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La guerra del DVD contro l’open source

06 Marzo 2000

La guerra del DVD contro l’open source

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Protagonista di un significativo caso giudiziario, il DVD ha sollevato in maniera più evidente che mai la difficile contraddizione tra difesa del diritto d'autore e libera circolazione delle informazioni

Il fatto è scoppiato quando, verso la fine del 1999, un gruppo di hacker ha rilasciato un lettore DVD per Linux. Nulla di straordinario, apparentemente, qualcosa di analogo a tanti altri casi del passato in cui la comunità open source ha colmato le lacune lasciate dai produttori tradizionali di software. Ma questa volta era in gioco molto più di un semplice software per Linux. Per comprendere la portata del problema occorre fare qualche passo indietro.

Prologo

Nato nel 1996, lo standard DVD ha fatto tesoro dell’esperienza maturata su un supporto molto simile, il CD, e soprattutto ha dovuto prendere atto di una problematica relativamente recente: la facilità con cui le informazioni digitali possono essere copiate e diffuse su Internet. Fino a pochi anni fa si pensava che la mole di dati contenuti all’interno di un CD musicale scoraggiasse qualsiasi tentativo di duplicazione e distribuzione pirata di tali informazioni. Il formato Mp3 ha mostrato come tale tranquillità fosse infondata.

Come risultato, per il DVD si è avuta l’adozione di una serie di meccanismi diversi di protezione. Dalla codifica digitale alla protezione dell’uscita analogica mediante segnali di disturbo in grado di mandare in tilt i videoregistratori pronti a duplicare su VHS il DVD. Non tutti questi sistemi di protezione vengono sempre applicati: la scelta è lasciata al produttore del singolo titolo.
Uno di questi sistemi è un algoritmo di crittografia, il CSS (Content Scramble System) che codifica il contenuto in modo che non sia interpretabile a meno di non conoscere la chiave di accesso. Un meccanismo analogo alla codifica delle trasmissioni via satellite a pagamento.

Come se non bastasse, esiste il problema dei codici regionali. Il mercato cinematografico presenta peculiarità diverse rispetto al mercato musicale. I film non escono in contemporanea in tutti i paesi del mondo, bensì prima nella nazione produttrice (leggi Stati Uniti) e solo in seguito nei paesi di lingua diversa, che hanno bisogno di tempo per produrre l’edizione doppiata. La libera circolazione di DVD nel mercato globale porrebbe quindi grossi problemi alle compagnie di distribuzione cinematografica, che potrebbero anche voler mantenere prezzi diversi ed eventualmente politiche di censura diverse a seconda del mercato di riferimento.

Di qui l’idea dei codici regionali. Il mondo è stato diviso in 8 macro aree (o regioni), prevedendo un sistema di protezione sia nei lettori DVD sia all’interno dei dischi stessi per cui un disco con un codice diverso da quello del lettore in cui è inserito viene bloccato. Per esempio, Stati Uniti e Canada hanno codice 1, mentre Europa e Giappone codice 2. I dubbi e i problemi che tale stratagemma pone sono diversi. Ne bastino alcuni:

  • I film acquistati in vacanza o da amici residenti all’estero potrebbero non funzionare sul nostro lettore casalingo.
  • Basterebbe comunque avere due lettori (uno acquistato in Europa e uno negli Stati Uniti) per aggirare il problema.

L’effetto generale di questa scelta sembra non essere stato dei migliori, tanto che in alcuni paesi, come la Nuova Zelanda, tale politica è stata rifiutata, dichiarando illegale la vendita di lettori “ristretti” a un’unica zona.

Il fatto

Partendo da un’esigenza molto pratica, ovvero quella di creare un DVD player per Linux, la comunità open source si è messa al lavoro con il progetto LiViD, cominciando a studiare i player esistenti per le altre piattaforme. Verso la fine del 1999, un gruppo di hacker norvegesi dall’eroico nome di “Masters of Reverse Engineering” è riuscito a violare l’algoritmo di crittografia CSS, producendo DeCSS, un programma in grado di decifrare il contenuto dei DVD, consentendo quindi di proiettarlo sullo schermo di un computer Linux.

L’intenzione era quella di creare semplicemente un lettore DVD, ma l’effetto è stato di violare un codice di protezione, con l’importante effetto collaterale di superare anche la limitazione dei codici regionali.

Quando il codice di DeCSS è comparso sul sito curato dal giovane hacker norvegese Jon Johansen, la Motion Pictures Association of America ha avviato una azione legale contro di lui e contro il provider Internet affinché venisse rimosso il codice di questo “pericoloso” programma. Ma ormai la frittata era fatta, decine di siti sparsi per il globo avevano già iniziato a “mirrorare” il codice incriminato, ed è tuttora facile trovarlo in rete.

La contraddizione

Testo legislativo chiave in questa vicenda è il Digital Millennium Copyright Act, approvato dal Congresso degli Stati Uniti nel 1998 a tutela della proprietà intellettuale nell’era digitale. Questo documento contiene una contraddizione sottile ma, come dimostra il caso del DVD, pericolosa. Da un lato, come è ovvio, proibisce la realizzazione di apparecchiature o software in grado di copiare contenuti che usano sistemi di protezione (come l’algoritmo CSS). D’altro lato autorizza espressamente il “reverse engineering”, ovvero quella procedura per cui, a partire da un programma per computer, si può (faticosamente) risalire alla sua logica concettuale.

Ed è proprio questa procedura che è stata adottata dagli ideatori di DeCSS, che hanno trovato un varco in XingDVD della Xing Technologies (Real Networks) riuscendo a identificare l’algoritmo di crittografia.

Un’altra controversia legale in corso negli Stati Uniti ha avuto esito opposto, dando ragione agli autori di un programma analogo. Il 10 febbraio scorso, infatti, Connectix ha vinto la causa contro la Sony per il reverse engineering relativo a Virtual Game Station, un software che consente di far funzionare i giochi della Playstation su Macintosh.
“Il tribunale ha riconosciuto che il reverse engineering è una pratica di sviluppo comune, legittima e utile, tutelata dalla legge” — Roy McDonald, CEO di Connectix.
Il progetto LiViD, secondo le parole degli sviluppatori che vi hanno lavorato, non è altro che un modo per aprire anche a Linux un mercato altrimenti limitato ai soliti sistemi operativi. Non è un sistema per violare il diritto d’autore o per copiare i DVD. In effetti, conoscere la chiave dell’algoritmo di crittografia è una condizione non necessaria e nemmeno sufficiente per copiare i dischi. La creazione di una copia speculare del disco non ha alcun bisogno di interpretarne il contenuto, cosa che invece è necessaria per “utilizzare” il disco. E chi acquista un DVD dovrebbe avere la possibilità di vederne il contenuto anche se non possiede un computer Windows o Mac.
Ai primi di febbraio di quest’anno gruppi di hacker in tutto il mondo hanno avviato la loro protesta distribuendo un volantino all’uscita dei cinema, spiegando le ragioni per cui il caso DeCSS va ben oltre una semplice causa di pirateria software. È nato un sito, OpenDVD, che propaganda un formato DVD aperto. Sono comparsi appelli sui maggiori siti open source affinché tale politica di chiusura venisse abbandonata. E, cosa più importante, sono sempre di più i siti mirror che pubblicano una copia di DeCSS (con il codice sorgente, in modo da renderne visibile la logica concettuale), vanificando qualunque tentativo di farlo sparire dalla circolazione.
Internet Link:
OpenDVD
http://www.opendvd.org

LiViD
http://www.linuxvideo.org

Il testo italiano del volantino http://www.lettera22.com/news/Ciberspazio/200002051031.news.shtml
Il caso Connectix
http://www.connectix.com/company/press_cvgs_feb1000.html

DVD FAQ
http://www.videodiscovery.com/vdyweb/dvd/dvdfaq.html

Digital Millennium Copyright Act
http://www.gseis.ucla.edu/iclp/dmca1.htm

L'autore

  • Alberto Mari
    Alberto Mari lavora col Web dal 1998. La passione per le tecnologie e una cultura umanistica l'hanno portato a occuparsi di editoria digitale e ebook.

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