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La musica online non minaccia l’industria discografica

02 Dicembre 1999

La musica online non minaccia l’industria discografica

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Nonostante il gran parlare che se fa in giro, sembra che la diffusione online delle produzioni musicali incida ben poco sulle attività commerciali dell’industria discografica. Ciò sulla base di dati e fonti diverse. Intanto gli esperti di Jupiter Communications sostengono che nel 2003 appena il 5,7 per cento della musica venduta online sarà in formato digitale. Mentre il vicepresidente della EMI informa che le l’85-90 per cento delle entrate totali del settore non derivano dalla vendita di supporti sonori bensì da accessori e gadget a questi connessi. E sei dei 20 siti musicali più frequentati sono di proprietà delle etichette più note: anziché temere Internet queste dovrebbero invece attivare “chioschi di streaming” per promuovere i propri artisti. Non a caso assai attiva in quest’ambito è la stessa EMI, grazie anche a una partnership con Microsoft per la distribuzione di oltre 5.000 video musicali tramite il Media Player Windows.

All’incirca sul medesimo tenore si assestano i dati ricavati da un’indagine di Music Business Intl. Sul totale delle vendite di musica online previste da qui a cinque anni (5,2 miliardi di dollari), 635 milioni verranno da pezzi prelevati direttamente via download. Sempre nel 2005, questi ultimi rappresenteranno il 16 per cento degli acquisti complessivi effettuati sul Web negli USA e l’8 per cento in Giappone. Per quanto concerne l’Europa, al primo posto sarà il mercato inglese, seguito da Germania e Francia.

Infine, nonostante le tre milioni di tracce digitali prelevate quotidianamente online, gli esperti prevedono ancora grande popolarità per i negozi tradizionali. Nel 2005 Internet rappresenterà soltanto il 10 per cento delle entrate totali dell’industria discografica globale, oltre 46 miliardi di dollari.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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