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NO ai brevetti software in Europa: questione davvero finita?

11 Luglio 2005

NO ai brevetti software in Europa: questione davvero finita?

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Chiusa la porta alla direttiva (grazie al voto del PE), si spera che non rientri dalla finestra (nei governi nazionali)

648 voti contrari, 14 favorevoli, 18 astenuti: con questo risultato la scorsa settimana il Parlamento Europeo ha definitivamente rigettato la direttiva sui brevetti software. Il portavoce della Commissione europea ha infatti spiegato che verrà ripresentata: “È un esempio di democrazia a livello europeo…la Commissione rispetta la decisione del Parlamento”. Si chiude così, dopo anni di rimandi legislativi e opposizioni a tutto tondo, una vicenda parlamentare che altrimenti avrebbe equiparato lo scenario europeo a quello statunitense. Rimangono cioè in vigore le clausole previste dalla Convenzione Europea sui Brevetti del 1973, dove il software rimane escluso dalla brevettabilità. Eppure non tutte le ombre sono dissipate: è plausibile prevedere prima o poi la palla passi ai singoli stati, meglio, ai rispettivi Uffici Brevetti e alle annesse pressioni industriali, che non mancheranno certo di farsi sentire in futuro.

Proprio in previsione di simili rigurgiti, il comunicato prontamente diffuso dall’ufficio italiano della Free Software Foundation Europe (FSFE), puntualizza che si tratta di “…un segnale forte contro i brevetti sulla logica che è alla base del software, ma anche segno di poca fede nell’Unione Europea e una chiara richiesta all’Ufficio Brevetti Europeo (EPO) affinché cambino la loro politica: l’EPO deve smettere immediatamente di rilasciare brevetti sul software”. Il punto cruciale, su cui concordavano sia i favorevoli che contrari alla proposta, riguardava infatti la necessità immediata di fare chiarezza sulle procedure europee nel settore. Non certo a caso il fronte degli oppositori, che spaziava dalla piccole e medie imprese ad associazioni in rappresentanza di nomi quali Sun, Oracle, Fujitsu e Yahoo!, aveva avanzato una serie di specifici emendamenti mirati proprio a garantire che in futuro il software non sarebbe stato comunque brevettabile.

In altri termini, pur se collegialmente il Parlamento aveva già respinto la direttiva, questa era stata rimessa in gioco da votazioni limitate al Consiglio e alla Commissione nonché, a livello pratico, dall’attività seguita dall’EPO finora. Come spiega Jonas Öberg, vice-presidente di FSFE: “L’Ufficio Brevetti Europeo ha abbondantemente ignorato tale convenzione [del 1973] garantendo approssimativamente 30000 brevetti software negli anni passati: tutto ciò deve finire oggi! All’EPO non deve essere più permesso di ignorare ulteriormente le linee politiche europee!”. Sono simili pratiche e attitudini, insomma, a creare il terreno per i possibili ritorni della grande industria sul tema, nel tentativo di far rientrare dalla finestra quanto oggi è stato buttato fuori dalla porta principale.

Ecco perché perfino i fautori della direttiva europea hanno dichiarato una certa soddisfazione. A partire dalla reazione del maggiore conglomerato industriale, la European Information, Communications and Consumer Electronics Technology Industry Association. “Non possiamo ritenerci terribilmente felici – ha spiegato il presidente Mark MacGann -, ma vista l’attuale situazione politica, siamo contenti di essere riusciti ad evitare uno scenario assai più negativo”. Il riferimento riguarda l’aggiramento del divieto esplicito e totale per i brevetti software: non a caso MacGann ha aggiunto che è sempre meglio “non avere nessuna legislazione che una mal fatta”.

Al di là dei timori per il futuro, al momento va registrato il giusto entusiasmo della moltitudine di attivisti, dirigenti e cittadini che hanno portato a questa votazione. L’apposita pagina della Foundation for a Free Information Infrastructure offre un lungo elenco, in aggiornamento continuo, con i link agli articoli (inglesi) apparsi nei giorni scorsi su testate online prestigiose o meno. Dove si insiste ovviamente sul fatto che si tratta di “un momento importante nella battaglia per la libertà d’informazione” e per la creazione di un ambiente concretamente favorevole all’imprenditoria europea, non soltanto per quella del software libero e/o open source. Oppure, come insiste un blogger addentro al tutto, “si tratta di una chiara vittoria per i freedom fighters”, ancor più considerando che fino a pochi giorni fa la prospettiva più vicina sembrava l’approvazione parlamentare. La quale è stata invece bloccata grazie sia a “un’intensa attività diplomatica dell’ultimo minuto” sia, soprattutto, alle innumerevoli iniziative pubbliche attivate non solo in Europa ma anche nel resto del mondo.

Tra le molte citazioni possibili, gli articolati commenti in circolazione su Shashdot.org rivelano un netto entusiasmo affiancato da riflessioni di vario tipo sul futuro, mentre pare che Steve Ballmer (CEO di Microsoft) alla vigilia del voto abbia riproposto il solito ritornello: “L’industria del software va producendo molta innovazione, e riteniamo che questa vada tutelata”. Battuta che viene riletta a dovere dallo staff di Groklaw: “Vuol dire che l’innovazione firmata Microsoft debba essere protetta da quella altrui”. Infine, il mondo dell’open source appare alquanto fiducioso: “Il business model dell’open-source sarebbe stato seriamente minacciato [dalla direttiva]”, chiarisce Thomas Vinje, partner dello studio legale Clifford Chance che rappresenta tra gli altri Red Hat e Oracle. “Il Big Money ha perso”. Speriamo sia davvero così.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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