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Microsoft accusata di discriminazioni

08 Gennaio 2001

Microsoft accusata di discriminazioni

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Microsoft di nuovo in tribunale, di fronte al giudice Jackson. Questa volta l’accusa è di discriminazioni razziali e i querelanti chiedono danni per 5 miliardi di dollari.

Di nuovo l’odore del legno dei banchi del tribunale federale di Washington e il viso austero del giudice Jackson: un incubo per Microsoft, dopo un anno passato alla sbarra durante il processo anti-trust.

Ma questa volta, come dicevamo all’inizio, la causa è di tipo ben diverso. L’accusa è stata depositata a nome di sette vecchi impiegati di Microsoft, che accusano il gruppo di discriminazione salariale e nelle promozioni.

Questi affermano che la loro appartenenza razziale ha giocato un ruolo importante nel loro licenziamento e che sono stati vittime di misure di ritorsione quando si sono lamentati della loro situazione presso i loro superiori.

“Microsoft attua pratiche discriminatorie contro gli impiegati neri che portano un considerevole contributo al gruppo, ma non sono trattati con la stessa dignità, lo stesso rispetto e la stessa remunerazione dei loro colleghi bianchi”, ha dichiarato Willie Gary, uno degli avvocati.

La causa si appoggia anche su un ricorso presentato nel giugno scorso da un vecchio impiegato della Microsoft, Rahn Jackson. Quest’ultimo afferma di essere stato scartato dal processo di promozioni malgrado un’esperienza di 17 anni nella vendita.

Secondo lo studio degli avvocati, Microsoft impiegava 21.429 persone negli Stati Uniti nel 1999, dei quali solo il 2,6 % di origine nera.
Tra i 5.155 quadri dirigenti, solo l’1,6 % era afro americano.
“Queste cifre – spiega Willie Gary – dimostrano al mondo che Microsoft non spinge per l’assunzione o la promozione sociale dei neri”.

In questa nuova storia, lo dicevamo all’inizio, Microsoft ritroverà il giudice Thomas Jackson. Fu lui a decidere per la divisione in due dell’azienda dopo averlo riconosciuto colpevole di pratiche anti-trust.

Questo processo, intentato dal governo americano e da molti Stati, è giunto in appello.
“Nello stesso modo in cui il dipartimento della Giustizia ha cercato di stoppare il loro comportamento anti-trust – dichiara l’avvocato – così noi cercheremo di cambiare la loro cultura”.

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