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Pinguini, cappelli rossi e altre faccende del pianeta Linux

23 Agosto 1999

Pinguini, cappelli rossi e altre faccende del pianeta Linux

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A margine di LinuxWorld, riflessioni su usi, costumi e differenze dei linuxiani. Più che mai alla conquista del mondo, ma senza strafare.

Fra le diverse migliaia di persone che a vario titolo hanno preso parte al LinuxWorld di San Josè due settimane fa, facevano spicco due personaggi decisamente inusuali. Jeffrey, 7 anni, e la sua compagna Lucinda, 12 anni. Due pinguini africani in carne ed ossa, presenti saltuariamente nello stand di Magic Software Enterprises, azienda con base in Israele. Iniziativa in onore della mascotte ufficiale di Linux, recentemente decretata tale dal suo creatore Linus Torvalds. Ma mentre abbondavano pinguini multicolori di pezza, piccoli e grandi, ampi berretti a forma di becco, adesivi, poster e tazze con la tipica effige, non sono stati in pochi a trovare di cattivo gusto la presenza dei due animali in un simile ambiente. Qualcuno è arrivato a contattare la locale protezione animali per le verifiche del caso. Gli uccelli sono esclusi dalle leggi federali sugli animali esotici, è stata la replica, e il trainer personale dei due pinguini ha assicurato tutti che Jeffrey e Lucinda stavano benone, essendo abituati alle performance pubbliche: noti a Hollywood, appaiono regolarmente in spot televisivi e pellicole cinematografiche. Inoltre, sono nati in cattività e per l’occasione alloggiavano in una suite al Fairmont Hotel, o meglio in una piccola area “coperta di giornali.” Comunque sia, quando sono stati portati anche sul palco nel corso di un panel pomeridiano, non parevano particolarmente allegri e pochi tra il pubblico hanno abbozzato un sorriso.

Succede anche questo sul pianeta Linux, un pianeta dalle mille anime e in subbuglio continuo.

Oppure storie come, ad esempio, la rosea situazione in cui si sono venuti a trovare quelli dai cappelli (da baseball) rossi, all’anagrafe Red Hat. Dopo aver messo piede ufficialmente a Wall Street proprio nel corso di LinuxWorld, l’azienda leader nella distribuzione di software open source ha visto balzare le quote azionarie ad oltre 72 dollari, rispetto ai 14 dell’apertura. E questo in appena tre giorni di contrattazioni, un vero e proprio record che ha fatto gridare alla follia gli operatori borsistici. Oggi, a una decina di giorni dal debutto, la cifra sembra essersi stabilizzata a più di 60 dollari per azione, oltre il 400 per cento del valore iniziale. In tal modo Red Hat ha già messo nei forzieri la bellezza di 84 milioni di dollari, con un valore di mercato intorno ai 4 miliardi. Mentre il responsabile della società, il canadese Robert Young tutto d’un colpo “vale” 472 milioni di dollari, piene sono le tasche anche di svariati programmatori che finora avevano lavorato volontariamente, a parte alcuni esclusi dall’offerta agevolata loro concessa da Red Hat per via degli strettoie regolamentari. A fronte di tutto ciò, lo giubilo nel parterre della mega-kermesse è stato generalmente contenuto, insieme a qualche mugugno di scontento da parte degli haker più idealisti e appassionati che vedono di cattivo auspicio l’eccessiva commercializzazione del movimento open source. “Se Linux diventa famoso come Windows, mi ammazzo,” avrebbe detto uno di loro tra gli stand della manifestazione.

Davvero difficile far convivere le eclettiche sfaccettature della rivoluzione open source?

Forse neppure troppo, se è vero quanto ha affermato dal palco nientepopodimenochè Linus Torvalds in persona nell’evento-clou di questo LinuxWorld, la sua relazione sullo state-of-the-art del kernel del sistema. Replicando ad una domanda specifica nel corso dell’articolato fuoco di fila cui si è ben volentieri sottoposto, il padre di Linux ha fugato ogni dubbio: open source e free market vanno a braccetto verso un ragionevole trionfo. La collaborazione tra la comunità di programmatori, le varie aziende coinvolte e i diversi sponsor alle spalle pare essere pressoché perfetta, fondata com’è sulla comune e radicata convinzione di voler conquistare i mercati e i computer di tutto il mondo. Alla faccia di Microsoft, ovviamente, ripetutamente beccata dalle battute di Mr. Torvalds e di altri partecipanti, battute pienamente condivise dal pubblico. Le cui svariate migliaia di persone hanno affollato all’inverosimile l’enorme salone predisposto per il l’intervento del leader carismatico, dando anzi vita ad una coda letteralmente infinita lungo l’androne e all’esterno del Convention Center di San Josè per accaparrarsi i posti migliori, con un’ora d’anticipo sul programma. Anche perchè l’intervento di Linus Torvalds è stato sagacemente previsto nella tarda serata di martedì 10, quando cioè era ormai chiusa l’attigua esposizione con annessa “libera uscita” concessa alle centinaia di operatori e addetti degli stand.

Accolto da una vera e propria ovazione, Linus Torvalds si è schernito invitando tutti alla calma e partendo con un breve ringraziamento alle numerose persone che sette anni addietro avevano dato avvio a quest’incredibile avventura inviando “molti assegni difficili da incassare, perchè in dollari, a uno sconosciuto e povero studente in Finlandia.” Medesimo e ampio riconoscimento alla comunità Linux era arrivato da Larry Augustin, presidente di VA Linux nonché chairman della conferenza, nell’introdurre lo stesso Torvalds. Un chiaro feeling di compartecipazione e condivisione collettiva che, per quanto assai diffuso nell’open source community, dal vivo riesce a diventare davvero palpabile, contagioso ed emozionante anche per i semplici curiosi. Un feeling che ha fatto da leit-motiv anche al serrato botta-e-risposta successivo, oltre una ventina di domande per lo più centrate su questioni e aggiornamenti tecnici. Linus Torvalds ha risposto a tutte con humour e competenza, smorzando i trionfalismi e spiegando in dettaglio certe technicalities da addetti ai lavori. Appena chiusa la versione 2.2.11 del kernel, si spera di avere pronta la 2.4 entro l’anno, inclusiva di supporto per schede audio, tecnologia universal serial bus (USB), schede PCMCIA, opzioni plug-and-play. Ma il messaggio di fondo è senz’altro quello che il futuro di Linux rimane nelle mani del network mondiale di sviluppatori, con l’obiettivo di rendere il sistema operativo open source sempre più vicino alle esigenze quotidiane dei comuni utenti informatici.

E dai linuxiani non c’è da aspettarsi nulla di meno, forse qualcosa di più.

Senz’altro divertente, oltre che auto-ironica, la successiva presentazione del IDG Linus Torvalds Community Award., dove ancora una volta quest’ultimo ha messo sul ridere le sperticate lodi introduttive, sia nei suoi confronti sia dell’editore IDG, che pubblica tra l’altro la serie “For Dummies”, oltre 50 milioni di copie vendute nel mondo. Nonostante sia entrato nella classifica di Time delle persone più famose dell’anno, Linus Torvalds rimane un tipo modesto e alla mano. Come pure, anche se a modo suo, il focoso Richard Stallman, cui è stato assegnato il premio, un assegno del valore di 25.000 dollari. Nel balzare sul palco, il fondatore della Free Software Foundation si è subito lanciato nel tipico assolo di visioni rivoluzionarie e “free” ben oltre i successi dell’open source, affermando che dare a lui quei soldi “è un po’ come foraggiare i pirati.” L’ennesima contraddizione di questo variegato movimento, dove comunque pare trionfare (per fortuna) il paradigma delle diversità che uniscono, anziché dividere. Insieme ad una generale rilassatezza, elemento importante in un’industria sempre molto tirata e business-oriented come quella high-tech. Lo hanno testimoniato anche a LinuxWorld le due biondissime e giovanissime figlie di Linus Torvalds che, salite quatte quatte sul palco mentre parlava Stallman, hanno rapidamente monopolizzato l’attenzione e le risa del pubblico.

Questo ed altro accade sul pianeta Linux nell’epoca della sua rivoluzione.

Un pianeta, per chiudere, che va sempre più popolandosi di giacche e cravatte (meglio, il corrispettivo casual California-style), di fianco al tipico look un po’ trasandato dei vari hacker-programmatori. I quali rimangono sempre in gran numero e assai vivaci, come si evidenziava dall’area multicolori e iperattiva curata dalla Free Software Foundation e denominata “.org” o nel party successivo all’Award organizzato dai quei folli di slashdot.org. Mancano, a dire il vero, le presenze femminili: poche le donne presenti tra il pubblico, ancor meno agli stand, nessuna nei panel sul palco. Un vero peccato. Come pure non si son viste persone di colore o di origine messicana, pur se ormai metà California parla spagnolo. C’era però qualcuno arrivato dal Sudamerica e giravano vari gruppi di giovani asiatici, molti Asian-American ma altri giunti appositamente da quelle regioni. Saranno anzi queste ultime il target delle prossime uscite di LinuxWorld, previsto a novembre prima a Taipei e poi a Hong Kong, precedute dall’edizione settembrina di Tokyo e seguite da quella di New York il prossimo febbraio.

I linuxiani crescono e proliferano a tutto spiano, quindi, da Wall Street al resto del mondo. E sembrano aver ragione. Almeno per ora.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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