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Personal branding, io come marchio

04 Maggio 2009

Personal branding, io come marchio

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L’idea di considerare una persona alla pari di un brand può far storcere il naso. Non si tratta però dell’ennesimo spot per vendere se stessi, ma di scoprire come una migliore comunicazione delle proprie caratteristiche e esperienze possa aiutare l’attività professionale

La crisi finanziaria ha reso evidente, qualora ce ne fosse ancora bisogno, come lo scenario del mondo del lavoro sia profondamente mutato. Abbandonata per la maggior parte delle professioni l’idea di un posto fisso e di una carriera nella stessa azienda, concetti che il vecchio secolo si è portato definitivamente via, ci stiamo abituando al cambiamento come costante del mercato. Gli unici elementi sui quali ripartire sembrano essere le abilità acquisite nel tempo e le relazioni interpersonali. Colleghi, conoscenti e clienti con i quali ci siamo confrontati possono garantire sulla professionalità, competenza e personalità sulla base delle esperienze condivise. Queste persone, per certi versi, ci conoscono attraverso il nostro personal brand.

Il personal branding è l’insieme delle idee, sensazioni, individualità e valori che un individuo riesce a trasmettere attraverso le sue attività ed il suo comportamento. Se l’immagine personale è la somma dei tratti fisici, del corpo e dell’abbigliamento, il personal branding è la somma degli elementi interiori e intangibili. Sebbene non si tratti di un concetto nuovo, il brand personale sembra aver trovato nuova linfa con il web 2.0 e i social media, attraverso servizi che permettono una comunicazione a bassissimo costo.  A coniare il termine nel 2007 fu Tom Peters, genio del business management statunitense, in un articolo dal titolo emblematico: The Brand Called You, il marchio chiamato te. Nel manifesto di quello che si sta affermando come qualcosa di più del rinnovamento del coaching tradizionale, Peters evidenziava i cambiamenti nelle carriere professionali, proponeva di nominarsi amministratori dell’azienda “Io spa” e suggeriva l’unico modo di emergere in un mondo dominato dai brand: trasformarsi in un marchio a propria volta e utilizzare strategie di promozione simili a quelle adottate da CocaCola, Nike e Apple.

Provocazioni a parte, non dobbiamo pensare di metterci nei panni di un paio di scarpe o in quelli di succo di frutta, ma cercare di valorizzare i punti di forza e le unicità, consapevoli dell’effetto che hanno nella mente degli altri. Un brand non è un grande marchio, ma è l’effetto e la percezione del grande marchio nella testa dei consumatori. Viviamo e ci muoviamo in una società dell’immagine e siamo spesso disposti a rinnovare la nostra fiducia in prodotti più costosi dietro la promessa di valore che ci offre un marchio; perché quindi non sfruttare a nostro vantaggio caratteristiche e ideali che riusciamo ad associare alla nostra persona? Di fatto la pratica di valutare e assegnare un’etichetta sulla base delle prime impressioni fa parte delle abitudini di comportamento da sempre. In questo senso il personal branding non è un’opzione, tutti hanno un proprio marchio e ogni persona viene definita dagli interlocutori. Basti pensare ai soprannomi legati a qualità e caratteristiche personali. Il punto è riuscire a delineare il nostro brand prima che lo facciano gli altri per noi.

Per le persone in cerca di occupazione può rappresentare un’occasione per distinguersi e far proprio un vantaggio competitivo; ma riuscire a gestire il proprio brand personale è un’opportunità importante anche per i professionisti soddisfatti della propria occupazione. Sviluppare la propria carriera, ricevere nuove proposte di lavoro, entrare in relazione con altre persone interessate agli stessi argomenti e vedersi riconoscere la propria autorevolezza è più di una soddisfazione personale, tanto più se è vero che le referenze stanno soppiantando il cv tradizionale. Da quando il web 2.0 ha generato una serie di strumenti di comunicazione online disponibili a tutti, le opportunità di visibilità, networking e comunicazione personale si sono moltiplicate. Blog e servizi di social network sono ambienti ideali nei quali promuovere i propri interessi, rendendo di fatto accessibili i nostri contenuti in maniera permanente.

Dan Schwabel è il personaggio americano diventato icona del personal branding online e, manco a dirlo, ha creato nel tempo un brand fortissimo e molto riconosciuto. Schwabel ha definito i punti fondamentali nel percorso di creazione e gestione del brand personale. Da principio occorre scoprire chi siamo e che cosa vogliamo fare. Concentrandoci sulla posizione o sul lavoro attuale non riusciremmo a capire quali sono le vere passioni e gli obiettivi personali. Può trattarsi di argomenti che maneggiamo con abilità e grandi conoscenze oppure temi da scoprire e studiare dettagliatamente. L’importante è che ci sia un interesse autentico dietro la scelta. Successivamente occorrerà creare la strategia di promozione del brand. Un blog, un account su LinkedIn o su altri social network, persino una profilo su Twitter può essere funzionale al nostro marchio. A patto di volere veramente “sporcarsi le mani”. La semplice presenza non è sufficiente a conquistare visibilità online: occorre partecipare in maniera attiva, portando valore alla Rete attraverso contenuti e commenti, cercando il dialogo con altre persone interessate e dalle quali spesso nasce uno scambio costruttivo. Non si tratta di fare promozione in maniera tradizionale, ma di entrare in relazione e cercare un modo per aiutare realmente gli altri.

Assieme alla qualità dei contenuti e degli scambi serve costanza. Forse l’elemento più critico per mantenere il proprio brand personale. Detto questo siamo pronti a farci brand. Se una graziosa perditempo è riuscita a conquistare la copertina di Wired e a far lezione al MIT Sloan di Boston sul marketing e l’imprenditorialità online, diventando una celebrità anche al di fuori della Rete, abbiamo tutti una possibilità.

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