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Lettera aperta alla comunità Open Source

18 Settembre 2003

Lettera aperta alla comunità Open Source

di

A firma di Darl McBride, Amministratore Delegato di SCO Group, pubblichiamo una lettera aperta alla comunità open source in risposta alla polemica sulla proprietà del codice UNIX.

La questione oggi più dibattuta all’interno del mercato IT è la battaglia in corso sui diritti di copyright sul software e sulla proprietà intellettuale. Questa battaglia è combattuta in gran parte tra i vendor che creano e vendono software proprietario e la comunità Open Source. La società che rappresento, the SCO Group, si è tovata al centro di questo dibattito nel momento in cui ha promosso un’azione legale nei confronti di IBM in merito al trasferimento illecito di codice proprietario SCO da UNIX all’interno del sistema operativo free Linux. Con quest’azione, che ha evidenziato l’esistenza di palesi problemi in materia di proprietà intellettuale nell’attuale modello Linux di sviluppo del software, SCO ha suscitato le ire di parte della comunità Open Source.

Questo dibattito attorno al software Open Source è salutare e, a lungo termine, porterà dei benefici all’industria mettendo al centro della discussione un nuovo modello di business prima che questo venga adottato su vasta scala dalle aziende. Tuttavia, l’ultima settimana di agosto, si sono verificati due episodi che danneggiano la credibilità della comunità Open Source nel lungo termine, nei confronti sia dell’opinione pubblica sia dei clienti.

Il primo episodio si riferisce a due attacchi DoS (Denial of Service) portati a SCO, che hanno impedito agli utenti web di accedere al nostro sito web e di fare business con SCO. Si è trattato del secondo e del terzo attacco di questo genere nel giro di quattro mesi. Non ci sono dubbi riguardo all’appartenenza dell’autore degli attacchi: uno dei leader della comunità Open Source, Eric Raymond, avrebbe affermato di essere stato contattato dal colpevole e di sapere che questi “è uno di noi.” A sua parziale discolpa, Eric Raymond ha chiesto all’autore dell’attacco di interromperlo. In ogni caso, non ha ancora rivelato l’identità del colpevole in modo da poter fare giustizia.

Nessuno può tollerare attacchi DoS o altri attacchi di questo genere in quest’economia informatizzata che dipende in maniera così sostanziale da Internet. Eric Raymond e l’intera comunità Open Source dovrebbero attivamente aiutare l’industria a fermare crimini di questo tipo. In mancanza di un atteggiamento di questo genere, l’intero movimento Open Source ne verrà danneggiato e si solleveranno dubbi sulla possibilità che l’Open Source sia pronto ad assumere un ruolo centrale nel business computing. Non possiamo tollerare una situazione in cui le aziende temano di dover affrontare attacchi nel caso in cui prendano una posizione, dal punto di vista legale o di business, che potrebbe far infuriare la comunità Open Source. Fino a quando non sarà possibile controllare questi attacchi illegali, i clienti aziendali e la società nel suo insieme si allontaneranno sempre più da chiunque sia legato a comportamenti di questo genere.

Il secondo episodio è stata l’ammissione da parte di Bruce Perens, uno dei leader dell’Open Source, che il codice UNIX System V (di proprietà di SCO) è in effetti contenuto in Linux e che non dovrebbe esserci. Bruce Perens ha infatti dichiarato che c’è “un errore nel processo di sviluppo di Linux” che ha permesso al codice UNIX System V che “niente aveva a che fare con Linux” di finire nel kernel Linux (fonte: ComputerWire, 26 Agosto 2003). Bruce Perens continua poi con un elenco di motivazioni a giustificazione dell'”errore del processo di sviluppo di Linux.” In ogni caso, niente può cambiare il fatto che uno sviluppatore Linux sul libro paga di Silicon Graphics abbia eliminato le diciture relative al copyright dal codice System V coperto da copyright e lo abbia concesso in licenza a Silicon Graphics nei limiti di severe condizioni di utilizzo, e che abbia quindi contribuito questo codice sorgente a Linux, come se si trattasse di codice “pulito” di proprietà e sotto il controllo di SGI. Questa è un’evidente violazione, da parte di SGI, del contratto e degli obblighi derivanti dai diritti di copyright di SCO. Al momento siamo in fase di trattativa con SGI per la soluzione di queste problematiche.

L’illecito trasferimento di codice UNIX in Linux da parte di SGI è solo un piccolo esempio che rivela però dei difetti strutturali di base nel processo di sviluppo di Linux. Questa problematica in effetti solleva in pieno la questione della possibilità di affidarsi all’Open Source come modello di sviluppo per il software aziendale. Nell’attuale modello, le radici stesse di Linux per quanto riguarda la proprietà intellettuale risultano errate a livello di sistema. Ad oggi ci risultano oltre un milione di linee di codice protetto UNIX System V trasferite in Linux tramite questo modello. I difetti intrinseci del processo Linux devono essere discussi apertamente e risolti.

Come minimo, dovrebbe essere obbligatorio controllare le fonti IP al fine di assicurarsi che coloro che forniscono il codice abbiano l’autorità per trasferire i diritti di copyright contenuti nel codice dato all’Open Source. Si tratta solo di debita diligenza, che peraltro regola tutti gli altri settori aziendali. Piuttosto che difendere la politica Linux relativa alla proprietà intellettuale, che è all’insegna del “non chiedo, non dico” e che è all’origine della causa SCO contro IBM, la comunità Open Source dovrebbe focalizzarsi sulle esigenze dei clienti. La comunità Open Source dovrebbe garantire che il software Open Source ha una solida base per quanto riguarda la proprietà intellettuale, in grado di dare fiducia agli utenti finali. Mi permetto di suggerire agli sviluppatori Open Source che questo è un uso decisamente migliore delle vostre risorse e abilità collettive rispetto a difendere e a giustificare delle politiche relative alla proprietà intellettuale errate che non sono in sintonia con le esigenze dei clienti aziendale.

Ritengo che il modello del software Open Source si trovi in un momento critico del suo sviluppo. La comunità Open Source affonda le proprie radici in ideali di controcultura (il concetto di “Hackers” rispetto al “Big Business”); tuttavia, a seguito dei recenti progressi compiuti da Linux, la comunità ha ora l’opportunità di sviluppare software per le principali corporation americane e per altre aziende globali. Se la comunità Open Source vuole che i propri prodotti vengano accettati dalle aziende, essa stessa deve seguire le norme e le procedure che regolano la società nel suo insieme. È questo ciò che le corporation globali richiederanno. E sono questi clienti che in ultima analisi determineranno la sorte dell’Open Source: non SCO, non IBM e nemmeno i leader dell’Open Source.

Alcuni clienti aziendali hanno accettato l’Open Source in quanto supportato dal nome di IBM. IBM e gli altri vendor Linux non sono tuttavia disponibili a fornire ai propri clienti garanzie sulla proprietà intellettuale. Questo significa che gli end user Linux devono valutare attentamente i concetti di proprietà intellettuale che stanno alla base dei prodotti Open Source e il modello di licensing GPL (GNU General Public License) stesso.

Se la comunità Open Source intende sviluppare prodotti per le aziende, deve rispettare e seguire le norme di legge. Tali norme comprendono i contratti, i diritti di copyright ed altre leggi relative alla proprietà intellettuale. Sono mesi che SCO è coinvolta in un contenzioso legale con IBM. Quali sono i principi legati alla proprietà intellettuale che hanno messo SCO in una posizione di forza in questo caso legale così vivacemente dibattuto? Eccone un breve elenco:

1. Il “fair use” è ammesso quando l’opera è usata per scopi didattici, di servizio pubblico e simili, e non giustifica l’appropriazione indebita dal punto di vista commerciale. Libri e siti Internet concepiti ed autorizzati a fini didattici e per altri scopi non commerciali non possono essere copiati per uso commerciale. Riteniamo che sia attraverso questa strada che parte del codice software SCO sia finito nel sistema operativo Linux. Ciò è in violazione dei nostri diritti di proprietà intellettuale.

2. Le diciture relative al copyright tutelano i diritti di proprietà e di attribuzione; non è possibile modificarle né eliminarle. È in questo modo che i proprietari dei diritti di copyright mantengono il controllo dei propri diritti legali ed impediscono il trasferimento non autorizzato di proprietà. Il nostro codice software proprietario è stato copiato in Linux da persone che hanno semplicemente cancellato le diciture di copyright di SCO o che hanno fornito materiale derivato in violazione ai nostri diritti di proprietà intellettuale. Tutto ciò è illegale.

3. Le norme che regolano il copyright stabiliscono che la proprietà non possa essere trasferita senza l’esplicita autorizzazione scritta del detentore del copyright. Alcuni hanno affermato che, poiché il codice software di SCO era presente nel software distribuito sotto GPL, SCO ha perso i propri diritti relativamente a questo codice. Questo non è corretto: SCO non ha mai dato il permesso, né concesso alcun diritto in questo senso.

4. Il trasferimento della proprietà del copyright senza l’esplicita autorizzazione scritta delle parti coinvolte è nullo.

5. L’uso di diritti derivati in materiali coperti da copyright è definito dal campo di applicazione della concessione della licenza. I materiali derivati autorizzati non possono essere utilizzati al di là del campo di applicazione della concessione della licenza. Le concessioni di licenza relative a materiali derivati variano da licenza a licenza, alcune sono ampie, altre più limitate. In altre parole, la licenza stessa definisce il campo di applicazione dell’utilizzo che è permesso, e i licenziatari accettano di essere legati da tale definizione. Una delle ragioni per cui SCO ha fatto causa ad IBM è la nostra convinzione che IBM abbia violato i termini dello specifico accordo di licenza IBM/SCO tramite la manipolazione di materiali derivati. E su questo punto siamo sicuri di avere prove determinanti.

Le norme relative ai copyright che sottostanno al caso di SCO non sono discutibili. Esse forniscono una solida base per qualsiasi modello di sviluppo software, incluso l’Open Source. Invece di ignorare o mettere in discussione le norme sul copyright, gli sviluppatori Open Source contribuiranno alla crescita della loro causa rispettando le norme sui cui si fonda la nostra società attuale. E questo è il modo per dare alle aziende la garanzia di cui hanno bisogno per accettare i prodotti Open Source mettendoli al centro della propria infrastruttura. I clienti hanno bisogno di sapere che l’Open Source è legale e stabile.

In conclusione, risulta chiaro che la comunità Open Source necessita di un business model sostenibile se ha l’intenzione di diventare qualcosa di più di un hobby part-time e trasformarsi in un modello di sviluppo in cui le aziende possono aver fiducia. Il software Open Source gratuito avvantaggia in primo luogo i grandi vendor, che commercializzano hardware e servizi costosi a supporto di Linux, ma non Linux stesso. Fornendo software Open Source senza garanzia, questi grandi vendor limitano i costi incrementando al contempo le revenue derivanti dai servizi. Ad oggi, è questo l’unico modello di business possibile per l’Open Source. Società Linux sono già fallite, e molte altre stanno combattendo per sopravvivere. Poche sono invece profittevoli in modo consistente. È tempo che tutti noi altri operatori del mercato, società individuali o di piccole dimensioni, capiamo ciò ed utilizziamo il nostro proprio modello di business-un modello che ci tenga in vita e sia profittevole. Nel lungo periodo, la stabilità finanziaria dei vendor software e la legalità dei loro prodotti software saranno più importanti del free software per gli utilizzatori aziendali. Invece di combattere per il diritto al free software, è molto più importante disegnare un nuovo modello di business che accresca la stabilità e l’affidabilità della comunità Open Source agli occhi delle aziende.

Un modello di business sostenibile per lo sviluppo del software può essere costruito unicamente sulle fondamenta della proprietà intellettuale. Invito la comunità Open Source ad esplorare queste possibilità a vostro stesso vantaggio all’interno di un modello Open Source. Inoltre, the SCO Group è aperta a lavorare con la comunità Open Source al fine di monetizzare la tecnologia software e la relativa proprietà intellettuale per tutte le aziende che vi hanno contribuito, non solo SCO.

Nel frattempo, continuerò a proteggere la proprietà intellettuale e i diritti contrattuali di SCO. Questo processo non sarà facile. Per la comunità Open Source è più facile insultare che sedersi ad un tavolo di negoziazione. Ma se la comunità Open Source intende sviluppare software per le aziende, il rispetto per la proprietà intellettuale non può essere opzionale-è obbligatorio. Lavorando insieme possiamo trovare molte strade per riuscirci.

Cordiali saluti.

9 settembre 2003

Darl McBride
CEO
The SCO Group

L'autore

  • Redazione Apogeonline
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