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La frontiera elettronica di ieri e di domani

15 Giugno 2004

La frontiera elettronica di ieri e di domani

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La lezione dell'Italian Crackdown per prevenirne possibili repliche intorno al mondo e tutelare Internet come bene davvero "glocale", comune, partecipatorio

È mai esistita una frontiera elettronica? Esiste forse oggi, e, soprattutto: è qualcosa con cui dovremo fare i conti nel prossimo futuro? L’inevitabile replica affermativa a queste domande rimanda ai modelli socio-comunicativi in evoluzione continua imposti dal continuum digitale. Dalle prime BBS (Bullettin Board Systems) locali alla comunicazione da molti verso molti alle ramificazioni globali dell’odierna blogosfera, il filo rosso unificante rimane, in prima battuta, quel medesimo impulso di sperimentazione continua, aperta, collaborativa. Turbolenze incluse — ieri come oggi e, c’è da scommetterlo, anche domani.

La nascita della frontiera elettronica risale intorno al 1990 — nello scenario mediatico statunitense e, per estensione, globale. Fu in quell’anno che le autorità federali lanciarono una vasta e improvvisa campagna repressiva contro le attività illecite dei computer hacker, con decine di arresti, pesanti denuncie, enormi sequestri di apparecchiature e dati personali. Venne così allo scoperto il cosiddetto “lato oscuro” della comunicazione telematica, magistralmente descritto da Bruce Sterling nel best-seller “Hacker Crackdown”, liberamente disponibile sul Web e pubblicato in italiano da Shake Edizioni. Il volume dimostrò come, al pari del mondo reale, anche in quello virtuale vivessero esseri umani. Con gli identici pregi e difetti con cui abbiamo a che fare giorno dopo giorno. Ma anche, e forse soprattutto, con la potenzialità e la creatività necessarie per maturare e andare oltre. Inclusi business model di successo, come dimostrano Amazon e eBay per un verso e per l’altro gli svariati progetti a latere del mondo open source e software libero.

Eppure un po’ ovunque il tipico miscuglio tra ignoranza, disinformazione e resistenza al cambiamento sfociò in operazioni repressive tanto inutili quanto indiscriminate — fino, appunto, alla versione mediterranea di quell’Hacker Crackdown. Con i media mainstream, in un caso e nell’altro, prontissimi a sbattere in pagina il mostro — l’hacker — di turno. Dando così origine a un’aria di generalizzata paura e diffidenza verso le nuove tecnologie, e soprattutto verso chi le usa in maniera innovativa, non convenzionale — che poi è il modo con cui sono nati strumenti oggi di uso comune, dal telefono alla stessa internet. Fallendo altresì l’obiettivo centrale della società dell’informazione: aiutare ciascuno di noi a divenire coscienti e partecipi di rischi e benefici in ogni tecnologia.

Già, qualcosa di simile a quanto avviene ancor oggi con le altrettanto indiscriminate campagne “anti-pirateria” delle major del disco, a partire ovviamente dallo scenario USA e con le recenti, perigliose propaggini del Decreto Urbani in Italia. Rispetto al quale va notata la prima denuncia sui generis, presentata nei giorni scorsi dall’euro-deputato radicale Marco Cappato proprio contro i gestori del sito web del Ministero di Giuliano Urbani. Non sarebbe conforme alle norme l’avviso “circa l’avvenuto assolvimento degli obblighi derivanti dalla normativa sul diritto d’autore e sui diritti connessi” relativo a numerosi documenti presenti nel sito istituzionale. Pur confermando, dunque, il rapporto quantomeno schizofrenico tra normative e tecnologia, la tendenza repressiva non smette tuttavia di propagarsi. Lo dimostra una recente notizia tutt’altro che allegra: il WIPO, l’Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale, ha stilato una bozza di trattato internazionale che, in sintonia con il Digital Millennium Copyright Act statunitense, prevede tra l’altro il divieto di creare tecnologie capaci di aggirare le protezioni tecnologiche poste sulla trasmissione di segnali diffusi dalle emittenti. Sulla questione, è già partita la campagna di opposizione di IP Justice, entità a tutela delle libertà digitali. E senza affatto tralasciare gli ennesimi, pesanti giri di vite in corso contro cyber-café, siti web e il media-attivismo in generale in paesi quali Vietnam, Cina. Fino all’assurdità della messa fuorilegge dei telefoni cellulari in Corea del Nord — con la solita scusa della sicurezza.

Il tutto a sottolineare l’importanza di ricordare episodi come l’Italian Crackdown di dieci anni or sono — sia a livello storico, per informare con cognizione di causa i molti che allora non c’erano, sia per tenere tutti insieme gli occhi ben aperti onde evitare o prevenire possibili repliche in futuro. Più che caldeggiato, quindi, è l’invito a ripercorre le vicende legate a quell’evento documentate nell’omonimo libro, edito da Apogeo e liberamente disponibile online. Tenendo comunque bene a mente che la ‘nuova’ frontiera elettronica si mostra più complessa e articolata da conquistare, ma anche da abitare e colonizzare, di quella che l’ha preceduta. Con gli identici pregi e difetti con cui abbiamo a che fare nella vita di ogni giorno dopo giorno, incluse la potenzialità e la creatività necessarie per maturare e andare oltre.

In conclusione, da una parte le note di copertina di quel libro si fanno drammaticamente attuali, quando ci ricordano che “…non è ancora finita, perché nuove iniziative di questo genere sembrano sempre in agguato”. Dall’altra, però, non mancano certo speranze e strumenti: occorre rimboccarsi le maniche ancor più per tutelare l’internet di domani come bene comune — anziché proprietà di corporation, governi o monopolisti.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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