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La vita, dentro e fuori lo schermo

07 Dicembre 2006

La vita, dentro e fuori lo schermo

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I dati del Digital Future Project raccontano un'Internet che guadagna spazi sociali sempre più vasti, anche a computer spento. Crescono le comunità online e i blog, aumenta la fiducia, si moltiplicano le esigenze

La vita reale e quella sullo schermo sono veramente mondi separati e distinti? Quale influenza ha il rapporto con la macchina sul nostro modo di pensare riguardo l’evoluzione, le relazioni, la politica, il sesso, noi stessi? Domande queste al centro delle indagini condotte in quasi due decadi di ricerche sul campo da Sherry Turkle, ricercatrice dl MIT, condensate poi nella pubblicazione di Life on the Screen, la cui prima edizione risale al 1995. Divenuto un classico della cyber-sociologia, il volume racconta la tendenza emergente verso «un nuovo senso d’identità, decentrata e multipla» reso possibile dall’interazione con il computer inteso e usato come un «oggetto in grado di riportare con i piedi per terra il post-moderno». Interviste e resoconti in prima persona ribadiscono come il confine tra la vita reale e quella sullo schermo divenga via via sempre più labile, indistinto – con gli annessi effetti positivi e negativi. Risultanze che da allora hanno trovano abbondante riscontro fino all’attualità dei nostri giorni, grazie alla diffusa reincarnazione di comunità, social networking e progetti condivisi. Lo stesso ci dicono i dati di un’ampia ricerca diffusa nei giorni scorsi.

Quasi il 50% degli americani che bazzicano regolarmente un qualche tipo di comunità online sostiene che quest’ultima è importante tanto quanto il mondo reale. In particolare, il 43% sente di far parte integrante della loro fetta del pianeta virtuale al pari del proprio ambiente familiare e del luogo di lavoro. E oltre il 50% visita la propria comunità di riferimento almeno una volta al giorno. Queste le cifre cruciali del 2007 Digital Future Project, curato dall’Annenberg School Centre for the Digital Future presso la University of Southern California di Los Angeles. Analizzando i dati raccolti nell’arco di sei anni da una serie di fonti diverse, il team guidato dal Professor Jeffrey Cole ha stilato un corposo rapporto di 127 pagine, ricco di grafici, comparazioni e dettagli. Lo stesso Cole ha sintetizzato tali dati dichiarando fra l’altro che «soltanto ora stiamo assistendo al vero e proprio emergere di Internet come quel potente fenomeno personale e sociale che sapevamo sarebbe diventato».

Nello specifico sono stati seguite oltre 2.000 persone dislocate in tutti gli Stati Uniti, contattando annualmente le stesse famiglie, esplorando altresì gli effetti delle tecnologia online sia su chi non ne fa uso (e perché) sia rispetto alle differenze di comportamenti tra l’accesso via modem e la banda larga: vale per il 50% dei cyber-utenti Usa sopra i 12 anni, che in totale raggiungono i tre quarti della popolazione del Paese. Il quadro complessivo conferma un altro importante dato empirico sottolineato da Sherry Turkle: l’interattivo coinvolgimento nel digitale trasborda regolarmente offline, con i cyber-netizen sempre più coinvolti in attività di natura sociale sul territorio. I due terzi dei membri delle comunità virtuali lo fanno proprio attraverso la Rete, e spesso verso cause completamente diverse da quelle che li hanno spinti online. Mentre il 43,7% convoglia il tutto in vero e proprio attivismo quotidiano, una volta staccata la connessione.

Una buona fetta di utenza viaggia ovviamente nella blogosfera, con oltre il raddoppio percentuale di quanti gestiscono un blog personale: dal 3,2% del 2003 all’odierno 7,4%. In costante crescita anche il numero di coloro che mantengono un sito web personale (12,5%) e che diffondono liberamente sul web i propri scatti fotografici (23,6% oggi, 11% tre anni fa). Interessante notare come appena il 46,3% degli ex-utenti, che ha abbandonato per una varietà di motivi, affermi di voler tonare online: la percentuale più bassa rivelata finora dai rapporti annuali del Digital Future Project. Il quale non manca di rilevare alcune abitudini dello shopping online, settore in cui l’utente medio aspetta ben 35,2 mesi prima acquistare qualcosa sul web, oltre due mesi in più rispetto alla quota dello scorso anno. Calano quindi i timori nel fornire i dati della carta di credito: lo fa con titubanza appena il 4%, contro il 14% del 2005 e il 32% del 2003.

Qualche preoccupazione in più trapela invece per il per il tempo che bambini e ragazzi spendono online, pur se quasi il 70% dei genitori interpellati dichiara di sentirsi a proprio agio in tal senso per quanto concerne i propri figli e il 40% si lamenta dell’eccessiva televisione. E per l’80,5% degli studenti maggiorenni è del tutto vitale aver accesso alla Rete per ricerche e materiali, pur se tre quarti dei genitori non notano differenze significative nei voti scolastici. Segnalando infine come, nel dar conto dell’indagine, il londinese The Register ponga l’accento sul rapporto simbiotico tra la “vita reale” e Second Life, il mondo virtuale al momento più frequentato (e più sofisticato), dove non mancano iniziative sociali concrete come quella attivata dal World Development Movement contro la povertà. A riprova del fatto che il turbinio sociale della Rete, anche se tra inevitabili sbavature e problemi, è cresciuto fino a divenire concreto motore di coinvolgimento e trasformazione. E pur se, al solito, questi dati vanno presi con le dovute cautele, il quadro complessivo contribuisce a sfatare il mito originario della vita reale e quella sullo schermo come mondi separati e distinti. Sempre che siano mai stati tali.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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