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No al monopolio globale dell’informazione

22 Febbraio 2002

No al monopolio globale dell’informazione

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Marginalizzate le voci del dissenso in USA, perquisizioni a tappeto contro Indymedia in Italia: scenari tanto globali quanto anti-democratici.

Il pensiero indipendente è sempre più sotto pressione. Un trend tutt’altro che nuovo, semplice tassello della globalizzazione mainstream in corso da tempo. Una tendenza nata dalle roccaforti dell’economia mondiale basate in USA, da Seattle in poi, e presto estesasi ovunque. Per chi non se ne fosse accorto, la conferma più fresca arriva proprio dal Bel Paese. Dove la giornata di mercoledì 20 febbraio ha visto numerose perquisizioni della polizia, sotto il coordinamento dalla Procura di Genova, contro vari sedi ed attivisti di Indymedia, il network dell’informazione indipendente sparso sull’intero globo via Internet. Ennesimo episodio teso a zittire, appunto, l’informazione autonoma, le voci fuori dal coro. E che richiede una presa di posizione — da una parte e dall’altra dell’oceano–
a tutela di simili spazi indipendenti e contro ogni tentativo intimidatorio.

È vero che in Nord-america questa tendenza repressiva passa sempre meno per episodi polizieschi. Dimenticati gli anni del Vietnam e dei pesanti blitz anti-hacker, come pure l’era dello scandalo Watergate. Ormai funziona meglio la tattica del far finta di nulla, ignorando ogni tipo di critica per procedere col ‘business as usual’, soprattutto sotto l’amministrazione Bush. Il trend che ha però subito una brusca accelerazione dopo i tragici eventi dell’11 settembre. Ciò non riguarda soltanto l’apparato repressivo, dall’USA Patriot Act frettolosamente approvato a fine 2001 alle nuove misure in discussione al Congresso per appesantire ulteriormente pene detentive già severe in tema di cyber-crime. Il brutale e fittizio spartiacque artificiale creato tra buoni e cattivi, tra fedeli patrioti e fiancheggiatori dei terroristi continuerà certamente a pesare parecchio nel futuro socio-politico degli Stati Uniti. Non a caso quasi sei medi dopo quei fatti, rimangono del tutto marginalizzate e isolate le posizioni anti-belliche e in generale le voci dissenzienti, le testate autonome. Un dissenso che invece meriterebbe spazio proprio nei frangenti più difficili, garantendo il massimo di pluralismo e confronto aperto – pena la caduta dello stesso contesto democratico. Eppure, complici alla grande i media mainstream, quasi nessuno qui pare preoccuparsene. Così le posizioni di valenti studiosi Noam Chomsky, Howard Zinn, Cornwell West vanno faticosamente cercate nei rari siti-contenitori dell’area progressista (AlterNet, WebActive), in qualche programma radio FM (Democracy Now!, Alternative Radio) o in fondo agli scaffali delle librerie, pubblicati da editori “minori” (Seven Press Stories).

In Italia, per zittire il dissenso sembra invece che il governo (governo?) Berlusconi preferisca ancora le maniere forti. Dall’alba di mercoledì le forze dell’ordine hanno colpi centri sociali e altri luoghi in diverse città (incluse Torino, Firenze, Bologna, Taranto) sequestrando “computer, archivi, materiali di ogni genere, che servono al lavoro quotidiano, culturale e politico, di centinaia di attivisti italiani”, come riporta il comunicato ufficiale diffuso da Indymedia. In pratica, documenti audio-video relativi ai fatti del G8 genovese, meglio all’irruzione della polizia nella scuola Diaz-Pertini di Genova e nell’Independent Media Center Indymedia ivi allestito. In realtà, riprendendo la medesima press release, “è possibile accedere con pochi clic a tutti i materiali a disposizione. Il materiale sequestrato a Bologna, Firenze, Torino, Taranto come tutti i materiali di Indymedia è liberamente consultabile al nostro indirizzo Internet. Così come gli archivi delle nostre mailing list, delle chat, di tutta la nostra attività. Indymedia lavora alla luce del sole.” Basta collegarsi al sito e cercare in archivio.

Perché mai dunque l’ennesimo giro di vite? C’era davvero bisogno di queste improvvise irruzioni, dei sequestri indiscriminati?

Difficile comprendere i magistrati quando descrivono la motivazione nel decreto di perquisizione — “Indipendent Media Center Italia (ha) avviato la raccolta in rete ed a mezzo posta di materiali, foto/video, realizzati da privati e riferibili alle manifestazioni verificatesi in Genova in occasione del vertice G8” — visto che trattasi di un’iniziativa da tempo in corso e aperta a tutti.
Difficile non dar ragione a un comunicato diffuso nelle ultime ore dall’area romana (tra cui Indymedia-Roma; Av.A.Na.net; Candida Tv; Radio Onda Rossa) in cui si legge tra l’altro: “È chiaro che è in atto una pesante ‘provocazione’ nei confronti di tutte quelle realtà che danno voce alla libera e indipendente informazione, testimoni/attivi anche dei fatti di Genova.”
Già, perché queste irruzioni fanno il paio con altri episodi contro entità d’informazione indipendente: in queste ore, la perquisizione nella sede dell’Associazione giuristi democratici, e qualche giorno fa il ritiro della frequenza assegnata da tempo a Radio Onda Rossa, annunciato dal Ministero delle Poste e Telecomunicazioni.

Difficile, insomma, non vedere in questa serie di episodi l’ennesima scusa per mettere la sordina all’informazione indipendente anche in Italia, per confermare come il modello Berlusconi voglia seriamente emulare quello univoco imposto da Mr. Bush.

Nel frattempo si cerca di far luce sui recenti episodi e futuri sviluppi, mentre il sito di Indymedia ospita le numerosa testimonianze di solidarietà in arrivo dal Brasile alla Spagna agli Stati Uniti. Appena inserito anche un comunicato del Consiglio Nazionale della FNSI, nel quale si “esprime preoccupazione per l’iniziativa della Procura della Repubblica di Genova che, con propri ordini di acquisizione e di perquisizione, ha sequestrato materiale fotografico e video (peraltro già ampiamente noto e pubblicizzato), nella sede bolognese di Indymedia.” E trattandosi di fonte al di sopra di ogni sospetto, vale la pena di sottolineare la conclusione del documento: “Il tema della difesa del diritto a fare informazione da parte di tutti i giornalismi era stato uno dei pilastri delle iniziative della FNSI, dell’Associazione Ligure dei giornalisti e dell’Ordine dei giornalisti della Liguria durante il G8. Un diritto che non può essere leso in alcun modo, né nei confronti dell’informazione storica e tradizionale, né nei confronti delle nuove forme di giornalismo e di informazione come quelle del circuito di Indymedia.

A tutela di questo diritto e contro ogni monopolio informativo, nonché per opporsi alla chiusura dei media indipendenti, ecco gli appuntamenti dei prossimi giorni: venerdì 1 marzo, ore 18, sit-in a Palazzo Chigi (piazza Colonna), sabato 16 marzo manifestazione nazionale a Roma sotto lo slogan “Reclaim the media.” Per ulteriori dettagli e aggiornamenti

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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