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Ora la tv prova davvero a superare il palinsesto

29 Agosto 2011

Ora la tv prova davvero a superare il palinsesto

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Di televisione on demand si parla da anni, ma non è mai diventata davvero realtà. Ora forse qualcosa comincia a girare per il verso giusto

C’è un sogno piccolo piccolo, che sembra sempre a un passo dal realizzarsi, ma di fatto sono anni che viene rimandato: la televisione on demand, dove l’utente sceglie liberamente che cosa vedere, quando lo vuole, senza barriere. Finora ci sono stati solo parti incompleti di questo sogno. L’IpTv è forse il più rumoroso. È un servizio caduto in un grosso equivoco. Nel promettere la libertà dai palinsesti, ha invece imposto una barriera in più agli utenti: quella di doversi affidare in toto a un solo operatore (per il telefono, l’Adsl e la tv).

Allergici al palinsesto

Bisogna forse partire da quest’equivoco per apprezzare le ultime cose che si stanno muovendo, rendendo quel sogno vicino come non mai. Anche in Italia, dove operatori e costruttori di apparati lavorano a una prima Tv on demand senza barriere, nella modalità della piattaforma. Segnali positivi, che portano già a qualche stima ottimistica riguardo ai futuri ricavi. Probabilmente è una rivoluzione inevitabile. Del resto, la tivù on demand è il riflesso – tardivo, soprattutto in Italia – di una società liquida, dove i tempi del lavoro e del consumo sono orientati a un eterno presente senza attese. A fronte di questo, è davvero obsoleta la logica del palinsesto; e la possibilità di registrare un programma è solo una pezza sul crescente scollamento tra tv e società.

Lo sanno anche le emittenti tradizionali. Mediaset, nel presentare il servizio On Demand sul digitale terrestre, ha rimarcato che voleva così inseguire quei nuovi utenti, spesso giovani e tecnologici, ormai allergici al palinsesto. Vista così non è altro che una rivoluzione dei consumi. Dove la tv on demand è solo una modalità di fruizione più comoda, che avrà un mercato interessante. Eppure la promessa va ben oltre: l’on demand è anche in potenza il fiorire di un pluralismo dell’informazione e dell’intrattenimento. Il motivo è semplice: si supera la logica del palinsesto, che da sempre relega i contenuti della coda lunga in orari scomodi (o obbliga a metterci una pezza con la registrazione).

On demand plurale

È ovvio che in questo modo ci stiamo riferendo all’on demand che realizza il proprio potenziale, non dei servizi già disponibili. Questi hanno diversi gradi di barriere che si frappongono tra l’utente e la liberazione dei contenuti tv. L’on demand realizzato (pluralistico) invece dovrebbe avere le seguenti caratteristiche. Primo, essere una piattaforma tipo Android Market (più libero dell’App Store), con contenuti di terze parti. Secondo, l’utente non deve comprare un oggetto apposito o un costoso televisore per accedere alla piattaforma: deve trovarsela già disponibile, un po’ come quando accende la tv e ci trova i canali. Terzo, la piattaforma deve avere, immediatamente visibili, contenuti pregiati, interessanti per il grande pubblico, misti a quelli più o meno di nicchia.

Idealmente, i due tipi di contenuti devono essere collegati, del tipo si vede un telegiornale di un’emittente nazionale e la piattaforma ci suggerisce, su quella stessa notizia, anche il servizio “alternativo” di una web tv e un film-documentario sullo scenario. Il pluralismo va anche educato e supportato, infatti; se i programmi alternativi restano isolati in una piattaforma con contenuti solo di nicchia, avranno scarso impatto sociale.

I servizi disponibili

Adesso si vedono i primi sforzi nella giusta direzione. Nel 2011 sono nate tre piattaforme con contenuti tv di terze parti: Cubovision di Telecom Italia, Tiscali Tv e Chili di Fastweb, pensate per funzionare sui televisori via internet. I primi due hanno varie applicazioni e contenuti presi dalla normale internet. Cubovision ci aggiunge contenuti premium (film), mentre Tiscali Tv si distingue per la presenza di web tv. Entrambe sono aperte al contributo di sviluppatori indipendenti. I principali difetti di gioventù sono che le due sono integrate in un numero limitato di prodotti (particolari set top box e, nel caso del Cubovision, anche le nuove tivù Samsung) e ancora non sono arrivati i contenuti di terze parti.

Chili ha un approccio diverso: ha solo film (400 ora, 800 entro fine anno); è presente  su un vasto numero di terminali: i principali marchi di tv (Samsung, Lg), smartphone/tablet Android (che è il sistema operativo mobile più diffuso), lettori Blu-ray. Fastweb prevede di stringere a breve accordi con gli altri marchi tv (Panasonic, Sony) e salirà a bordo di ulteriori smartphone (Apple da settembre). Si concentra solo sui film perché l’utente, in quegli apparati, può trovare altri contenuti on demand integrati (il meteo, YouTube, Facebook) e quindi non aveva senso replicarli. La filosofia on demand di Chili darà tutti i suoi frutti, almeno con i film e documentari, quando ce ne saranno migliaia: bisognerà quindi aspettare. Serve inoltre che il naturale ricambio delle tv e dei lettori crei una massa critica di utenti che hanno accesso alle piattaforme on demand.

Esito incerto

Per il momento, c’è di buono che anche grandi attori nazionali come gli operatori hanno colto l’urgenza di farsi piattaforma (sebbene con potenzialità ancora da esprimere). Difficile dire come andrà a finire, su questo sentiero. Potrebbe derivarne che i contenuti alternativi conquisteranno un maggiore spazio (pluralismo). Oppure soltanto ci sarà una maggiore comodità di accesso a quelli di massa, che così persino potrebbero riconquistare audience. Giocheranno tanti fattori, per giungere a uno di questi due esiti, e certo è che le emittenti tradizionali faranno di tutto per non perdere spazio. Come dimostra il caso della Google Tv, ostacolata dai broadcaster Usa e ora flop evidente. Non aspettiamoci maggiore apertura dalle emittenti italiane.

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