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Quanto Web 2.0 c’è nel Web 2.0?

22 Novembre 2006

Quanto Web 2.0 c’è nel Web 2.0?

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L’abbraccio del business sta per soffocare il social networking? La sperimentazione dal basso è forse fin troppo pilotata? Come procede la maturazione degli individui alla scoperta e all’uso della condivisione online? Tra opportunità e rischi s'impone un momento di riflessione

«Il vocabolario del social networking è importante proprio perché raggruppa ogni idea “altra” in un insieme concettuale. Quanti vengono classificati “diversi” all’interno delle organizzazioni non necessitano di altro che inter-connessioni migliori e gatekeeper in gamba». Tratto da un’acuta recensione (On Trust and Culture, di Karen Otazo) di cinque corposi saggi usciti negli Stati Uniti negli ultimi anni sui modelli di organizzazione socio-industriale, la frase vale anche per il trend del social networking online. Il quale va attirando l’attenzione di antropologi, di business leader, frotte di adolescenti e meno. Grazie ovviamente alla ramificazione e alla complessità di Internet, dove le connessioni interpersonali su scala globale non fanno altro che amplificare quanto da tempo si applica nel mondo imprenditoriale e nella vita reale, dalle associazioni professionali alle attività di quartiere, dalle organizzazioni mirate alla Borsa.

L’introduzione per dire che Flickr, del.icio.us, MySpace, Last.fm, YouTube e compagnia bella sono certamente i pionieri di una nuova forma di collaborazione che va ricreando la mappatura della socialità in Rete con gli ovvi trasbordi online, e al contempo rivoluzionando il piccolo e grande business. Caratteristiche queste sostanzialmente inscindibili, e di cui occorre tenere ben conto ogni qualvolta ci si addentra nelle dinamiche del social networking online. Uno scenario in progress continuo che, sotto l’onnicomprensiva definizione di Web 2.0, continua a bombardare il grande pubblico e ad attirare i grandi investimenti—come ha confermato tra l’altro il recente Web 2.0 Summit a San Francisco. Con annesso rischio di nuova “bolla” Internet e di una certa stagnazione, come rileva fra gli altri un editoriale di ZDNet sull’evento, in cui se ne sottolineano la scarsità di innovazioni reali e una miriade di prodotti tesi alla conquista degli stessi spazi, con «troppe start-up alla rincorsa di MySpace».

Quest’ultimo, emblema di un’inarrestabile espressione sociale che dall’online trasborda offline (e viceversa), oggi vanta oggi qualcosa come 116 milioni di profili personali. Tuttavia, parecchi sono notoriamente falsi e alcune centinaia sono addirittura sono di registered sex offenders, come ha rivelato una recente indagine di Wired News che va a colmare il paniere dei problemi, seri e concreti, dovuti all’eccessiva scioltezza di tali profili e relative norme interne (per quanto ora rinforzate). Non mancano cioè le posizioni critiche sull’intero fenomeno, a cominciare da una dettagliata analisi apparsa su Technology Review, dal titolo: Su MySpace si può far parte degli amici di Burger King: è questo il social networking? In sintesi, la strategia commerciale abbracciata da MySpace minaccia di sfruttare «l’energia populista degli utenti» per intrappolarli nel solito «mondo del commercialismo dei big media». Diventa così del tutto normale imbattersi nelle pagine di aziende varie: a inizio ottobre Burger King aveva oltre 134.500 amici, e 130.000 per il produttore di cellulari Helio. E in generale, i profili spesso e volentieri diventano «enormi piattaforme dove posizionare prodotti personali», a seconda del target e del numero di ‘amici’ al seguito. Secondo l’autore Wade Roush, insomma, non esiste alcun «requisito che imponga a un social network di avere grandi idee». Ma se MySpace rappresenta il volto del social networking online, è lecito chiedersi se in realtà stia rendendo più ricca o più povera la cultura odierna. Conclusione? «Finora gli unici che ne stanno guadagnando sono Rupert Murdoch e i suoi azionisti».

Compie passi falsi anche YouTube, l’altro grande big del momento. Nei giorni scorsi ha accusato il team di TechCrunch di averne violato i Terms of Use con la messa a punto di un apposito tool per consentire anche il download dei filmati. D’altronde fin dal suo lancio YouTube è stato uno streaming-only service. E nel caso specifico, i legali hanno ribadito che «non permettiamo il download dei video ospitati sul nostro sito». Va da sé che simili tool sono disponibili da tempo online, proprio al fine di equipararlo a Revver, Flickr, blip.tv e altri che consentono la bidirezionalità dei materiali – elemento cruciale di ogni rete sociale degna di questo nome. Situazione anomala, rilanciata variamente nella blogosfera statunitense, a partire da Lawrence Lessig che parla di etica del Web 2.0 e non esita a classificarlo un fake sharing site. Non mancano naturalmente le voci contrarie, come quella del futurista Nick Carr, il quale spiega invece che «il Web 2.0 rappresenta un meccanismo incredibilmente efficace per raccogliere il valore economico del lavoro gratuito offerto da moltissima gente per concentrarlo nelle mani di pochissimi». Poco ma sicuro, il dibattito è tutt’altro che sopito.

Pur non volendo ingigantire le ricadute di quisquiglie tecno-legali o di opposte fazioni della cyber-elite, restano gli importanti spunti di riflessione. I quali, a mio parere, devono assumere un aspetto di primo piano nell’attuale fase di maturazione del medium – una maturazione che riguarda, non va dimenticato, gli utenti e le persone ben prima e più che i servizi online. Anziché esaltare una diffusa ma generica rivoluzione del social networking, meglio sarebbe rapportarla al quotidiano reale. Chiederci, ad esempio, se gli “amici” associati ai profili non siano in realtà solo uno scialbo surrogato (non di rado amaro). E se video-sharing dev’essere, che lo sia fino in fondo. Che ce ne facciamo di una socialità strangolata dal rampante business? Quale lo spazio, la forza che noi utenti possiamo effettivamente esercitare in tutto ciò?A cosa servono nuove imitazioni di reti sociali quando ne esistono già a bizzeffe? Davvero tutto qui quel che ha da offrire l’odierna socialità online?

Avendo vissuto la prima ondata della cyber-socialità, a partire dalla nota comunità virtuale di The Well nella Bay Area di San Francisco, quasi 15 anni fa, sarebbe facile affermare che i vecchi tempi erano un’altra cosa. Dove si sbatteva la porta in faccia a intrusioni mediatiche e infiltrazioni imprenditoriali. Non per chiudersi in ghetti dorati o perseguire miraggi di verginità. Piuttosto per evitare di essere strumentalizzati inavvertitamente o triturati prima di giungere a maturazione.

È poi vero che, avendo per le mani strumenti più primitivi, allora la fisicità degli incontri rimaneva comunque centrale. Come anche il fischio del modem, grosso quasi come un odierno laptop, quando finalmente si raggiungeva la velocità di 300, 1.200 o (i più fortunati) 2.400 bps. Oggi invece la banda larga di una connessione perenne va necessariamente modificando anche gli equilibri umani e collettivi. Ma, allora come oggi, far passare il dibattito e la pratica della nostra socialità online sopra le nostre teste rimane un errore. Come anche limitarsi a una Internet-tv che, pur benvenuta, rimane spesso ferma al semplicismo nel mettersi in bella mostra, altro che sharing.

Il punto è re-inventare, dal basso e tuttinsieme, un vocabolario del social networking capace di rispecchiare le nuove potenzialità in un insieme concettuale che abbia senso per noi utenti, inclusi quanti usano ancora il dial-up. Scommessa non semplice, visti i grossi interessi in campo, eppure meglio dissezionare certi paradigmi alla moda, se e quando non dovessero convincerci. Tenendo sempre presente che – questa l’avrete già sentita, ma capita a fagiolo: il futuro non è stato ancora scritto, rimbocchiamoci le maniche!

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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