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Privacy: quando è un rasoio a spiare gli utenti …

05 Febbraio 2003

Privacy: quando è un rasoio a spiare gli utenti …

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L'introduzione di dispositivi in grado di ricevere ed emettere segnali, all'interno dei rasoi di una delle marche più note nel mondo, allarma le unioni dei consumatori che temono per la violazione della privacy dei possibili acquirenti

All’inizio di gennaio, la Gillette ha annunciato che circa 500 milioni di rasoi del modello Match 3 saranno dotati di microchip, che consentono l’identificazione di ogni singolo prodotto, con l’obiettivo di ottimizzare la “tracciabilità” di questi articoli, dal momento della fabbricazione, fino alla vendita al consumatore finale.

La Gillette si è affrettata a garantire che lo scopo dell’impiego di questa tecnologia è quello di semplificare le operazioni di stoccaggio e di prevenire i furti. In particolare, il responsabile del magazzino verrà avvertito automaticamente quando le scorte saranno divenute insufficienti o quando un prodotto viene rubato.

I microchip utilizzati dalla Gillette – detti anche RFID (Radio Frequency Identifiants) – sono stati creati già alcuni anni or sono, dal Centre Auto-ID, un laboratorio del MIT (Massachusetts Institute of Technology), con i finanziamenti di grandi multinazionali quali Gillette, Procter & Gamble, Phillip Morris, ecc.

Il costo unitario dei microchip si aggira tra i 25 e i 5 centesimi di dollaro, secondo i quantitativi ordinati.

Caspian, un’associazione americana di consumatori, insieme a molte altre associazioni, si è detta seriamente preoccupata dall’introduzione di tali tecnologie, il cui impiego può invadere pesantemente la vita privata di ogni cittadino.

Questi microchips, infatti, sono pressoché invisibili ad occhio nudo e non necessitano di batterie: emettono e ricevono segnali, tramite onde radio, dalle quali prendono l’energia necessaria per il loro funzionamento.

Sarebbe pertanto molto facile utilizzare questi dispositivi per controlli a distanza di ignari cittadini. La Gillette, però, assicura che la portata di emissione di queste “cimici” non può superare i cinque metri e che, con il passaggio dalla cassa, verranno disattivate.

Naturalmente, sarebbe più opportuno consentire ai consumatori di procedere personalmente a disattivare il microchip.

L'autore

  • Annarita Gili
    Annarita Gili è avvocato civilista. Dal 1995 si dedica allo studio e all’attività professionale relativamente a tutti i settori del Diritto Civile, tra cui il Diritto dell’Informatica, di Internet e delle Nuove tecnologie.

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