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Microsoft condannata per pirateria? Non proprio

14 Maggio 2002

Microsoft condannata per pirateria? Non proprio

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Distratti dalla tragedia dell'11 settembre, i media hanno praticamente ignorato la sorprendente condanna per pirateria inflitta da un tribunale francese a Microsoft. Ecco come la paladina delle campagne antipirateria software è finita con imbarazzo dalla parte del torto

Il 27 settembre 2001 Microsoft è stata condannata per pirateria software dal tribunale francese di Nanterre. Non ne sapevate nulla? Non siete i soli. La notizia è passata praticamente inosservata a suo tempo, perché il mondo intero era ancora sotto shock dopo gli attentati dell’11 settembre e i loro strascichi all’antrace. Solo ora è stata ripresa e sta generando comprensibili ondate di clamore.

La notizia non è fresca ma è comunque ghiotta, visto che Microsoft è da sempre in prima linea contro la pirateria software. È un membro importante della Business Software Alliance (BSA), il “braccio armato” delle aziende di settore, responsabile di numerose (e purtroppo equivoche) campagne antipirateria di alto profilo, e ovunque si trovano i banner pubblicitari di Microsoft che ammoniscono dei pericoli derivanti dall’uso di software pirata.

Una certa fetta della comunità informatica gongola all’idea di vedere Microsoft colta a razzolar male dopo anni di prediche altisonanti. Non soltanto per l’indubbia ironia della situazione, ma perché Microsoft dà l’impressione di usare le campagne antipirateria non tanto per educare l’utenza al rispetto delle leggi sul software in generale, quanto per favorire molto specificamente i propri prodotti e giustificare le proprie formule commerciali, e questo atteggiamento a molti non va giù.

La strategia di Microsoft, dicono le malelingue, consiste nell’instillare negli utenti paure, incertezze e dubbi (fear, uncertainty and doubt o FUD) nei confronti del software libero e open source. Infatti l’azienda di Bill Gates da tempo considera Linux (prodotto libero e open source) la principale minaccia al proprio monopolio di fatto, come ben descritto da Microsoft stessa nei celeberrimi Halloween documents. Avendo capito a malincuore che questa forma di concorrenza non è attaccabile né sul piano del prezzo né su quello della qualità, ha scelto di denigrarla sistematicamente, sperando che a furia di tirare fango un po’ ne rimanga attaccato.

Un classico esempio di questa strategia del FUD è far credere che il software open source esponga gli utenti a mille pericoli, compresa la perdita di posti di lavoro, il ritiro degli investitori stranieri, il collasso dell’economia nazionale e la crescita di una generazione di analfabeti tecnologici. Non sto scherzando. Sta scritto ad esempio in una imperdibile lettera inviata recentemente da Microsoft a un rappresentante del congresso peruviano, la cui risposta al fulmicotone è diventata un vero manifesto a favore dell’open source nelle pubbliche amministrazioni.

Soprattutto, oltre a questi trascurabili inconvenienti l’open source promuoverebbe la suprema piaga della violazione della cosiddetta proprietà intellettuale. In sostanza, Microsoft sostiene che il software open source, scritto da chissà chi e senza il supporto tecnico e i doveri di responsabilità che caratterizzano una struttura commerciale aziendale, potrebbe contenere idee rubate (ma di quest’ipotesi non presenta alcuna prova) e rendere ricettatori i suoi utenti; dunque conviene comperare il software Microsoft, che invece non espone a quest’insidia.

Quello che fa gongolare gli oppositori di Microsoft e dell’approccio proprietario (chiuso) in generale è che la sentenza francese dimostra che invece è vero proprio il principio contrario. Siccome il codice sorgente del software open source è ispezionabile per definizione, sarebbe stupido tentare di occultarvi alcunché. Non conviene nascondere merce rubata in una casa dalle pareti di vetro. Invece il codice sorgente dei prodotti Microsoft non è disponibile, per cui non c’è modo (salvo costose azioni legali) di verificare se contiene proprietà intellettuale rubata. Dobbiamo fidarci della parola di Microsoft in proposito, ma ora salta fuori questa condanna per pirateria, che sembra confermare i più foschi sospetti.

Allons enfants de l’open source

A dire il vero la sentenza del tribunale di Nanterre, descritta in dettaglio dall’edizione inglese di Le Monde Informatique e disponibile in originale presso Legalis.net, non è un’incriminazione schiacciante di Microsoft. Infatti stando alla ricostruzione degli eventi redatta da Newsforge.com, Microsoft c’entra soltanto di striscio, puramente in quanto proprietaria della società SoftImage, che è l’esecutore materiale del furto di codice.

In sintesi, nel 1992 la SoftImage acquisì da Syn’X, società francese specializzata nella grafica computerizzata, i diritti sul loro software di animazione Character per integrarlo nel programma SoftImage 3D. Due anni dopo, la SoftImage chiese di alterare le condizioni del contratto perché voleva anche i diritti del codice sorgente, ma Syn’X rifiutò. Quasi contemporaneamente, Microsoft acquisì SoftImage e dichiarò che il software Character era stato rimosso “totalmente o parzialmente” (alla faccia della precisione) da SoftImage 3D. Tuttavia Syn’X non ci credette e portò Microsoft/SoftImage in tribunale. Syn’X, prosciugata finanziariamente, fallì nel 1996, lasciando gli autori di Character a proseguire la lite legale.

Si arriva così a settembre 2001, quando il tribunale di Nanterre riconosce che varie porzioni del software Character non erano state affatto rimosse ed emette la clamorosa sentenza, che prevede il pagamento di tre milioni di franchi (circa un miliardo delle nostre vecchie lire). Microsoft ricorrerà in appello, e nel frattempo si è sbarazzata di SoftImage 3D, cedendolo alla Avid.

Alla luce di questa ricostruzione la notizia si sgonfia non poco. Certo Microsoft, in quanto proprietaria di SoftImage, “non poteva non sapere” (come si suol dire), e quindi sarebbe da considerare moralmente colpevole comunque. Ma è una disquisizione che non soddisfa.

Se siete a caccia di questo tipo di soddisfazioni, dovete sfogliare gli archivi. Nel 1993, ad esempio, la Stac Electronics fece causa perché Microsoft aveva incluso illegalmente il proprio programma di compressione (il mitico Stacker) nell’MS-DOS 6.0. Microsoft fu costretta a pubblicare una nuova versione di MS-DOS senza il software della Stac e a pagare 120 milioni di dollari di danni, anche se la giuria dichiarò “non intenzionale” l’inclusione (non chiedetemi spiegazioni, non l’ho capita neanch’io) e ordinò a Stac di pagare a sua volta quasi quattordici milioni di dollari a Microsoft.

Insomma Microsoft è stata colta con le mani nella marmellata anche altre volte, ma sono vicende che risalgono a tempi ormai preistorici in termini informatici e possono soltanto servire come conferma della debolezza del sistema a codice sorgente chiuso.

Attenti alle tagliole

La sentenza francese è quindi una buona occasione per sorridere di fronte a una figura imbarazzante di Microsoft, ma niente di più. Anche questa, come quella in favore di Stac, finirà presto nel dimenticatoio. Microsoft proseguirà tranquilla nella propria attività, considerato che incrementa le proprie riserve in contanti al ritmo di un miliardo di dollari al mese e può quindi pagare l’ammenda con mezza giornata di lavoro.

Il divertimento di assistere a un potente che incespica nelle proprie tagliole ha insomma un costo trascurabile per Microsoft, ma potrebbe averne uno più serio per chi in questo momento gongola. Il clamore intorno a questa notizia rischia infatti di mettere in secondo piano le vere ragioni del crescente disagio verso le politiche di Microsoft: troppi soldi e troppo potere, con chiare mire di ulteriore espansione a qualsiasi costo (prossime tappe: il mercato dei videogiochi e quello della telefonia mobile, tanto per gradire).

Sono ambizioni che mal si combinano con un monopolio di fatto (Windows è preinstallato sul 92% dei PC, Office rappresenta il 96% di tutto il software per applicazioni d’ufficio), che impone formati proprietari che creano dipendenza negli utenti, e soprattutto con una sostanziale impunità di fronte alla legge, evidenziata da un processo antitrust statunitense che si trascina da anni senza scalfire le vendite e da una parallela indagine europea che dopo tre anni non ha ancora prodotto risultati tangibili. Anche nelle mani più sagge di questo mondo, una simile concentrazione di potere non può fare a meno di impensierire.

L'autore

  • Paolo Attivissimo
    Paolo Attivissimo (non è uno pseudonimo) è nato nel 1963 a York, Inghilterra. Ha vissuto a lungo in Italia e ora oscilla per lavoro fra Italia, Lussemburgo e Inghilterra. E' autore di numerosi bestseller Apogeo e editor del sito www.attivissimo.net.

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