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Per una democrazia culturale, da Internet alle biblioteche

09 Maggio 2003

Per una democrazia culturale, da Internet alle biblioteche

di

Il pensiero del Prof. Siva Vaidhyanathan al crocevia tra democrazia e cultura nell'era digitale

Fattore centrale dell’odierno coacervo cultural-digitale rimane la proprietà intellettuale. Per maggior precisione, quel variegato filone in cui rientrano tematiche che spaziano dalle norme sul copyright elettronico ai fenomeni tipo Napster, dal software libero all’ennesima deregulation dei grandi media in arrivo. Con tutta una serie di questioni che vanno pesando sulla vita quotidiana dei cittadini, a partire ovviamente dall’ambito statunitense. Questioni che da tempo vanno interessando una schiera di osservatori tanto attenti quanto per lo più ignorati nel dibattito generale. Tra costoro va certamente annoverato Siva Vaidhyanathan, professore di Cultura e Comunicazioni presso la New York University. A lui si deve “Copyrights and Copywrongs: The Rise of Intellectual Property and How It Threatens Creativity”, lavoro del 2001 cruciale tanto quanto i tomi di Lawrence Lessig, e l’altrettanto importante saggio in lavorazione, “The Anarchist in the Library: How Peer-to-Peer Networks Are Transforming Politics, Culture, and the Control of Information”. Vaidhyanathan cura tra l’altro una stimolante serie di riflessioni e articoli a tutto campo, raccolti nell’immancabile blog personale.

Ecco quindi una sintesi del suo pensiero in materia, con stralci tratti da una recente intervista curata da Paul Schmelzer, giornalista che manovra un altro weblog da non mancare Eyeteeth, A journal of incisive ideas.

“Sia la democrazia che la cultura condividono l’idea che entrambi operano al meglio quando i materiali grezzi vengono distribuiti in maniera semplice ed economica. Ciò significa comunità che veicolano idee tra persone, temi e varianti onde raggiungere alla fine una sorta di consenso su quel che riveste valore positivo e merita di restare in circolazione. Riconosciamo questo come il modo in cui si sviluppa la cultura… Ma negli ultimi 25-30 anni il Governo statunitense ha esplicitamente deciso di sostenere gli interessi commerciali di una manciata di corporation – nomi quali News Corporation, Disney, AOL-Time Warner, Vivendi – i cui prodotti sembrano meritevoli di vantaggi commerciali per gli americani. Di conseguenza, tutte le politiche in materia sono mutate in loro favore. Ciò riguarda policy su chi possiede e gestisce i network radio-TV, la durata delle tutela del copyright, e quali le forme che questo debba seguire.”

“Il problema è che queste società, che investono così tanti milioni di dollari in prodotti commerciali high-end che il governo ha deciso debbano rappresentare la cultura odierna, hanno smesso di credere nel comune copyright. Hanno smesso di credere che ciascuno di noi possa regolamentare la cultura in maniera semplice e ragionevole, perché temono che la tecnologia digitale ci spinga a minacciarne il mercato. Si è dato spazio all’assunto non verificato secondo cui, ad esempio, il mercato della musica sarebbe scomparso nel caso la tecnologia digitale avesse consentito agli utenti la condivisione di file musicali. Come risultato, il Digital Millennium Copyright Act ha espropriato la regolamentazione della cultura dagli esseri umani, dai tribunali e dal Congresso per riporla nelle macchine, trasformandola in una questione tecnologia anziché umana.”

“La cultura non ha alcun valore se la si tiene chiusa in casa. Non possiamo negare di trovarci una situazione quantitativamente nuova, viste le potenzialità della tecnologia digitale e del networking, ma non altrettanto a livello qualitativo. In realtà ci stiamo comportando come abbiamo sempre fatto. Sono le pratiche di condivisione della cultura a costruire cultura. La proliferazione della condivisione gratuita (fotocopie, registrazione di cassette) è semplicemente la simulazione elettronica di quanto si è fatto in città, villaggi, quartieri e scuole di tutto il mondo per secoli. Ma la forma di produzione culturale che questo paese, e di conseguenza il mondo intero, ha deciso di celebrare, proteggere e promuovere è esclusivamente la forma industriale.”

“La cultura è anarchica per natura. La cultura si forma senza leader, auto-prolifera tramite il consenso e la revisione. La cultura funziona al meglio in presenza di autorità e guide minimali… Ma quelli tra noi che celebrano la libertà dei nuovi sistemi d’informazione, tendono ad ignorare i problemi che questi creano, a ignorare il fatto che comunque sia tali sistemi possano facilmente veicolare elementi negative, e ciò rappresenta una certa irresponsabilità… La vera questione è: a quali metodi ricorrere per attaccare questi elementi negativi tipo pedofilia, razzismo, terrorismo? Problemi concreti e decisamente complessi, con profonde radici storiche che richiedono decenni o anche secoli per essere confrontati onestamente. Invece, cerchiamo di affrontarli in maniera superficiale affidandoci alla tecnologia, e questo ritengo sia un grave errore.”

“Non credo sia possibile negare come anche il commercio sia un motore per la cultura. E certamente ciò non deve costituire alcun problema per la cultura. Non stiamo parlando di cifre-zero. Ecco qualcosa che dobbiamo sempre tenere a mente riguardo la cultura: non mette questo contro quello, raggruppa tutto un insieme. Riguarda miscugli e proliferazione, scambi e prestiti e aggiunte, piuttosto che sottrazione e sostituzioni. Quella tra commercio e cultura è una falsa dicotomia.”

“L’USA Patriot Act è un assegno in bianco offerto ad un’istituzione governativa, in questo caso l’FBI, notoria per infrangere i propri stessi limiti e per dimostrarsi inefficace, incompetente e sull’orlo della corruzione. Probabilmente il Patriot Act rappresenta il più grande esempio di pratiche scorrette degli ultimi 50 anni… Non sappiamo quali ne siano gli effetti, e neppure il Congresso sa quante volte sia stato utilizzato né quante persone siano investigate sulla base di quelle norme. Il Congresso non conosce, e di conseguenza non lo sappiamo neppure noi, quale ne sia stata l’efficacia e non esiste assolutamente alcun possibilità per verificarlo.”

“Oggi le biblioteche pubbliche sono divenute luogo di conflitto. Vengono percepite come covi per terroristi e pornografi. E ciò non soltanto costituisce un’errata descrizione della funzione delle biblioteche nella vita quotidiana, ma credo che alla fine si riveli un’ipotesi pericolosa. La biblioteca è il tempio del concetto secondo cui la conoscenza non sia riservata soltanto ad una élite, che l’accesso debba essere a poco costo quando non gratuito, che le porte debbano restare aperte per chiunque… Se le biblioteche pubbliche vanno considerate luoghi pericolosi, allora i bibliotecari sono i nostri eroi. Questo è qualcosa che dobbiamo davvero sottolineare.”

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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