questo campo. Tale edizione segna un passo decisivo della ricerca e bisogna dare atto a Tonino di aver avuto il coraggio di portare avanti questa linea. Dico che è stato coraggioso perché, per esperienza, conosco l’opposizione e le incomprensioni cui si va incontro quando si affrontano questi temi, sia tra colleghi sia sui mass-media. Altrettanto coraggiosa è a mio avvio la ricerca che sta conducendo il Dr. Marco Strano a riguardo della cybercriminologia.

Link:
rivista psychomedia (www.psychomedia.it)
K. Young (www.netaddiction.com)
Cybercriminology (http://www.skynet.it/criminologia/)

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