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News (online) sempre e ovunque, anche in vacanza e a pagamento

05 Giugno 2001

News (online) sempre e ovunque, anche in vacanza e a pagamento

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Dovremo forse scegliere tra information overload e testate online a pagamento?

Information overload, estremizzazione della circolarità offerta dal villaggio globale. Ma anche una sorta di droga cui sembra molti non possano più fare a meno — grazie anche all’ubiquità di gadget d’ogni tipo e fattura. Uno scenario che sono in troppi a voler confermare nonostante l’approssimarsi delle vacanze, come rivela un recente statunitense. Ovunque si trovi, il 75 per cento (su un campione di oltre mille persone) non vuol mancare le previsioni meteorologiche, mentre il 66 per cento brama per i risultati sportivi. Nel frattempo, com’è oramai noto, l’informazione online fatica non poco a tenersi a galla. E un po’ tutti si sbattono alla ricerca delle soluzioni più adeguate. È ad esempio il caso di I-mode, il potente content service provider via wireless di proprietà NTT DoCoMo che vanta 23 milioni di utenti in Giappone. Sembra ormai prossima l’introduzione di tariffe d’abbonamento a carico di quei fornitori di contenuto che vogliano continuare a usufruire del servizio. I quali si rivarrano, c’è da scommetterci, sugli stessi utenti. Tendenza simile in UK, dove la maggioranza degli internauti inglesi si dice ben disposta a pagare pur di avere accesso all’informazione sul web — con particolare riguardo per ricerche, archivi giornalistici, pezzi musicali, previsioni del tempo e servizi finanziari.

Forse la nota più interessante arriva dal sondaggio condotto in California per conto di Infogate, società dedita alla diffusione di notizie con base a San Diego. Oltre ai dati di cui sopra, il 45 per cento degli interpellati ha dichiarato di non poter stare senza le news d’attualità, che si trovi o meno in vacanza, mentre il 39 per cento deve per forza seguire quotidianamente le maggiori vicende economiche. Una buona metà ritiene pur sempre indispensabile la e-mail, soprattutto per restare in costante contatto con amici e familiari. Va notato come normalmente, ovvero quando non è in vacanza, ogni statunitense trascorra una media di quattro ore al giorno — inclusi i fine settimana — a digerire ogni tipo di informazione. Si tratta, appunto, della notoria information overload che viene imposta ad ogni ora del giorno e della notte dalle fonti più svariate — televisione, stampa, Internet. Tutt’altro che facile, insomma, liberarsi, anche volendolo, da questa nuova e ben accetta forma di dipendenza.

È vero che, riprendendo l’affermazione del conduttore di “Morning Edition”, super-popolare trasmissione mattutina della National Public Radio, in ultima analisi spetta al singolo scegliere e decidere quale informazione abbia più senso e a cui valga la pena di prestare ascolto. Altrettanto vero, come scrive Bill Moyers in un illuminante pezzo apparso recentemente su “The Nation”, che occorre tenere alta l’importanza di essere “fastidio pubblico” nell’odierno panorama dominato dalle grandi corporation dell’informazione a detrimento del buon rapporto tra giornalismo e democrazia. Ma il rischio è che alla fin fine l’overload produca solo rumore, porti alla dipendenza cieca e provochi gran confusione. Oltre a rivelarsi, almeno in parte, responsabile della crisi sempre più sparata attraversata dalle testate online. Le quali non nascondono i problemi alla ricerca di un business model soddisfacente, incluso l’antico sistema dell’abbonamento, sistema che finora ha avuto successo soltanto in qualche raro caso (in primis il Wall Street Journal).

Chissà però che prima o poi il trend non acquisti maggiore spazio. Sembrerebbe indicarlo un’altra indagine ad hoc, stavolta condotta in Inghilterra dall’agenzia Mondex. Il 57 per cento degli utenti Internet interpellati sarebbe infatti disposto a pagare l’accesso a specifiche informazioni sul web. Si tratta soprattutto di poter raggiungere dati per ricerche varie, archivi di testate giornalistiche, raccolte di pezzi musicali da prelevare via download, orari dei trasporti pubblici, nonché opzioni oramai immancabili: previsioni del tempo, oroscopi quotidiani, servizi finanziari. Sarebbero anzi questi ultimi a incontrare il maggior favore al pagamento, con oltre una sterlina a volta, seguiti dai giochi online e dai dati per le ricerche. Secondo gli esperti di Mondex, il contenuto online a pagamento diffuso da testate inglesi potrebbe ammontare alla bella cifra di 2,6 miliardi di sterline al mese.

Intanto Kiyoyuki Tsujimura, direttore del dipartimento global business della giapponese NTT DoCoMo, preannunzia tariffe anche a carico dei content provider che utilizzano I-mode per la diffusione delle proprie news. I-mode fornisce servizi via wireless a 23 milioni di utenti in Giappone e va imponendosi come modello di successo in altri paesi. La mossa andrebbe ad influenzare un settore dalle grandi potenzialità, pur se qualcuno (anche all’interno della stessa DoCoMo) la considera tuttora prematura. In realtà già oggi circa la metà di quei 23 milioni di utenti paga qualche tipo di abbonamento ai vari content provider, i quali però a loro volta sborsano ad I-mode soltanto una minima percentuale (intorno al 9 per cento) delle vendite effettivamente andate in porto tra quanti usano il sistema I-mode.

Nel complesso, si tratta di possibili soluzioni e catene tariffarie che contribuirebbero comunque a far cadere il mito dell’informazione libera e gratuita su Internet. E che forse potrebbero anche produrre una più sana selezione tra le testate disponibili, imponendo maggior qualità e approfondimenti. Senza dimenticare l’insperata diminuzione dell’information overload, anche se poi qualcuno avrà bisogno di vacanze senza media per disintossicarsi….

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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