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“La realizzazione professionale è una partita lunga come la vita”: Vittorio Martinelli e Luigi Ranieri, coautori di Piano B, spiegano perché

19 Gennaio 2024

“La realizzazione professionale è una partita lunga come la vita”: Vittorio Martinelli e Luigi Ranieri, coautori di Piano B, spiegano perché

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A cosa mirare, come prepararsi, gli esempi da seguire, come creare un curriculum, farsi amica l’AI e tanti altri suggerimenti per la realizzazione di sé.

La tua realizzazione professionale non si conclude con il lavoro: inizia

Apogeonline: Il curriculum. Chi lo consiglia aderente 100% al modello europeo, chi suggerisce di seguire strade meno ortodosse per distinguersi dalla massa. Che cosa ne pensate?

Vittorio Martinelli: Il curriculum europeo per me è il male assoluto! Ad oggi io consiglio di usare un curriculum di una sola pagina; per il formato, su Canva ci sono tantissimi spunti uno più bello dell’altro.

Luigi Ranieri: Io sono un po’ meno tranchant di Vitto su questo punto, nel senso che spesso si antepone la forma alla sostanza. Come Selezionatore e founder del servizio Curriculum Inglese ne ho visti a migliaia di CV e, se dovessi dare un solo consiglio ai più, direi: attenzione al messaggio che si comunica con il curriculum; è chiaro cosa fai ora (il tuo ruolo attuale) e cosa vuoi fare? Tutte le altre info, sono conseguenti/coerenti? Se si ha un contenuto solido, si può pensare poi alla forma ed esistono soluzioni efficaci gratuite e a pagamento. Ma non si può acquistare un contenuto efficace se non ci si ferma a riflettere al riguardo.
Sulle dimensioni concordo, massimo due pagine e, se si riesce ad ottenere un risultato 1-page, ancora meglio.

I social. Alcune ricerche danno in diminuzione il volume dei post prodotti da umani e prevedono ridimensionamenti importanti nel numero di utenti attivi. I social continueranno a rappresentare un canale alternativo convincente sul quale lavorare per realizzare il piano B?

Vittorio: Penso che ci sarà sempre più spazio per la creatività nel nostro futuro. Dal mio punto di vista bisogna informarsi e studiare il più possibile ogni novità per poterla massimizzare e al contrario creare nuovi mondi. Spesso penso a quando negli anni 90 si viveva nelle copisterie per fare cose che oggi si risolvono con due clic…

Luigi: La digital reputation, che insiste prevalentemente su social come Linkedin (ma non solo), a mio avviso sarà sempre più un elemento imprescindibile per facilitare la realizzazione di un piano B. La digital reputation non sostituirà mai il valore delle relazioni umane, ma i due ambiti non sono mutuamente esclusivi; vanno a braccetto.

La cosiddetta intelligenza artificiale. Sembra che influirà su moltissime figure professionali passate e future. Come facciamo a renderla una opportunità per attuare il piano B invece di un rischio professionale?

Vittorio: Mi devo ripetere, ma ogni novità è un’opportunità. Il punto sta nel non trincerarsi dietro un muro di paure ma, al contrario, lavorare sul cambiamento. La maggior parte dei software è al servzio dell’uomo e non viceversa. Specialmente sulla AI si sta facendo moltissima speculazione.

Luigi: In due modi: 1) costruendomi un profilo professionale che sia di nicchia e non una commodity. In passato, per farlo, dovevo guardarmi bene da una pletora di neolaureati umani quasi indistinguibili rispetto a me. Oggi c’è anche l’AI di mezzo e la nicchia devo costruirmela anche cercando di evitare ambiti nei quali è previsto che l’AI emerga sempre più (tipicamente ambiti ripetitivi e poco creativi). 2) chiedendomi continuamente come io possa sfruttare l’AI per crescere come professionista e/o come imprenditore man mano che aumenteranno le applicazioni (al momento imprevedibili) dell’AI stessa.

È possibile acquisire una nuova competenza senza ricorrere a corsi a pagamento e facendo affidamento sui contenuti delle librerie e della rete?

Vittorio: Dal mio punto di vista, oggi ci sono moltissimi contenuti disponibili senza pagare cifre folli o senza iscriversi a corsi di 90 ore… la mia prima risorsa per l’innovazione sono le librerie.

Luigi: Per quel che mi riguarda, i libri e l’applicazione di quanto vi è scritto sono la mia prima fonte di crescita, quindi assolutamente sì.

Steve Jobs abbandonò la frequentazione tradizionale del college per diventare un dropout, ma si mise a seguire i corsi che lo interessavano davvero. Nel famoso discorso all’università di Stanford spiegò come quella scelta poi ritornò in modo positivo nel suo percorso professionale. È ancora possibile dedicare tempo significativo a materie apparentemente aliene al nostro lavoro ma che accendono la passione? Avremo tempo e risorse per arrivare al momento di unire i punti?

Vittorio: Le storie di Steve Jobs, Elon Musk, Bill Gates… sono delle bandiere dal mio punto di vista non per quello che riguarda il percorso di studi, ma per la verticalizzazione delle passioni. Ognuno di noi deve poter sperimentare e eventualmente cambiare senza per forza doversi sentire giudicato o pensando di essere un fallito. Il bello della mentalità americana è proprio questo, la forza dei test, del provare e ripartire. Auguro a tutti di seguire le proprie passioni, sia che questo implichi 10 anni di università o fermarsi alla terza media.

Luigi: Le carriere M-shaped saranno sempre più attuali delle T-shaped e in futuro sarà sempre più richiesta multidisciplinarietà. Se penso di essere un ingegnere che fa un lavoro psicologico (da coach/counselor/formatore), realizzo quanto sia stato importante per me zigzagare tra competenze diverse. Il punto focale è: la passione per queste competenze da un lato e, dall’altro, la creatività per metterle in pratica in un business/professione.

Il posto fisso. Se ne parla come se non esistesse più, tuttavia ci sono ancora tante persone che passano l’intera vita lavorativa dentro una singola azienda. È ancora un’idea percorribile? Soprattutto, ha senso nel mondo di oggi?

Vittorio: Io penso che il posto fisso per come lo spieghi tu in questa domanda non esista più o meglio non esisterà più. Secondo il Massachusetts Institute of Technology (MIT), le nuove generazioni dovranno svolgere 10/15 lavori diversi nell’arco della loro vita lavorativa; ecco perché conviene sempre di più stare vicini al tipo di carriera di cui parliamo nel libro.

Luigi: Il bisogno di sicurezza è un bisogno umano e trasversale e non va denigrato. Poi bisogna fare i conti con la realtà, che è sempre più incerta (VUCA). Una cosa che ho riscontrato nelle centinaia di storie conosciute come career coach è che spesso la soluzione apparentemente più sicura nel breve periodo (per esempio, restare attaccati al proprio lavoro attuale), nel lungo periodo è la più pericolosa.

Che differenza c’è tra perseguire interessi nuovi e diversi e disperdersi? Come valutare le proprie digressioni dalla strada principale?

Vittorio: L’unica differenza è il tipo di obiettivo che si persegue in questi interessi. Io consiglio di unire interessi e carriera. Sembrano spesso due cose separate ma in verità non lo sono.

Luigi: Per trovare nuove strade occorre sempre un po’ perdersi. La differenza che vedo tra il perdersi e basta continuamente e, dall‘altro lato, il perdersi in modo più disciplinato, è l’onestà con sé stessi. Dopo un po’ occorre chiedersi: quello che sto scoprendo facendo nuove esperienze, lo voglio/posso collegare alla mia professione oppure ne è avulso? Nel secondo caso mi devo chiedere: va bene così, non importa che abbia una qualche utilità professionale e me lo tengo così come è, nella sua inutilità (e ci può anche stare talvolta), oppure lo getto via e provo altro?

Avete intervistato tante persone, ognuna con le sue idee sul piano B. Quali sono i vostri mantra personali?

Vittorio: Nel libro il punto comune di tutte le persone che abbiamo intervistato è la passione con cui ognuno di loro ogni giorno si mette in discussione. Manager che gestiscono team di 3.000 persone o Youtuber che ripartono da zero ogni mattina come se fosse il primo giorno di lavoro.

Luigi: Fare le cose in squadra, sviluppare un forte controllo della partita interiore/mentale, prendere contatto con il mondo esterno coltivando il dubbio, farsi muovere dal vento della passione, divertirsi.

Una parola sulle aziende. Nel sentire comune, si parla del nuovo problema della retention: come fare sì che le persone più brave e talentuose continuino a preferire il proprio posto di lavoro. Come si muove l’azienda in un mondo nuovo dove ognuno ha un piano B nel cassetto?

Vittorio: Non è semplice oggi tenere i talenti in azienda; anche da quel punto di vista bisogna chiarire che le persone vanno conquistate ogni giorno e non bisogna dare nulla per scontato. Il mercato del lavoro è cambiato da entrambi i lati.

Piano B, di Vittorio Martinelli e Luigi Ranieri

Piano B nasce per non lasciare solo il professionista che si trova di fronte a un bivio lavorativo, offrendogli un supporto simile a un percorso di career coaching per allargare la propria visione.

Luigi: Per quasi dieci anni mi sono occupato di Compensation, attraction e retention in un’azienda Mib 30, a livello corporate. Già dieci anni fa il messaggio dalle società di consulenza chiave nel settore (Hay e Mercer) era chiaro: i soldi trattengono sempre meno le nuove generazioni. A mio avviso le malattie (e le possibili cure) in Italia riguardano: 1) la managerialità; 2) l’ambiente di lavoro. Per trattenere i talenti (ma anche tutti gli altri) occorrono capi che sappiano essere veri leader e un ambiente di lavoro sano che sia orientato ad una giusta causa di lungo periodo, piuttosto che ai piccoli conflitti personali per accaparrarsi quest’anno un granellino in più di status all’interno del proprio misero ambiente di lavoro.

Uno di voi ha impiegato sette anni a dispiegare la propria strategia di crescita professionale, da quando l’ha impostata al momento di dire ce l’ho fatta! Tanto o poco? Quanto tempo concedere al proprio disegno strategico alternativo?

Vittorio: Non c’è un timing specifico per il piano B, ma di una cosa sono certo: va preparato e non bisogna prendere i cambiamenti sottogamba. Per cambiare bisogna studiare e approfondire il più possibile.
In bocca al lupo a tutti per la loro prossima vita professionale!

Luigi: La realizzazione professionale è una partita che si conclude in punto di morte probabilmente. Non c’è una scadenza. Nel mio caso il periodo lungo è stato dovuto sia alla volontà a procedere in modo cauto per via dell’arrivo di due bimbe (mi sono dimesso quando Iris aveva 1 anno e l’anno successivo è venuta Emilia), sia alle partnership: trovare dei buoni soci accelera enormemente il percorso di execution del piano B, trovare dei soci scarsi lo può affossare definitivamente. Ma per trovare dei buoni compagni di viaggio, occorre farsi le ossa, conoscersi e conoscere meglio il prossimo e, i primi passi, ci sta che possano essere incerti o non i migliori.

Immagine di apertura originale della redazione di Apogeonline.

L'autore

  • Vittorio Martinelli
    Vittorio Martinelli, AD per l'Italia del colosso giapponese Olympus, ha maturato una lunga esperienza nel campo sales e marketing in grandi multinazionali. È professore a contratto per la Bologna Business School e collabora attivamente con SDA Bocconi, ISTUD Business School, Talent Garden Innovation School e Fondazione ELIS.
  • Luigi Ranieri
    Luigi Ranieri è formatore, counselor, coach e autore di libri e del podcast "Unlock Yourself", dedicato alla crescita personale e professionale. È cofondatore di bonsay.me, società leader nella formazione sulle soft skill. Collabora come docente in ambito leadership per diverse istituzioni, tra cui Trentino School of Management.

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