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La rete come risorsa delle comunità

07 Dicembre 2007

La rete come risorsa delle comunità

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Da oggi è disponibile in formato e-book gratuito il secondo capitolo di Community Management, il nuovo libro di Scotti e Sica edito da Apogeo. Nell'occasione, pubblichiamo la prefazione scritta per quel libro dal prof. Giorgio De Michelis

La vita degli esseri umani è venuta prendendo forma nelle comunità che essi hanno costituito agli albori della civiltà. Erano comunità locali che comprendevano le persone che convivevano in un territorio delimitato e che condividevano tradizioni, credenze ed esperienze e quindi un linguaggio. Ogni comunità aveva chiari confini che la separavano dal resto del mondo e si difendeva dai pericoli che da esso potevano venire, ma non era separata da esso, anzi sviluppava con le altre comunità relazioni di mercato e spesso aveva il culto dell’ospitalità, per cui ogni essere umano che si presentava alla sua porta chiedendo asilo era in linea di principio sacro.

Lo sviluppo della civiltà ha reso il quadro sociale dell’esistenza umana sempre più complesso in particolare la coesistenza di comunità nomadi e comunità stanziali, l’avviamento di relazioni mercantili su aree sempre più vaste del pianeta, il moltiplicarsi delle comunità per il formarsi di comunità religiose, professionali e di interesse indipendenti dalle comunità locali, le guerre di conquista che portavano alcune comunità a essere sottomesse ad altre, hanno moltiplicato le comunità cui una persona aderiva, alcune volte perché forzata da un potere dispotico, altre per una scelta soggettiva volontaria che caricava tale adesione di un senso distintivo e hanno messo comunità diverse pericolosamente vicine, costringendole a condividere uno stesso territorio, a competere per risorse scarse e/o per affermare la loro supremazia.

Per regolare e limitare questi conflitti, sono venute emergendo istituzioni che governano la vita delle comunità (definendone diritti di appartenenza, modalità di organizzazione, ruoli dei membri ecc.) e le loro relazioni reciproche (gerarchizzandole, definendo le modalità della loro interazione, delimitandone sfere di influenza e spazi di azione) e quindi sono emerse le religioni, gli stati nazionali, le Università, le istituzioni del mercato ecc. Mentre queste istituzioni svolgevano il loro ruolo regolatorio, nascevano nuovi problemi, questa volta tra istituzioni e comunità: le relazioni tra le istituzioni sociali e le comunità hanno vissuto infatti con il passare del tempo momenti di tensione anche cruenti, dovuti ai conflitti che sorgevano tra appartenenza a una comunità e adesione alle regole dettate da un’istituzione, ma nel complesso sono rimaste sotto controllo per lungo tempo, grazie al fatto che le istituzioni sono riuscite a reggere l’urto delle comunità impedendo la deflagrazione dei conflitti o il loro prolungarsi nel tempo.

Ma era più un armistizio che una vera pace, perché le comunità non venivano assoggettate, ma solo limitate: le comunità religiose, quelle locali trasformate dalle migrazioni volute o imposte in comunità etniche spesso spossessate dal territorio, le emergenti comunità politiche rappresentative di interessi contrastanti si chiudevano progressivamente diventando potenti generatori di identità che si distinguevano contro e nonostante le appartenenze sociali regolate dalle istituzioni. A un certo punto, sul finire dell’ottocento, la dimensione comunitaria della vita sociale è apparsa come un fattore di resistenza alla progressiva razionalizzazione delle relazioni sociali: l’opposizione tra Gemeinschaft e Gesellschaft ha dato vita a un dibattito appassionato nelle scienze sociali e nella filosofia, in cui la seconda (la società) era il luogo di una vita sociale ordinata e razionale, mentre prima (la comunità) era il luogo dell’irrazionalità e delle pulsioni incontrollate che scatenavano conflitti etnici, religiosi, ideologici.

Ma questa impostazione del problema ha, io credo, confuso la comunità come cellula costitutiva della vita sociale degli esseri umani, luogo del formarsi del capitale sociale, con la comunità come valore fondante una identità sociale distintiva che si caratterizzava in opposizione alle altre comunità, creando un solco tra sè e il resto del mondo. Questa versione, chiusa, volontaristica della comunità, in cui i suoi membri non condividono solo un destino, per esempio quello di convivere in un territorio più o meno accogliente, più o meno ricco, ma piuttosto dei valori, derivanti dall’adesione a una religione o a un’ideologia, a un mestiere o a degli interessi, che li caratterizzano rispetto agli altri, e vanno perciò difesi e diffusi, ha segnato e continua a segnare molti dei conflitti drammatici che hanno insanguinato e ancora insanguinano il pianeta. Non è strano perciò che la comunità appaia ancor oggi a molti come qualche cosa di arcaico e barbaro che dobbiamo ingabbiare e neutralizzare.

Eppure in ambiti diversi e irriducibili l’uno all’altro, nel dibattito filosofico come nelle ricerche antropologiche (anche, e forse soprattutto, in quelle dedicate allo studio delle forme della contemporaneità), è emersa una versione diversa della comunità che riscopre il suo essere cellula costitutiva dell’esperienza sociale, il luogo delle relazioni sociali, in cui gli esseri umani creano e condividono conoscenza, creano e condividono un capitale sociale. Questa riemersione della comunità originaria, aperta, ha aspetti diversi nelle diverse discipline, ma condivide un assunto di fondo: che non si può capire l’esperienza umana al di fuori della comunità, vuoi perché l’essere nel mondo delle persone è sempre un mit-sein, un essere insieme con altri (Nancy), vuoi perché è nella comunità che si forma il capitale sociale che riempie di senso la vita degli esseri umani (Putnam), vuoi, infine, perché il saper fare che caratterizza mestieri e professioni non è una conoscenza che può essere proprietà di un solo individuo ma prende forma e si sviluppa nelle interazioni tra coloro che praticano uno stesso mestiere, una stessa professione, nella loro comunità di pratica (Lave, Wenger).

Perché proprio mentre si acutizzano sanguinosi conflitti comunitari, quali lo scontro dell’Islam integralista contro la cultura egemonica dell’Occidente e il suo naturale complemento dei rigurgiti razzisti nelle nostre città dove l’immigrazione è più forte, le guerre etniche in Africa che sembrano cancellare ogni forma di civiltà in aree già vessate dalla povertà e dalle malattie, i conflitti che hanno insanguinato e ancora minacciano i paesi liberati dalle dittature post-sovietiche nella nostra stessa Europa, emerge con forza la dimensione costitutiva dell’esperienza comunitaria, il suo essere ineludibile momento fondante della socialità, il suo costituire lo spazio aperto dove è possibile pensare la civile convivenza tra esseri umani diversi per cultura, religione, credenze, lingua?

È, io credo, perché l’identità di una persona oggi è segnata non solo dall’etnia, dalla religione, dall’ideologia e dalle guerre che esse possono generare, ma anche dalle distinzioni che essa sviluppa nella dimensione incruenta della cultura che pervade le esperienze e le pratiche del lavoro professionale, della fruizione artistica, dell’esercizio fisico (agonistico o meno che sia). Quanto le prime dividono gli esseri umani mettendoli gli uni contro gli altri e inaridiscono la loro esperienza sociale segnandola con i caratteri della morte, tanto le seconde ci mostrano la molteplicità delle appartenenze, delle forme espressive, delle esperienze sociali come generatore di ricchezza per tutti e per ciascuno, come orizzonte possibile di una vita liberata da guerre e divisioni.

Non vorrei sembrare a questo punto un ingenuo cantore di un pacifismo disarmato e/o di una arcadia post-moderna: non sto evocando un mondo esente da contraddizioni, da disuguaglianze, da conflitti. Anzi sono piuttosto convinto che la ricchezza del molteplice si sviluppa solo in presenza del conflitto, nel suo potersi dispiegare senza vincoli nè censure. Quello che voglio dire è che conflitto non è sinonimo di guerra, anzi. Esso, quando è vissuto con pienezza e convinzione, non trova sfogo nella contrapposizione muro contro muro, nella cancellazione dell’avversario, ma nel confronto incessante e appassionato, in cui ciascuno afferma le sue posizioni ma è esposto all’ascolto delle posizioni dell’altro, in una continua contaminazione che sposta i termini delle questioni, ne scompiglia i riferimenti, ne reinventa assi portanti e orizzonti di senso.

La comunità costitutiva dell’esperienza umana non è infatti un luogo uggiosamente costretto all’armonia, un paradiso new age ove la noia sostituisce le passioni: essa è il terreno in cui le persone si confrontano le une con le altre, dove le certezze sono sempre precarie e possono essere rimesse in discussione, che si apre alle esperienze di altre comunità anche modificando i suoi confini e arricchendosi di nuova conoscenza, dove singoli e gruppi perseguono i loro obiettivi e li confrontano anche duramente con quelli di altri. L’identità che le persone si danno per l’appartenenza a una comunità è insomma mobile e distintiva, perché si costruisce con gli altri, differenziandosi ma anche venendo influenzata da ogni esperienza con cui viene a contatto. L’esperienza comunitaria che le persone vivono oggi, non è quindi caratterizzata da un’appartenenza esclusiva ma da una molteplicità di appartenenze ad aggregati sociali aperti, in cui le persone passano dall’una all’altra con continuità (De Michelis).

La conflittualità che pervade l’esperienza comunitaria spiega anche perché la comunità può diventare istanza separata e contrapposta: quando il confronto con gli altri appare capace di minacciare la propria identità è naturale difendersi rinchiudendosi nei propri confini, rifiutando il confronto. Comunità religiose, etniche, ideologiche sono spesso esposte a queste dinamiche nel mondo contemporaneo in cui gli equilibri raggiunti non hanno stabilità e le logiche di potere e di mercato della globalizzazione riducono i loro spazi fino a minacciarne, apparentemente, la sopravvivenza. Per questo esse si contrappongono alle altre comunità e nel contempo rifiutano l’apertura invasiva di cui la globalizzazione è portatrice.

Conviene sottolineare questo punto: la globalizzazione ha tra gli altri l’effetto di invadere gli spazi delle comunità trasformandoli in non luoghi (Augé) in cui non rimane traccia della loro esperienza sociale. A questo contribuisce non poco l’apertura di cui le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione sono portatrici: la logica della rete appare alle comunità chiuse non solo superare ma anche distruggere i loro confini, per cui la vivono come minaccia della loro identità e strumento di dominio sul piano culturale e politico.

Ma le comunità aperte, come sono necessariamente le comunità di pratica e/o di interesse, hanno con la rete un rapporto completamente diverso: per loro essa è capace di arricchire in modo decisivo lo spazio che condividono, la loro memoria comune, le loro possibilità di interazione creando luoghi virtuali e/o aumentando i loro luoghi fisici così da consentire esperienze comunitarie anche a distanza o in spazi condivisi con altre comunità. Anzi, la rete è condizione necessaria per il pieno dispiegamento di queste comunità basate sulle esperienze culturali e professionali dei loro membri: esse infatti sono caratterizzate da legami deboli, contribuiscono significativamente all’identità dei loro membri ma sono consapevoli della loro parzialità, del loro coesistere con altre comunità, del fatto che l’identità di una persona è sempre plurivoca.

L’identità delle persone nella società attuale è sempre molteplice: considerare questa molteplicità una ricchezza e non una minaccia è possibile solo se, da una parte, non si vuole proteggere l’autonomia di una comunità facendo dell’appartenenza a essa un elemento di divisione e di contrapposizione, dall’altra, si è in grado di mantenere in vita i legami deboli senza che siano sopraffatti da altri legami più forti. Insomma l’apertura di una comunità ha bisogno che essa sia dotata di un luogo distribuito e ricco di memoria in cui l’esperienza comune dei suoi membri capitalizza le conoscenze create e le rende disponibili a tutti. La rete, in particolare i sistemi di comunicazione che ha proposto, a partire dalla posta elettronica fino ai sistemi di voice over ip, e il Web 2.0 con la possibilità che offre di trasformare ogni utente in attore capace non solo di accedere ai contenuti della rete ma anche di crearne di nuovi e di classificarli/ordinarli, è oggi sempre di più una condizione necessaria per lo sviluppo di comunità di pratica e di interesse che consentono di condividere esperienze al di là delle distanze geografiche e del rumore che la compresenza di diverse comunità può creare.

Se pensiamo che sono molte le imprese e le organizzazioni pubbliche che cominciano a guardare alle comunità di pratica come importante strumento per favorire la condivisione delle esperienze professionali al loro interno, allora il collegamento che ho appena tratteggiato tra la rete lo sviluppo delle comunità di pratica è di grande importanza. Il libro di Rosario Sica e Emanuele Scotti, è uno strumento utilissimo per approfondire queste tematiche. Esso infatti è un testo sulle comunità di pratica, in cui viene proposto un metodo per sostenere una comunità di pratica al fine di aumentarne la vitalità e quindi le prospettive di durata ed efficacia. Non è un caso che questo metodo proponga un intervento socio-tecnico a sostegno delle comunità di pratica: da una parte, infatti, si definiscono i sistemi che il Web 2.0 offre per supportare la comunicazione e la memoria condivisa della comunità, dall’altra, si suggeriscono i ruoli che sostengono la circolazione della conoscenza nella comunità, grazie ai sistemi di cui essa viene dotata.

Tre casi, – due in imprese private e uno in una istituzione pubblica – nati nel gruppo professionale in cui operano gli autori corredano la trattazione, dando al lettore una concreta esemplificazione di quello che si può fare, dell’impatto che ha sulla comunità su cui si interviene e sull’organizzazione che ne promuove lo sviluppo e della nuova consapevolezza sociale che i diversi attori coinvolti sviluppano.

Vedi la scheda del libro Community Management.
Leggi il capitolo Lavorare sulle community informali nelle organizzazioni in formato e-book.

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