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Meglio di QR Code e Rfid, scambiare dati con NFC

14 Gennaio 2011

Meglio di QR Code e Rfid, scambiare dati con NFC

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Quello che sistemi precedenti promettevano e faticano a mantenere, ce lo darà senza fatica una nuova tecnologia (disponibile già ora)? Google ci scommette

I QR Code, così come la Realtà Aumentata, sono uno di quei concetti di cui intuiamo il potenziale ma, come comunicatori, stiamo facendo ancora fatica a trovarne l’applicazione killer; un po’ perché mancano le idee ed è tutto oggettivamente da inventare; un po’ perché la tecnologia, detto francamente, non ci aiuta.

Interazione complicata

Sia Realtà aumentata che QR Codes richiedono all’utente una serie di interazioni, di azioni alla fine abbastanza complesse per una civiltà dove siamo abituati alla gratificazione istantanea dei desideri, allo zapping al decimo di secondo, alla fretta e fuga dalla complessità. Specialmente a fronte di un “reward”, di una ricompensa spesso molto discutibile. Ha senso usare un QR code per dare informazioni su un prodotto, molto meno chiedere alla gente, davanti a un poster, di partecipare ad un giochino (tirando fuori il cellulare, sbloccandolo, scaricando un’apposita app, lanciandola, inquadrando e scattando la foto del QR code, attendendo che si connetta al mini sito: roba che ci può volere tranquillamente un paio di minuti di tempo, spesso un’enormità, se non c’è una forte motivazione). Una strada verso più rosee applicazioni markettare è quella che passa da tecnologie migliori. Tra cui, ad esempio, l’NFC: Near Field Communication.

NFC è una tecnologia (che ha già qualche annetto sulle spalle) che permette la comunicazione tra due device (ad esempio un telefonino ed un chip intelligente messo su un prodotto) a una distanza massima di 4 centimetri. Un colloquio P2P alla velocità (massima di 424 Kbit/s), sostanzialmente una specie di evoluzione di quel diabolico Rfid di cui abbiamo già parlato in passato. Un partner d’eccezione per l’NFC è Google, che ha da poco annunciato il lancio del suo primo progetto Hotpot a Portland, Oregon, un’integrazione locale, sul territorio, di Places – sotto il profilo delle recommandation. Basandosi (anche) su un kit per i commercianti locali, il Google Places Business Kit. Compreso nel kit, un simpatico adesivo che certifica che il locale è registrato su Google Places, ma che sopratutto contiene un chip NFC in grado di fornire a breve distanza informazioni sull’esercizio commerciale attraverso le pagine di Places e permettere agli utenti di interagire con il luogo. Esplorare i commenti, lasciarne di propri, dare un rating, insomma fare tutto quello che si fa solitamente in Rete, solo che si fa sul posto.

Geocalizzarsi

Un’operazione che, se portata su scala mondiale – con tutte le ovvie e meno ovvie conseguenze di un marketing digitale che si sposta sul territorio accompagnandosi alla geolocalizzazione – potrebbe aprire a Google un ruolo di centro di smistamento del business ancora più rilevante. Portando ancora più vicini ad un mondo in cui qualsiasi azienda dovrà essere digitale e digitalmente saggia… o non essere più un’azienda. Aprendo infine scenari in cui Google potrebbe essere ben più di un intermediario nel mondo della pubblicità; dato che l’NFC permette anche di pagare facilmente col cellulare, il passare dal mettere un adesivo pubblicitario fuori da un ristorante a offrire allo stesso anche un sistema di pagamento tutto sommato non è così lungo. Così come non lo è mettere in piedi un’infrastruttura fatta da molti chip posizionati in molti luoghi e volentieri dagli esercenti.

Un network di chip pronti a parlare con gli smartphone per operazioni promozionali anche complesse – quali il download di contenuti, di freebies, di musica. A, dato lo scarso raggio d’azione del chip (4-10 cm) dare una risposta veramente definitiva ai finti check-in di Foursquare, con un sistema che certifica l’effettiva presenza della persona attraverso il suo cellulare (o un domani di una piastrina di riconoscimento o di un impianto bionico sottopelle) dentro il punto vendita, pronto a diventare preda di commessi, animatori, e altri vari animali di marketing.
Ovviamente, per quadrare il cerchio, la prossima incarnazione del Googlefonino (il Nexus S, prodotto con Samsung e che dovrebbe arrivare da noi verso la primavera del 2011) contiene di serie l’hardware e il software necessario per interagire con l’NFC. Feature tra l’altro integrata in Android 2.3, noto anche come Gingerbread. Ma anche dell’iPhone prossimo venturo si rumoreggia sia analogamente dotato di hardware a corto raggio. E per chi ha l’iPhone di quelli vecchi, in Giappone c’è chi ha già sviluppato una protesi adesiva.

10 cm di separazione

Se allora, per ”interagire” basterà sfiorarsi col telefono (noi e la marca, ovviamente) invece che armeggiare col cellulare e arrabattarsi per fotografare codici poco a fuoco in scarse condizioni di luce, è probabile che l’interazione sarà effettivamente più probabile. Con prodotti, negozi, pubblicità. E davvero sarà tutto, ma proprio tutto, a portata di mano. A condizione che ci avviciniamo a non più di 10 centimetri dal chip.

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