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Pirati? No, custodi della cultura

17 Dicembre 2002

Pirati? No, custodi della cultura

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Se i sistemi anticopia diventano una prassi efficace e diffusa, non poter vedere un DVD estero o suonare un CD sul computer saranno problemi trascurabili in confronto al loro sorprendente effetto a lungo termine: non poter tramandare la nostra cultura

Gran parte della discussione sui sistemi anticopia (compresi alcuni miei articoli precedenti) si è incentrata sui problemi immediati che comportano per gli utenti onesti: non poter suonare un CD in auto o sul personal computer, non poter suonare in Europa un DVD regolarmente acquistato in USA, e così via. In effetti comportano anche un problema ben più grave, ma meno visibile perché meno immediato. Nel lungo termine, i sistemi anticopia cancellano la cultura.

“Cultura” può sembrare una parola grossa da associare a un disco di Max Pezzali o Britney Spears. Discografici e critici si affrettano a dire che la musica pop non è cultura: è un prodotto confezionato a scopo commerciale, più simile a una biella o a un frullatore che a Beethoven. Idem per il cinema: con pochissime eccezioni d’autore, il film è considerato come una merce qualsiasi, di cui disporre nel modo più adatto a trarne soldi. Pertanto si considera naturale e anzi sacrosanto controllarne la duplicazione e la distribuzione: con le leggi, se bastano, e con la forza dei sistemi anticopia se le leggi non bastano.

Ma a differenza di bielle e frullatori, le parole di una canzone di successo, come i personaggi di un film o le loro battute, sono la nostra cultura contemporanea. Entrano a far parte del nostro lessico, spesso superando i confini linguistici. Sappiamo tutti, per esempio, cosa vuol dire “comportarsi come Rambo”; è un paragone che potete condividere senza problemi con un danese, un indiano o un americano, perché vi capirà al volo.

Sono solo canzonette?

Allo stesso modo, un disco che ci piace si imprime nella nostra memoria; riascoltato tra trent’anni, il suo motivetto melenso ci riporterà alla nostra gioventù più efficacemente di qualunque fantascientifica macchina del tempo. Il trash di oggi è il classico di domani. I film di Totò, un tempo aspramente criticati come spazzatura commerciale, ora sono considerati patrimonio culturale della nazione.

La legge dice che quelle canzoni e quei film sono di proprietà di chi ne detiene il copyright, ma ciononostante non possiamo fare a meno di sentirli nostri, perché sono la colonna sonora dei nostri amori, dei nostri sbagli e dei nostri successi. Sono, in altre parole, una parte vitale della nostra esperienza personale. E quando un’esperienza personale è condivisa da tanti individui, diventa la cultura di una generazione.

Anche l’argomentazione che non può trattarsi di cultura perché ci sono in gioco interessi commerciali non regge. La maggior parte dei grandi del passato creava per portare a casa la pagnotta. Gershwin non lavorava certo per la gloria. Victor Hugo ci teneva abbastanza alle vendite de I Miserabili da scrivere al proprio editore una lettera diventata famosissima (scrisse “?”, e l’editore rispose “!”). Persino Michelangelo aveva gli sponsor.

In questo senso, quindi, Max e Britney sono cultura (o lo saranno tra una ventina d’anni, quando i giovani di oggi li ricorderanno con nostalgia). L’autore delle celebri nove sinfonie si rivolterà nella tomba, ma per dirla con Chuck Berry, roll over, Beethoven: fatti più in là, nonno Ludwig.

Autore, padre padrone

Abbiamo sempre dato per scontato di poter passare ai nostri figli, e ai figli dei nostri figli, le nostre collezioni di libri, di musica e di videocassette. Ma con l’era digitale, se i sistemi anticopia prendono piede, questo non si potrà più fare. È un potere che rischia di derubarci dei nostri ricordi e, se applicato su larga scala come si sta iniziando a fare, rischia quindi di toglierci la nostra cultura.

Non è in realtà un potere nuovo: le leggi sul copyright hanno sempre conferito al detentore dei diritti i più ampi poteri di vita e di morte sulle proprie creature. Il proprietario dei diritti di una canzone, di un libro o di un film, per esempio, può decidere se e quando pubblicarlo, a chi farlo fruire e a chi no, in quali paesi distribuirli e in quali vietarne la circolazione, e persino ritirarlo se gli gira di farlo. Un potere straordinario, di cui non ci siamo mai stati né consapevoli né tanto meno preoccupati perché era sostanzialmente inapplicabile.

Infatti un autore poteva strillare finché gli pareva, ma non poteva entrarci in casa e stracciare le nostre copie dei suoi libri o della sua musica. Videocassette e dischi, una volta acquistati, potevano essere custoditi al sicuro e tramandati alle generazioni future, come ricordo della cultura della nostra epoca (nel bene e nel male).

La svolta tecnologica

Ora non più. L’avvento dei sistemi anticopia permette di creare supporti revocabili. Consente al discografico e al magnate di Hollywood di definire una data di scadenza, di limitare l’esecuzione a determinate persone o a determinati luoghi o apparecchi. Sono cose che già avvengono adesso, per esempio, con i dischi promozionali degli Oasis allegati ai giornali, con i codici regionali dei DVD e con i film e brani musicali scaricati dai siti legali come Movielink.com (che fra l’altro è accessibile solo dagli USA, come volevasi dimostrare).

In sostanza, la diffusione dei sistemi anticopia consente finalmente ai detentori dei diritti di esercitare appieno questi superpoteri sinora negati, e questo cambia drammaticamente le carte in tavola. I brani digitali protetti possono essere disattivati a distanza e hanno comunque una data di scadenza intrinseca: infatti dipendono da formati proprietari, da un sistema operativo specifico e da un hardware specifico, che fra pochi anni saranno obsoleti e non più disponibili, e non possono essere trasferiti ad altro supporto (se non ricorrendo alla pirateria), perché sono cifrati. La cultura diventa revocabile.

Chissà come saranno contenti gli storici del futuro, quando non potranno studiare la musica, i film e i libri digitali del nostro secolo perché non sarà possibile sproteggerli: i supporti esisteranno ancora, e i singoli bit saranno perfettamente leggibili, ma non ci sarà modo di decodificarli, perché si saranno perse le chiavi di accesso.

Ray Bradbury aveva intuito uno scenario del genere nel suo celebre Fahrenheit 451, ma aveva sbagliato nemico: pensava che sarebbero stati i governi totalitari a irrompere nelle case per bruciare i libri in modo da cancellarne il contenuto e infine il ricordo. Mai si sarebbe sognato che sarebbero stati invece i magnati dei media.

Amanuensi del computer

Nel romanzo di Bradbury, la cultura sopravviveva agli anni bui grazie a persone che imparavano a memoria i libri, mettendoli così al riparo dai lanciafiamme del regime, in attesa di tempi più illuminati. Anche nel nostro caso qualcuno, grazie al cielo, si sta adoperando per preservare la nostra cultura e tramandarla ai posteri nonostante i tentativi di imbrigliarla. L’ironia della situazione è che questo “qualcuno” non è un’istituzione, una biblioteca o un ente governativo: è un pirata informatico.

Infatti le copie pirata di film e DVD non contengono codici di protezione, e usano formati non proprietari per consentirne la massima diffusione. Quei formati sono indipendenti dal sistema operativo e sono pienamente documentati, per cui per le generazioni future sarà banale ricreare la tecnologia per leggerli. Lo stesso non si può dire per i formati benedetti dai grandi gruppi dell’industria del disco e del cinema, che ambiscono anche a blindare l’hardware, con soluzioni come TCPA e l’imminente Palladium.

Come gli amanuensi nel medioevo, questi mastri masterizzatori creano copie delle opere, che così non andranno perse per colpa della miopia collettiva di un’epoca. Certo non è questo lo scopo primario delle loro duplicazioni, ma è un gradevole effetto collaterale da non sottovalutare.

Siamo arrivati all’assurdo che l’unico modo che ha un consumatore onesto di tutelare il proprio investimento, non solo economico ma soprattutto culturale, è ricorrere alla pirateria; magari a quella “fai da te”, ma pur sempre pirateria agli occhi della legge. E quando una legge spinge il cittadino a commettere illegalità non per tutelare le proprie comodità, ma addirittura per difendere la propria cultura, vuol dire che c’è qualcosa che non va nella legge.

Reo di aver scassinato il proprio PC

Che ci sia qualcosa che non va è particolarmente lampante per Jon Johansen, un ragazzo norvegese che da tre anni è sotto processo perché ha scritto DeCSS, un programma che gli consentiva di vedere sul suo computer Linux un DVD da lui regolarmente acquistato.

Sì, avete letto bene. Ravvisate forse un crimine in quello che ho descritto? Eppure c’è, secondo l’MPAA, l’onnipotente associazione cinematografica americana, perché DeCSS sblocca la cifratura dei DVD, facilitandone quindi indirettamente la duplicazione abusiva. Johansen non ha duplicato alcun DVD (infatti non è di questo che è accusato), ha sbloccato la cifratura di un DVD di cui è legittimo proprietario, e lo sblocco della cifratura è una normale procedura eseguita da ogni software di lettura per DVD, ma sono naturalmente dettagli del tutto irrilevanti, secondo l’MPAA.

L’opposizione degli informatici ai sistemi anticopia si è basata finora su obiezioni che lasciano piuttosto indifferente l’opinione pubblica (“Non puoi suonare il DVD sul tuo personal computer sotto Linux? Oh poverino, usa Windows o comprati un lettore separato come le persone normali e vai a sporcare più in là, grazie”). Così i discografici e i pezzi grossi del cinema hanno gioco facile nel difendere le loro nuove tecnologie: tutelano posti di lavoro, che diamine. Fa niente se risulta che i film più piratati sono sistematicamente anche i più acquistati in DVD.

Forse è ora di adottare un approccio un po’ più incisivo e comprensibile, dicendo chiaro e tondo qual è il vero problema: lungi dall’essere una semplice scomodità per l’utente onesto, le tecnologie anticopia sono un crimine contro i nostri figli, perché non ci permettono di conservare e tramandare loro la nostra cultura.

Scettici? Ne riparliamo tra vent’anni.

L'autore

  • Paolo Attivissimo
    Paolo Attivissimo (non è uno pseudonimo) è nato nel 1963 a York, Inghilterra. Ha vissuto a lungo in Italia e ora oscilla per lavoro fra Italia, Lussemburgo e Inghilterra. E' autore di numerosi bestseller Apogeo e editor del sito www.attivissimo.net.

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