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Maldonado e la critica dell’interazione telematica

16 Marzo 1998

Maldonado e la critica dell’interazione telematica

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Alcune considerazioni a proposito del libro di Tomàs Maldonado "Critica della ragione informatica".

Tra filosofia, storia e tecnologia, Tomàs Maldonado, docente del Politecnico di Milano, ha scritto per Feltrinelli una “Critica della ragione informatica” con considerazioni molto dure verso “l’euforico trionfalismo oggi dilagante” di chi vede nella telematica la soluzione di tutti i mali della democrazia e del mercato del lavoro, oppure lo strumento che rimodellerà a misura d’uomo le nostre città o che trasformerà l’essenza stessa del corpo umano.

La parte più interessante e attuale di questo libro è la prima, la più critica nei confronti di Internet, un’accurata analisi un po’ oscurantista sulle impossibili sinergie tra la rete e la democrazia.
Internet, secondo Maldonado, non potrà mai diventare il medium utilizzato per realizzare una democrazia diretta che, nella società contemporanea, sarebbe solo populismo. Tra la definizione del teleputer, lo strano strumento che riunirà le funzioni di computer, televisione e telefono, e la rivisitazione telematica del Panopticon, il carcere perfetto descritto dal filosofo inglese Bentham alla fine del ‘700, metafora che anticipa il Big Brother orwelliano, Maldonado distrugge, citazione dopo citazione, tutta l’essenza dell’Internet della comunicazione interattiva. La rete, secondo questo autore, non solo non può diventare strumento di democrazia diretta, ma non può neppure favorire in alcun modo l’interazione tra governanti e governati, come sostengono invece i teorici del community networking, delle reti civiche o delle comunità virtuali.

Chiunque abbia navigato nella rete fatta di persone e non solo di vetrinette Web, però, sa bene che i mondi della rete sono dei veri e propri melting pot culturali, dei laboratori sull’interazione e sulla comunicazione che non hanno uguali nella “real life” e dove, a differenza di quanto può succedere nella realtà, anche negli scontri ideologici più accesi i morti e i feriti, per fortuna, sono solo virtuali.
In questo contesto, è vero, c’è anche chi teorizza l’uso della rete come possibile strumento per realizzare, nelle società reali, una sorta di democrazia diretta dove ogni scelta politica venga permanentemente sottoposta al giudizio dei cittadini elettronici con dei sondaggi permanenti.

In Italia, un embrione di questo modello è stato realizzato e portato avanti per poco tempo dall’associazione Città Invisibile, su una questione circoscritta e ben determinata. In vista di un incontro tra diverse associazioni telematiche e il Ministro Maccanico, la Città Invisibile ha infatti chiesto al popolo della rete di esprimere la propria opinione sulle proposte da presentare in tale sede, tramite una sorta di votazione elettronica continua con un sistema infelicemente chiamato “Pilomatik”. Inutile dire che l’iniziativa si è rivelata un totale fallimento, con la raccolta di pochissimi voti, molti dei quali espressi per puro divertimento da dei D’Alema e da dei Berlusconi virtuali e inesistenti.

Internet, per fortuna, non è solo questo. Se da un lato si può condividere pienamente l’impostazione di Maldonado, di sospettosa cautela nei confronti di chi, molto ingenuamente, pensa di usare Internet al posto di meccanismi e strutture di democrazia che hanno secoli di esperienze e di fallimenti alle spalle, d’altro canto le sue affermazioni sembrano essere troppo radicali, connotate dalla negazione aprioristica del ruolo della rete come terreno fertile di sperimentazione di nuove interazioni e appesantite dal rifiuto di tutto ciò che non è presenza fisica. “Un genuino forum politico è possibile solo quando i partecipanti sono implicati di persona nella discussione, ossia in un confronto faccia a faccia tra di loro” scrive Maldonado, dando per scontato che in rete non si possa essere presenti di persona, e dimenticando che anche Clinton dal ’92 cura la sua presenza in rete, una presenza che di certo non indossa una maschera o un avatar e che ha le stesse responsabilità di Presidente degli Stati Uniti della sua “presenza fisica” nel mondo “reale” dei mass media.

Se la votazione elettronica, almeno per il momento, non potrebbe essere qualcosa di più serio dei concorsi televisivi che richiedevano ai telespettatori di accendere o di spegnere le lampadine di casa per contare i voti grazie ai consumi della rete elettrica, Internet può invece avvicinare cittadini e istituzioni, governo e governati, Clinton e gli americani, perché in rete l’indossare una maschera o un travestimento non è un obbligo ma una scelta, e in Internet si può anche decidere di essere e di recitare solo se stessi, proprio come nella vita reale. Clinton, in Internet come nella vita reale, è solo se stesso, e ai cittadini si propone come il risultato di un insieme di direttive impartite al suo staff di pubbliche relazioni e al suo ufficio stampa. La sua inesistenza è “reale”, e la rete potrebbe solo riuscire a rendere la sua presenza tra i cittadini americani più concreta e più fisica, per quanto questo possa sembrare paradossale.

In definitiva, se la rete come strumento di votazione continua non potrebbe che essere una parodia, una sorta di giocattolo rotto spacciato per democrazia diretta solo da chi non ha capito nulla di rete né di politica, la diffusione della comunicazione elettronica, invece, moltiplicando i contatti e le occasioni di comunicazione e di interazione può facilitare e favorire sia il rapporto tra elettori ed eletti, a tutti i livelli, sia la formazione di comunità di cittadini più coscienti dei propri diritti e decisi a partecipare in modo più attivo alla vita politica reale del proprio paese. Prendere parte all’attività di una comunità elettronica, infatti, è molto più utile e formativo di qualsiasi corso di educazione civica.

La visione fosca e cupa di Internet che ha espresso Maldonado, secondo il quale persino l’aspetto ludico della rete è negativo e pericoloso, in un mondo virtuale dove “attori sociali radicalmente depersonalizzati” sono “costretti a esprimersi in un limitato repertorio di frasi prefabbricate”, suscita quindi molte perplessità.

La mia esperienza, quella che mi ha portato a scrivere insieme a Giuseppina Manera il libro “Incontri Virtuali” dopo 6 anni di navigazione in rete e di deriva tra le persone che ne costituiscono il fattore umano, cioè l’anima della rete stessa, è completamente diversa da questa. Il linguaggio della rete è ricco e tutt’altro che prefabbricato, e il “gioco” di costruire nuove comunità e nuovi modi di interagire, per quanto apparentemente anarchico e dispersivo, non è affatto inutile o pericoloso. In qualche caso, purtroppo, sorge il dubbio che chi teorizza e scrive del popolo di Internet non abbia prima provato, se non a farne parte, almeno a osservarlo un po’ più da vicino.

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