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Parlare al cellulare, senza emettere un suono

04 Maggio 2005

Parlare al cellulare, senza emettere un suono

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Il silenzio è d'oro (seconda puntata). Dopo la discoteca silenziosa della settimana scorsa, parliamo del cellulare voiceless

Riassunto della puntata precedente: viviamo in una società fragorosa, ma alcune invenzioni fanno sperare che la società possa evolversi verso forme di convivenza più quiete. Un primo esempio è quello trattato su queste pagine la settimana scorsa, ovvero la discoteca dove invece delle casse ci sono le cuffie wireless.

Un secondo esempio è invece legato all’ubiquo e intrusivo telefono cellulare.
Per necessità o per semplice maleducazione, per arroganza o per incapacità di metterci nei panni degli altri, le conversazioni di perfetti sconosciuti costituiscono una colonna sonora che ci accompagna praticamente ovunque, praticamente tutto il giorno.
Se ne potrebbe fare a meno, molti l’eviterebbero volentieri… ma la comodità del telefono mobile è tale che ormai è impossibile pensare a un mondo dove si telefoni meno, a qualsiasi ora, in qualsiasi luogo.

In soccorso di quelli che, come me in questo istante, si ritrovano a penare cercando di concentrarsi su quello che scrivono o leggono mentre il vicino di scompartimento disseziona la moralità di una lontana cugina, arriva la tecnologia militare made in USA.

Una mamma e un SEAL hanno gli stessi problemi

In effetti, una mamma ansiosa nel mezzo di una rappresentazione teatrale e un soldato delle forze speciali profondamente infiltrato nel territorio nemico condividono il medesimo problema: comunicare senza essere sentiti.

Così, stimolata più dalla seconda area applicativa che dalla prima, la DARPA (Defense Advanced Research Projects Agency, proprio quella responsabile dello sviluppo del primo embrione di Internet dietro l’allora sigla ARPA), ha fatto partire un ampio progetto di ricerca per la comunicazione voiceless.
Ha emesso un bando di gara per il programma Advanced Speech Encoding, il cui oggetto è (fra le altre cose) quello di svolgere ricerca, sviluppo, prototipazione e testing di sistemi che rilevino le forme d’onda generate dalla glottide, usando poi quei dati a supporto della comunicazione vocale.

Al posto del microfono, un collarino?

A ricevere, in realtà, il problema non c’è: basta un buon auricolare e il nemico (o il direttore d’orchestra) non si accorgono di nulla. A trasmettere invece la faccenda si fa più complicata, e ho visto persone dall’aria rispettabile cercare di aggirare l’ostacolo comunicando con il linguaggio dei segni (alfabeto muto) davanti alla telecamerina del loro videotelefono. Imbarazzante.
E così, a meno di inviare messaggi testuali (tipo mail, sms o telex) o di ricorrere al codice Morse (peraltro mandato in pensione), ci si ritrova costretti a parlare in un microfono e dunque a emettere suoni.

Le tecnologie studiate del progetto Advanced Speech Encoding promettono di sostituire i microfoni con sensori non acustici.
Questi sensori funzionano sul principio di captare i segnali dai nervi e dai muscoli della gola. Un esempio abbastanza sviluppato è quello del TERC (Tuned Electromagnetic Resonator Collar) sviluppato dall’Istituto Politecnico del Massachussets.

Un simpatico collare da indossare che rileva i mutamenti capacitivi causati dal movimento delle corde vocali, usando tecnologie derivate da strumenti di indagine clinica (la risonanza magnetica). Così, anche se fate finta di parlare ma non emettete alcun suono, il collarino coglie comunque il segnale e lo passa al telefonino.

È certamente plausibile che l’uso di un collare microfonico, perfettamente adeguato in un contesto militarmente operativo, possa rivelarsi socialmente non troppo accettabile.
Una tecnologia alternativa, che si potrebbe adottare in questi casi, è basata sulla captazione di impulsi mioelettrici ovvero delle deboli correnti elettriche che attraversano i nervi.
Ad oggi la soluzione più semplice sta nel piazzare alcuni discreti elettrodi nel collo, sfruttando una tecnologia originariamente sviluppata dalla NASA.

Gli elettrodi captano le variazioni di impedenza e,come nel caso del collarino, passano avanti il segnale ad un circuito che processa l’informazione e, attraverso una rete neurale, identifica le parole che (probabilmente) avevate intenzione di emettere.
Si passa la palla ad un sintetizzatore vocale digitale che si occuperà infine di ritrasformare il segnale in suoni.
Certo non col la vostra voce, certo non con le stesse inflessioni e accenti espressivi… ma permettendo comunque di raccogliere informazioni dalla babysitter sul sonno dei piccoli abbandonati a casa per godersi i sensi di colpa di una serata all’opera senza prole. O poter continuare a conversare con amici e fidanzati nel bel mezzo di una rumorosissima discoteca, di quelle che non hanno ancora adottato le cuffie wireless.

Appendice tecnologica

I potenziali benefici e ricadute del progetto militare sulle applicazioni civili non si limitano però ai semplici sensori microfonici: nel cuore del progetto c’è lo sviluppo di sistemi di comunicazione affidabili che possano operare con bit rates inferiori a 1Kb/sec, con un obiettivo dichiarato di arrivare a 300 bps.

Comunicazioni in banda così stretta, oltre a rendere più difficile l’intercettazione dei messaggi da parte del nemico, avrebbero interessanti impatti sul fronte delle reti di telecomunicazione in ambito civile e profonde implicazioni sulla durata delle batterie dei cellulari (o analoghi device di radiotrasmissione), sempre in attesa che arrivino le benedette celle a combustibile a sostituire gli accumulatori.

Se vi occupate di queste tecnologie e avete una buona idea o un’invenzione in questo campo, toglietevi però dalla testa di proporvi come possibili fornitori/sviluppatori, e rivolgetevi invece al settore privato: la richiesta di proposte da parte della DARPA è infatti limitata esclusivamente ai soli cittadini o imprese americane.

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