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Le macchine parlano tra di loro: cosa si dicono?

20 Gennaio 2004

Le macchine parlano tra di loro: cosa si dicono?

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Che le macchine, o oggetti, parlino tra loro può sembrar strano ma non appena iniziamo a rifletterci e a guardarci attorno ci accorgiamo che già oggi gli oggetti parlano tra loro, eccome

Nel futuro gli oggetti saranno sempre più capaci di interagire con l’ambiente, non solo con noi e parleranno sempre più spesso tra di loro. In questi ultimi anni i progettisti di sistemi complessi hanno dotato le diverse parti del sistema della capacità di parlare tra di loro e di “prendere” delle decisioni localmente, senza coinvolgere noi, cioè le persone.

La fotografia rappresenta l’aeroporto di Denver, inaugurato nel 1995. In questo aeroporto non ci sono dei rilevatori classici di incendio disposti ogni venti trenta metri. Al loro posto è stato installato un rilevatore continuo di temperatura in grado di fornire informazioni con una precisione di pochi centimetri su dove vi sia un surriscadamento. Questo sistema è presente in tutti i corridoi, locali, cunicoli dell’aeroporto coprendo una lunghezza di quasi 5 chilometri.

Se viene rilevato un problema il sistema non invia un allarme ad un operatore o ai vigili del fuoco ma inizia a dialogare con altri apparati che si trovano nella zona in cui è stato rilevato un surriscaldamento e vede, insieme a questi, di circoscrivere il problema e di evitare disagi. Nel 2001, ad esempio, uno dei motori che servono a far scorrere i nastri di trasporto bagagli si è surriscaldato. Questo è stato rilevato dal sistema che ha provveduto da un lato a fermare il motore e dall’altro a dare istruzioni affinchè i bagagli venissero instradati alla loro destinazione utilizzando altri percorsi. Allo stesso tempo ha verificato quali bagagli erano rimasti bloccati sul nastro ed ha provveduto ad inviare informazioni ad una squadra di intervento fornendo anche le priorità di recupero sulla base dei tempi effettivi di partenza dei voli cui le diverse valigie erano dirette. Non solo: ha provveduto ad informare gli aerei per cui non era possibile attendere che ci sarebbe stata una valigia in meno rispetto al previsto e in contemporanea avvertire altri aerei che avrebbero dovuto trasportare una valigia in più comunicando anche agli aeroporti di arrivo del cambio di vettore in modo da poter informare il passeggero all’arrivo.

Questa tipologia di automazione in cui varie parti di un complesso dialogano tra di loro si sta estendendo.

I computer presenti nelle banche non solo dialogano con le macchine ATM da cui preleviamo il contante ma dialogano anche tra di loro per spostare enormi quantità di denaro per prestiti di poche ore. Quando viene sera in Italia i soldi della banca sono trasferiti elettronicamente negli Stati Uniti dove possono essere utilizzati per poi essere ulteriormente trasferiti quando li viene sera alla banche asiatiche dove sta iniziando la giornata lavorativa. Al mattino successivo in Italia i soldi rientrano dopo aver fruttato alla banca un po’ di interessi.

Tutto questo avviene senza che alcun cassiere o impiegato ne sia coinvolto.

Al centro medico di North Monroe (Louisiana) hanno assunto il signor Pillmore (Pillolapiù) e i risultati si vedono. Pillmore è un robot che si fa carico della distribuzione delle medicine ai pazienti. Si coordina con il centro gestione delle medicine e riesce a fare in due ore, senza commettere errori, quello che normalmente necessitava otto ore. Robot-Rx, questo il suo nome tecnico, è stato concepito un anno fa ed è entrato in servizio a novembre. Si reca al magazzino medicine e sceglie ciò che serve tra oltre 400 tipi diversi. Non ha bisogno che le medicine siano poste esattamente in un certo posto (anche se un po’ di ordine gli semplifica la vita) in quanto legge il codice a barre di ogni medicina prima di metterla nel suo cestino di consegne (legge anche la data di scadenza per assicurarsi che vada bene). In questo vengono poste le dosi singole necessarie ad ogni paziente. Le prescrizioni sono ricevute via radio non appena il medico compila la “ricetta” sul suo palmare.

Ad oggi Pillmore ha già distribuito 45 milioni di dosi senza fare un solo errore…. Nel prossimo futuro robot tipo questi dialogheranno ancora di più con il loro ambiente favoriti dalla presenza di tecnologie come le tag.

Le tecnologie

Le tag, etichette elettroniche, sono dei piccolissimi chip delle dimensioni di un granello di sale al cui interno è memorizzato un numero. Esistono vari tipologie di tag, quelle più interessanti per l’impatto che avranno sul nostro futuro sono quelle dette passive. Questo tipo di tag, di cui vediamo una immagine nella figura a lato, assomigliano un po’ a dei virus: non hanno una vita propria ma si “animano” solo in presenza di un lettore. Questo è un sistema che emette un campo elettromagnetico che induce una corrente elettrica sulla antenna a cui è collegata la tag. Questa piccolissima corrente è sufficiente sia a leggere le informazioni contenute nella tag sia a trasmetterle via radio al lettore.

Il costo di questo tipo di tag a fine 2003 era nell’ordine di qualche decina di centesimi di Euro. Questo costo dovrà scendere sotto ai 2 centesimi per diventare paragonabile a quello del codice a barre. A quel punto le tag elettroniche potranno prendere il sopravvento. Questo accadrà, probabilmente, intorno al 2006-2007.

La funzione della tag è simile a quella degli onnipresenti codici a barre con il vantaggio che è possibile leggere molte tag in contemporanea senza neppure vederle. Non è quindi necessario rigirare il pacchettino per cercare l’etichetta come oggi fa la cassiera al supermercato. Le decine di pacchetti che abbiamo messo nel carrello possono essere letti in contemporanea da un solo lettore mentre arriviamo alla cassa. Con le tecnologie attuali si possono leggere diverse centinaia di tag in un colpo solo.

Come per il codice a barre la tag contiene un numero, in genere 96 o 128 bit. Con 128 bit è possibile dare un’etichetta a ciascun atomo che si stima sia presente sulla terra, più che sufficiente quindi per etichettare qualunque oggetto che produrremo. Le tag rappresentano il sistema ideale per le macchine in quanto consentono loro, in modo molto semplice, di rendersi conto dell’ambiente in cui si trovano. Esisteranno, così come già esistono oggi per i codici a barre, dei punti nella Rete a cui è possibile accedere per avere tutte le informazioni collegate a quell’oggetto che ha quel particolare identificativo. Un po’ quello che accade oggi se inserite un CD musicale nel vostro computer per memorizzare i brani su un disco per poi ascoltarveli tramite un iPod. Il programma sul vostro computer legge l’identificativo del CD e va a prendere le informazioni sui brani (cantante, titolo canzone, compositore, anno…) da una banca dati presente su internet che contiene tutti i CD prodotti al mondo. Tutto questo è fatto senza che voi dobbiate fare nulla, potete essere all’oscuro di tutto, non importa. È un discorso tra macchine. Ovvia quindi l’importanza cruciale che giocano le telecomunicazioni per consentire la traduzione del codice contenuto nella etichetta in una informazione utile per la macchina (e per noi).

Un ulteriore tecnologia che consente alle macchine di sapere cosa succede intorno a loro è quella dei sensori. In realtà si tratta di un insieme di tecnologie che consentono di tradurre in bit vari aspetti che caratterizzano il mondo esterno (ad esempio temperatura, umidità) e le relazioni tra questo e la macchina (ad esempio velocità, accelerazione…). I sensori non sono una scoperta recente. Pensiamo al barometro di Torricelli, al termometro, al dinamometro. Più recenti sono i sistemi chimici e biochimici che permettono di effettuare analisi di composti presenti nell’ambiente (come i rilevatori di gas, di inquinanti…). Nuova, invece, è la associazione a questi sensori di capacità di comunicare che permette di trasferire immediatamente l’informazione ad un punto in cui può essere elaborata e correlata. L’informazione proveniente da vari sensori, infatti, assume un significato più completo e permette di prendere azioni adeguate.

La tecnologia che ha permesso di inserire in un unico sistema (chip) la parte che effettua la rilevazione (il sensore vero e proprio) e quelle che effettuano una prima elaborazione locale e la comunicazione a distanza è molto recente: nel 2001 l’Università della Florida ha messo a punto un metodo che permette la integrazione su di un singolo chip delle diverse parti necessarie a fornire queste funzioni che fino ad allora richiedevano lavorazioni diverse e portavano alla necessità di assemblare vari componenti con conseguenti maggiori costi.

La possibilità di abbattere i costi dei sensori è cruciale per una loro diffusione ed al tempo stesso la diffusione dei sensori porta ad un modo diverso di acquisire, gestire ed elaborare le informazioni.

Alla Università di Berkeley un professore italiano, Sangiovanni Vincentelli, sta sviluppando una ricerca il cui obiettivo è portare alla creazione di sensori piccolissimi, delle dimensioni di un granello di zucchero, in grado di comunicare tra di loro formando delle rete vere e proprie. Questi sensori, chiamati Smart Dust e di cui si vede l’immagine di un prototipo nella foto, potranno essere “spruzzati” su vaste aree creando delle reti in grado di raccogliere informazioni elaborandole all’interno della rete stessa per poi inviare il risultato della elaborazione a chi ne ha bisogno. La loro numerosità consente da un lato di ricavare informazioni molto più puntuali la cui elaborazione porta a una percezione migliore della situazione e dall’altro di essere indifferente ad un eventuale malfunzionamento anche di un numero significativo di sensori.

La quantità di sensori cambia infatti il modo in cui questi vengono gestiti. Oggi, ad esempio, esiste un sensore della qualità dell’aria per la città di Torino e dai dati che questo fornisce viene estrapolata la qualità dell’aria per tutta la città. Ovvia la limitata accuratezza di questo sistema e la necessità di assicurarsi almeno che il sensore sia molto preciso. Se al posto di questo unico sensore se ne potessero avere mille, o diecimila, ecco che da un lato non sarebbe più necessario estrapolare i dati e dall’altro non ci sarebbe da preoccuparsi se anche un 10% dei sensori non sono perfettamente “tarati” visto che è possibile derivare l’immagine complessiva utilizzando le misure complessive fornite. Un sensore per l’aria oggi costa qualche centinaio di migliaio di Euro. Un po’ troppo per pensare di metterne molti. Se il costo però scendesse a qualche decina di Euro ecco che diventerebbe non oslo fattibile ma anche conveniente posizionarne centinaia. Nel futuro le automobili potrebbero essere utilizzate come sensori: queste possono comunicare l’informazioni che viene rilevata insieme a quella della posizione in cui si trova l’auto: si otterrebbe in questo modo non solo un aumento reale dei sensori (molte auto equipaggiate) ma anche una moltiplicazione virtuale dei sensori dovuta al fatto che le auto si spostano e quindi un singolo sensore raccoglie informazioni in vari punti.

Le tag sono già state utilizzate, anche se in modo sperimentale, per la identificazione di valigie. Applicate al check-in consentono a dei sistemi di seguirle fino al carico sull’aereo.

All’aeroporto di Denver è attivo un sistema che consente di indirizzare ogni singolo bagaglio al suo punto di destinazione, sia questo un aereo in partenza o il carousel da cui sarà ritirato dal passeggero.

In prospettiva sarà possibile indirizzare anche le valige in transito da un volo all’altro. Oggi il sistema legge i codici a barre impressi sull’etichetta messa sul bagaglio al check-in ma entro i prossimi cinque anni le valige che compreremo saranno dotate di una etichetta elettronica che, rilevata al check in, sarà associata al nostro biglietto, agli aerei che prenderemo e verrà monitorata passo passo. La presenza di tag elettroniche su tutti gli oggetti consentirà alla valigia di “sapere” cosa le mettiamo dentro e sarà quindi semplice accertarsi, senza dover aprire la valigia, se ci siamo ricorda di prendere l’asciugacapelli. Quando rifaremo la valigia in albergo questa potrà segnalare se abbiamo scordato di mettere dentro qualcosa che prima c’era…

Non solo. Un telefonino dotato di lettore di tag potrebbe “scoprire” e segnalarci dove è finito il portachiavi, magari caduto sotto il letto mentre preparavamo la valigia.

È probabile che l’attenzione agli aspetti di sicurezza acceleri nei prossimi anni la diffusione delle tag permettendo controlli più efficaci e veloci dei bagagli.

Già oggi i pacchetti che inviamo tramite DHL, Fedex, UPS, sono dotati di una etichetta che rende possibile ogni volta che il pacchetto cambia di “mano” una registrazione su dove il pacchetto si trova. Quindi se vogliamo sapere in qualunque istante dove si trova il pacchetto che abbiamo spedito all’altro capo del mondo è sufficiente qualche click su Internet. Più complicato sapere dove abbiamo messo noi il pacchetto che abbiamo ricevuto ieri…

La Federal Express (Fedex) ha il centro di smistamento dei pacchi, pacchetti e buste a Memphis. In questo aeroporto ogni notte atterrano nel giro di un’ora un centinaio di aerei, viene effettuato lo scambio dei pacchi da un aereo all’altro in un’ora e quindi tutti gli aerei ripartono. Nell’arco di tre ore si ha quindi atterraggio, gestione dei pacchi e decollo. Questo fa dell’aeroporto di Memphis il primo come densità di traffico.

Lo scambio dei pacchetti da un aereo all’altro è completamente automatizzato ed utilizza le tag per sapere di che pacco si tratta e tramite accesso ad un sistema informativo dove quel particolare pacco deve andare. Lo stesso pacco è identificato al momento in cui viene caricato su di un aereo in modo che il sistema informativo sappia in ogni istante la situazione.

In un anno vengono gestiti oltre due miliardi di pacchi dal sistema automatico con una percentuale di errore bassissima. Una gestione manuale sarebbe impossibile, nei tempi richiesti dallo smistamento, e sicuramente porterebbe ad un numero di errori enormemente maggiore.

Non sono solo i pacchi ad essere identificati e a dialogare con altre macchine. Anche gli aerei sono identificati. Inoltre gli aerei civili sono dotati di sistemi di dialogo tra loro che consentono a ciascuno di rendersi conto della eventuale presenza di altri aerei nella loro zona su una rotta che potrebbe portarli ad essere troppo vicini. Il sistema (TCAS: Anti-collision System) opera in modo completamente automatico (anche se può essere disattivato dal pilota) e garantisce una maggiore sicurezza di volo. Gli aerei militari sono dotati di sistemi più sofisticati in quanto hanno la necessità sia di farsi riconoscere da aerei “amici” sia di nascondersi da quelli “nemici”. In questo caso il dialogo tra i velivoli è molto complesso, un po’ come giocare a rimpiattino anche se la posta in gioco è ovviamente molto più alta.

Gli aerei, inoltre, dialogano costantemente con i centri di controllo di volo e nel caso dei modelli più recenti anche con i centri operativi della linea aerea informando i centri di manutenzione di tutti i parametri di volo, come ad esempio il consumo carburante, il vento a favore o contro… e questo permette sia di rilevare possibili anomalie intervenendo con azioni correttive mentre l’aereo è in volo, sia di informare altri aerei della situazione e indirizzarli su altre rotte o a diverse altitudini per risparmiare tempo e carburante.

L’aereo inoltre parla con il sistema di assegnazione dei gate all’aeroporto di arrivo e con il sistema di prenotazioni della linea aerea in modo da informare nella fase di atterraggio i passeggeri in transito dei gate a cui dovranno imbarcarsi. Il tutto avviene in modo automatico tramite un dialogo tra macchine senza che alcun operatore umano sia coinvolto.

Anche le auto sono chiacchierine, e lo saranno sempre più. A Singapore ogni auto ha una sistema radio che dialoga con vari punti posti lungo le strade, in genere i semafori, e fornisce in questo modo la sua identità, utilizzata sia per far pagare un cifra in base all’ora e alla zona, sia per avere informazioni sui flussi di traffico e fornire indicazioni ai semafori su come regolare la durata del verde/rosso. Appositi cartelli luminosi, inoltre, indicano agli automobilisti lo stato del traffico perché possano scegliere il percorso migliore. Per quelli dotati di navigatore satellitare il dialogo avviene direttamente tra il sistema di monitoraggio del traffico ed il navigatore permettendo a questo di ricalcolare in tempo reale il percorso migliore evitando imbottigliamenti.

Inoltren occorre cercare la macchinetta per pagare il parcheggio. Le aree di sosta sono in grado di parlare con l’auto e addebitano automaticamente quanto dovuto per la sosta.

Inoltre le auto in futuro parleranno anche tra di loro. Diversi progetti di ricerca stanno cercando di mettere a punto sistemi per diminuire gli incidenti o perlomeno di minimizzarne le conseguenze. Una macchina che frena può avvertire istantaneamente quella che la segue prima che il guidatore se ne accorga, un’auto che arriva ad un incrocio può essere avvertita dell’arrivo di un’altra auto, della sua velocità e se è in fase di frenata (per cui si suppone darà la precedenza) o meno… Rilevatori di ghiaccio, olio, di sbandata possono segnalare il pericolo alle auto che seguono consentendo a queste di diminuire automaticamente la velocità e se possibile di evitare il punto scivoloso.

La FCC ha approvato nel 2003 la allocazione dello spettro a 5.9 GHz per la comunicazione a breve distanza (DSRC -Dedicated Short Range Communication-) per consentire il dialogo tra le auto e tra queste e semafori, segnali stradali… Le auto si avviano quindi ad avere una loro rete di comunicazione su cui transiteranno una varietà di informazioni utili sia alla singola automobile sia al monitoraggio del traffico.

Un ulteriore settore in cui troviamo oggetti che parlano tra loro è l’agricoltura. Per ora si tratta di casi sporadici, esperimenti, ma già indicativi di cosa potrà succedere in futuro.

In Canada sono in corso sperimentazioni con dei sensori nelle vigne che parlano con il sistema di irrigazione per avvertire quando la vite in quel punto particolare ha bisogno di acqua. I sensori utilizzati hanno un costo elevato che si giustifica solo in termini di sperimentazione. Tuttavia il loro costo è destinato a scendere rapidamente e verso il 2005-2006 dovrebbe essere tale da portare un vantaggio economico. Il loro utilizzo permette infatti di garantire una migliore crescita dei vitigni senza i costi di una supervisione umana.

In Israele sono stati installati dei sensori che si accorgono se una certa pianta di pomodori viene attaccata da dei parassiti in modo che venga immediatamente irrorata con del disinfettante. Questo permette non solo di combattere i parassiti ma diminuisce la quantità di anticrittogamici utilizzati. Oggi, infatti, viene effettuata dai contadini una irrorazione preventiva di anticrittogamici in modo da evitare che eventuali insetti o altro tipo di pesti rovini il prodotto. Avere la possibilità di rilevare effettivamente quando arrivano queste minacce al raccolto permette di intervenire solo quando serve. Viene stimato che sia così possibile ridurre del 60% la quantità di anticrittogamici con risparmio di costi e minore “inquinamento”.

Negli Stati Uniti sono state condotte delle ricerche per collegare i trattori nei campi con il centro di agraria della università del Kentucky. Conoscendo la posizione esatta del trattore (con un’incertezza di circa un metro), e la tipologia del terreno, è possibile indicare al trattore quanto e che tipo di fertilizzante spargere. Questo ha consentito di diminuire del 40% l’utilizzo di fertilizzanti.

Ora un nuovo progetto, sempre condotto da questa università, punta a realizzare dei trattori autonomi, dei robot, che coltivano i campi dialogando con un computer dell’università per determinare quando è più opportuno fare certi lavori (sulla base delle previsioni del tempo ma anche sulla base di richieste del mercato). Questi trattori-robot dialogano tra di loro ottimizzando così le attività.

La diffusione dei sensori nei campi e nell’agricoltura in generale (quindi nei silos in cui vengono raccolti i prodotti) porterà a notevoli benefici specie in quelle aree in cui vi sono maggiori difficoltà ambientali e maggiori costi per la catena distributiva. In America del sud, ad esempio, sono stati condotti degli esperimenti per collegare i campi e i silos di raccolta del raccolto con i camion che percorrono il paese. In questo modo i camion sono informati automaticamente di quando vi sono dei silos con del raccolto da trasportare e i contadini possono programmare il raccolto in modo ottimale in dipendenza della disponibilità del trasporto. Minori rischi di deperimento del prodotto e migliore qualità di questo quando arriva sui banchi del mercato. I sistemi di irrigazione collegati alle previsioni meteo possono permettere un risparmio di acqua (inutile irrigare se entro poche ore cadrà la pioggia), aspetto molto importante in quelle zone, e sono molte, in cui l’acqua scarseggia. Analogamente meglio non spargere disinfettanti sulle foglie prima che piova dato che la pioggia laverebbe via dalle foglie le medicine rendendo inutile l’irrorazione.

Se esiste un oggetto che mai penseremmo possa essere interessato alla comunicazione questo è il sasso. Cosa mai potrebbe voler dire una pietra all’ambiente circostante? Eppure…

Nel parco naturale di Maui, sulle pendici del vulcano, i ricercatori hanno utilizzato dei sassi per tenere sottocontrollo i microterremoti causati dalle attività vulcaniche. Questo monitoraggio richiede la distribuzione di molti sensori in vari punti del territorio in modo che le informazioni raccolte, opportunamente correlate, possano dare un quadro della situazione.

Anziché piazzare i vari sensori in apposite scatole che avrebbero deturpato il panorama e sarebbero potute essere, potenzialmente, obiettivo di vandali i ricercatori hanno raccolto un centinaio di sassi, li hanno tagliati a metà, ricavato una piccola nicchia all’interno e inserito un sistema elettronico in grado di rilevare vari parametri e di trasmetterli al sasso più vicino.

L’insieme dei sassi, riportati nel parco e distribuiti in modo casuale, forma una rete in cui ciascun sasso comunica con quelli vicini…

I sassi sono abbastanza grossi da scoraggiare la loro rimozione come souvenir e il loro peso garantisce anche che non sia probabile un loro trasporto a distanza. Eventuali sportivi che si dedicano al lancio del sasso li sposteranno solo di pochi metri non alterando, quindi, la struttura della rete. Inoltre la rete è costantemente riconfigurata dagli stessi sensori posti nei sassi in modo tale da garantire il suo funzionamento anche se qualche sasso fosse spostato significativamente o anche asportato.

Il problema in questo tipo di applicazioni è costituito dalle batterie che devono alimentare i sensori. Non è pensabile di andare a sostituire le batterie frequentemente (individuando tra l’altro i sassi “taroccati” tra i tanti veri). Nel caso di Maui sono state utilizzate delle pile a lunga durata contando anche sul bassissimo consumo di energia da parte di ogni sensore. Anche a questo scopo la rete locale costituita dai sensori si dimostra importante. Infatti ogni sasso chiacchiera solo con i vicini. Dovendo trasmettere a poca distanza non necessita di una potenza elevata e quindi consuma molta poca energia. La comunicazione raggiunge grandi distanze con piccoli balzi successivi da un sasso all’altro.

In futuro i sensori diverranno molto più flessibili in termini dei parametri che sono in grado di rilevare e potrebbero ricevere istruzioni su quali dati raccogliere via radio. Non solo. La crescente capacità elaborativa consentirà l’elaborazione dei dati all’interno della rete e l’eventuale cambiamento dei dati da rilevare sulla base di quanto viene via via elaborato.

Oggetti che parlano li troviamo anche molto più vicino a noi, nelle nostre case e in futuro ve ne saranno sempre di più.

Varie aziende che producono elettrodomestici e sistemi di intrattenimento (stereo, televisore…) hanno iniziato a predisporre i loro prodotti al dialogo tra loro. Un interessante progetto di ricerca in Olanda, vivere domani (Living Tomorrow) ha ricevuto un finanziamento di 25 milioni di Euro per sviluppare e sperimentare oggetti domestici in grado di dialogare tra di loro portando ad un ambiente più gradevole in cui vivere, con una speciale attenzione alle esigenze degli anziani.

Il frigorifero può dialogare con gli altri elettrodomestici per chiedere il permesso di far partire il compressore in modo da evitare un sovraccarico di richiesta di energia (e il contatore che “salta”). Per un frigorifero, che è oggetto molto tranquillo e paziente, non è essenziale attivare il raffreddamento in un ben preciso momento, può aspettare anche qualche minuto che il microonde finisca. Lo stesso vale per la lavatrice. Quando si preme il tasto del microonde questo può avvertire la lavatrice che sospende il riscaldamento dell’acqua.

Inoltre in prospettiva l’esistenza di etichette elettroniche negli abiti permetterà alla lavatrice di suggerire i migliori programmi di lavaggio ed anche di rifiutarsi ad effettuare un lavaggio che comprende due capi incompatibili tra di loro.

Il microonde potrebbe autoprogrammare la durata del riscaldamento sulla base delle informazioni contenute nel pacchetto del cibo che abbiamo introdotto…

Altre case hanno sviluppato delle centraline di controllo e automazione di varie funzioni della casa ad esempio per diminuire i costi del riscaldamento: se la centralina si accorge che siamo usciti da casa e la temperatura esterna scende o il cielo si annuvola può provvedere automaticamente ad abbassare le tapparelle in modo da diminuire la dispersione, pronta a sollevarle nuovamente quando l’illuminazione solare può contribuire al riscaldamento dell’ambiente (e in modo analogo, anche se opposto, fare d’estate diminuendo i consumi per il condizionamento).

Il dialogo tra oggetti tra le mura domestiche può risultare particolarmente utile in presenza di persone in qualche modo bisognose di aiuto. Le pantofole possono comunicare con dei centri servizi se non si muovono come al solito (non vengono indossate o stanno ferme in un punto in cui non dovrebbero per troppo tempo), le medicine se non vengono prese entro un certo periodo possono segnalarlo al televisore che può accendersi con un scritta in cui si ricorda di prendere la medicina (o sovrapporla al programma che si sta guardando…), il letto può segnalare se una persona non si alza, la porta del bagno l’ingresso e la non uscita di una persona…

Le informazioni che gli oggetti intorno a noi possono raccogliere sono moltissime e da un loro esame è possibile rilevare tempestivamente il potenziale insorgere di situazioni anomale.

Nel supermercato del futuro avremo molti oggetti in grado di parlare fra di loro e con il nostro carrello della spesa. In effetti in alcuni supermercati in Germania, Canada e Stati Uniti sono già iniziate delle sperimentazioni in cui il chiacchiericcio porta a un modo diverso di fare la spesa.

La multinazionale Ahold, ad esempio, sta sperimentando in alcuni suoi supermercati lo Shopping Buddy (il compagno di acquisti). Questi è un computer contenuto in uno schermo posto sopra il carrello della spesa in grado di accorgersi quali prodotti abbiamo inserito nel carrello. Li visualizza sullo schermo indicando anche il totale della spesa fino a quel punto. Se abbiamo l’abitudine di fare la lista della spesa su di un computer palmare questo può dialogare con lo Shopping Buddy che farà apparire sullo schermo l’elenco riordinato in modo da ottimizzare il percorso tra i vari scaffali per prendere i prodotti indicati. Inoltre quando abbiamo messo un prodotto nel carrello potrebbe essere visualizzata una offerta speciale che viene promossa insieme a quel prodotto: “hai preso un pacco di pasta. Bene. C’è in offerta un barattolo di sugo…”.

Ovviamente non c’è più bisogno di fare la coda alla cassa: quando usciamo dalla zona acquisti il sistema addebita direttamente il conto alla nostra carta di credito rilasciandoci uno scontrino.

Quegli stessi prodotti che mettiamo nel carrello parlano anche con lo scaffale segnalandogli che… se ne vanno. Lo scaffale quando si accorge di avere pochi prodotti disponibili avverte il magazzino, o in alcuni casi direttamente il fornitore, in modo che si possa procedere al reintegro. In futuro questo verrà probabilmente fatto da dei robot per cui tutto sarà una cosa “tra macchine”.

Anche per i negozi di altro genere le tag sono destinate ad avere un impatto. Benetton ha creato una azienda, LabId, per sviluppare tag che si prestino all’inserimento nei capi di abbigliamento. In un prossimo futuro potremo quindi aspettarci che anche i vestiti, magliette e gonne abbiano la loro brava tag. Questa servirà a semplificare le fasi di produzione (dalla fabbricazione del capo alla sua tintura e quindi al confezionamento) e quelle di distribuzione facilitando enormemente l’inventario nel negozio. Gli scaffali, infatti, sapranno in ogni istante quali e quante magliette hanno disponibili e a fine giornata potranno comunicarlo realizzando un inventario giornaliero, cosa oggi impossibile (perché costosa). Chi prova una maglietta in un camerino potrà magari vedere una modella su di uno schermo che sfila con quel capo indosso, e magari illudersi che faccia la stessa figura se indossato da lui/lei. Se gli sta stretto avrà la possibilità, toccando lo schermo, di richiedere una taglia in più mentre se avesse bisogno di una taglia in meno e questa non fosse disponibile in negozio lo schermo potrebbe informarlo della disponibilità in un altro negozio vicino e chiedergli se vuole prenotarlo per la prossima ora in modo da avere tempo di andare a provarlo. A “prova” conclusa non mancherà certo di informarlo che con quella maglietta si adatterebbero perfettamente anche un certo paio di calzoni…

Il cliente potrebbe poi decidere di portarsi a casa il capo con la tag oppure scegliere di distruggere la tag alla cassa in modo da garantire l’anonimato. Se dovesse decidere di mantenere in vita la tag (cosa che non crea particolari problemi di privacy visto che questa è leggibile solo da qualche metro di distanza) potrebbe poi sfruttarla per ricevere informazioni, ad esempio su come effettuare una smacchiatura su quel particolare capo…

È probabile che, dopo una prima fase di diffidenza, le tag diventino uno strumento utile e di uso quotidiano, facendo scomparire le eventuali preoccupazioni di privacy a fronte dei benefici che possono portare.

In futuro saranno molti gli oggetti che parleranno, con noi e soprattutto tra di loro. La DoCoMo, azienda di telefonia cellulare in Giappone, ha fatto un piano di lungo termine in cui stima che al 2010 in Giappone vi saranno 360 milioni di utilizzatori di cellulari. Di questi 120 milioni saranno i…giapponesi, mentre il restante saranno oggetti, tra cui 100 milioni di auto e ben 60 milioni di biciclette!

Ma nel futuro non avremo soltanto oggetti che si parlano. Avremo anche degli assistenti personali, del software, che ci accompagnerà durante la giornata, in parte residente sulla SIM del nostro telefonino, in parte in uno o più oggetti che indosseremo, in parte in qualche non meglio precisato punto di internet. Questi assistenti personali, che in inglese hanno già battezzato software butler (camerieri software) parleranno con oggetti, con fornitori di servizi e con altri assistenti in forma spesso anonima. Sapranno che cosa ci interessa e cercheranno di essere sempre aggiornati su quelle tematiche in modo da poterci assistere quando ne avremo bisogno. Penseranno anche a negoziare piccoli acquisti, dal borsellino che avremo fornito loro, e potranno acquistarci quella canzone o quell’articolo che ci interessava andando a scovarlo tramite internet per poi mettersi a contrattare il prezzo.

Come viviamo e come vivremo questo chiacchiericcio alle nostre spalle? In fondo i film di fantascienza con robot parlanti, più o meno amichevoli, sono cosa quasi vecchia. Oggi non vanno più di moda, forse perché non sarebbero più tanto di… fantascienza.

Note

1http://www.protectowire.com/applications/profiles/denver_airport.htm

2http://www.usatoday.com/tech/news/techinnovations/2003-11-21-robot-pharmacist_x.htm

3http://www.circuitree.com/CDA/ArticleInformation/features/BNP__Features__Item/0,2133,79352,00.html

4www.cddb.com

5 Dinamometro: uno strumento che permette di misurare le forze.

6

7 Situato in via della Consolata, in centro a Torino

8http://www.protectowire.com/applications/profiles/denver_airport.htm

9 Ogni aereo civile o militare ha un “transponder” che fornisce via radio un identificativo del velivolo. I centri di controllo di volo ricevono istante per istante questo identificativo sui loro schermi in modo da sapere la posizione di ogni velivolo oltre ai dati di volo (velocità, rotta, altitudine).

10www.kaigai-aviotech.co.jp/ newpage3.htm

11 In questo caso si tratta di una tag attiva, simile al telepass usato in Italia.

12 FCC: Federal Communications Commission, l’ente statunitense preposto alla allocazione delle frequenze radio.

13 http://www.rgs.uky.edu/

14http://www.livtom.be/noframes/en_000138.htm

15http://www.pbones.com/writings/shoppingbuddy.php video della CBS con interviste a clienti che hanno utilizzato lo Shopping Buddy: http://www.cbsnews.com/stories/2003/08/11/earlyshow/contributors/lauriehibberd/main567720.shtml

16http://www.lab-id.com

L'autore

  • Roberto Saracco
    Roberto Saracco inizia ad appassionarsi di tecnologia molto tempo fa. Formatosi come matematico e informatico è attualmente a capo della Industrial Doctoral School dell’Istituto Europeo dell’Innovazione e la Tecnologia, è presidente della Symbiotic Autonomous Systems Initiative promossa da IEEE-FDC. Ha diretto fino all’aprile del 2017 lo snodo italiano dell’EIT. In precedenza è stato, fino a dicembre 2010, direttore del Future Centre di Telecom Italia a Venezia, cercando di comprendere le interrelazioni tra evoluzione tecnologica, economia e società. È attualmente Senior Member dell’IEEE, dove dirige l’Industry Advisory Board all’interno del Future Directions Committee. Insegna all’Università di Trento. Roberto Saracco ha pubblicato oltre 100 articoli accademici in giornali e riviste specializzate.

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