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Online music: tutto a posto e niente in ordine

11 Novembre 2003

Online music: tutto a posto e niente in ordine

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Proteste per il blocco del progetto al MIT e per l'accordo tra Penn State e Napster, mentre gli utenti paiono sbarazzarsi dei file illegali

Altra settimana bollente sul fronte della musica online. Le proteste delle major del disco hanno messo rapidamente a tacere il Libraries Access to Music Project appena lanciato dal Massachussetts Institute of Technology — pur se ufficialmente trattasi di chiusura temporanea. Nel frattempo la Pennsylvania State University annuncia un accordo col redivivo Napster: gli studenti avranno l’accesso al servizio degli studenti verrà coperto dalle quote universitarie destinate all’info-tech, decisione che suscita più di qualche critica interna. Pare intanto che le campagne da tolleranza-zero dell’industria stia ottenendo qualche effetto pratico (pur se poco eclatante): secondo un’indagine del NPD Group, in agosto circa 1,4 milioni di famiglie USA si sono disfatte di tutti i file musicali presenti sui propri PC.

Partendo da quest’ultima notizia, la stima è basata su un campione di 10.000 utenti monitorato dalla stessa agenzia di ricerche. Confrontando la cifra con quella dello scorso maggio, cioè prima dell’avvio delle denuncie a raffica da parte della RIAA, erano state 600.000 le famiglie corse a rimuovere i file sonori. Secondo Russ Crupnick, vicepresidente del NPD Group, l’incremento è direttamente proporzionale al clamore suscitato da tali denuncie, piuttosto che all’espansione dei servizi musicali a pagamento. Aggiungendo però che simili iniziative legali vanno minando non poco la fiducia e l’opinione generale dei consumatori nei confronti dell’industria discografica. La media del materiale eliminato in agosto sembra comunque essere inferiore ai 50 file per computer. Vale qui la pena di segnalare un altro dato dalla rivista Billboard: il download a pagamento online ha superato le vendite di CD singoli. Da fine giugno a fine ottobre sarebbero state prelevate sul web 7,7 milioni di canzoni, contro appena 4 milioni di pezzi unici venduti su CD. Alcuni sostengono trattarsi di cifre poco attendibili, poiché risulta alquanto ridotto il mercato dei CD contenenti una sola canzone, a fronte delle oltre 500.000 legalmente disponibili online.

In ogni caso, si tratta di manovre tese a ridurre — in qualsiasi modo possibile — il traffico illegale su internet. Ragione alla base anche dell’accordo appena annunciato tra la Pennsylvania State University e il nuovo Napster. Aperta a tutti gli studenti immatricolati, l’iniziativa mira a fornire alternative legali agli scambi del P-2-P illecito così diffusi nei campus. Le spese del tutto saranno a carico dei fondi per l’info-tech inclusi nelle tasse universitarie. Decisione che ha suscitato proteste da parte degli stessi studenti, sintetizzabili come segue: “i soldi della mie tasse potrebbero essere meglio utilizzati per ricostruire il network interno o migliorare le attrezzature dei laboratori”. Altra ragione di scontento è il fatto, non da poco a livello giovanile, di sovvenzionare le major senza il consenso degli studenti che pagano le tasse universitarie. Per ora, tuttavia, il presidente della Penn State spiega di non aver ricevuto alcuna formale protesta al riguardo, sottolineando come nessuno abbia storto il naso con analoghe iniziative avviate a suo tempo per l’abbonamento ai quotidiani o alla TV via cavo nel campus.

Rimanendo in ambito universitario, i responsabili del Massachussetts Institute of Technology ci hanno ripensato, bocciando rapidamente l’iniziativa degli studenti Keith Winstein e Josh Mandel con il supporto economico di Microsoft. A una settimana dal lancio, il Libraries Access to Music Project è stato chiuso — pur se temporaneamente, in attesa di capire, forse, come e se aggiustare il tiro. Il rapido dietro-front è dovuto alle lamentele inoltrate dall’industria musicale, la quale avrebbe chiarito di non aver mai concesso i diritti per la diffusione delle canzoni sull’intera rete universitaria della TV via cavo. Secondo i due studenti, invece, i pezzi messi a disposizione del campus arrivano direttamente da Loudeye, distributore ufficiale con base a Seattle che sostiene di avere in catalogo “circa 48.000 pezzi di musica digitale sotto licenza”. Anche se in seguito un portavoce della stessa Loudeye, sempre su pressione delle major, ha poi dichiarato: “Al MIT abbiamo fornito contenuti, non la licenza per distribuire tali contenuti.” Non ci vuole molto a capire che ci si arrampica sugli specchi, mettendo a nudo la natura troppo spesso indecifrabile delle attuali leggi sul copyright. Come illustra Jonathan Zittrain, professore alla Harvard University: “Non sembra che il MIT stesse cercando di rubare alcunché, quanto piuttosto di aprirsi un varco in una legislazione incredibilmente bizantina. Ma buona fede e genialità tecnica da sole non possono farcela.”

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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