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La difesa di Napster

05 Ottobre 2000

La difesa di Napster

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Ecco come l’avvocato di Napster, lo stesso che ha attaccato Microsoft nel processo anti-trust, ha cercato di smontare le argomentazioni dell’accusa.

Un risultato lo ha, comunque, già portato a casa. Per ora Napster non chiude, anche se la decisione dei giudici della Corte d’Appello di San Francisco è attesa tra quattro settimane.

Ma ecco un riassunto delle cose dette durante l’ultima seduta.

Sony fa parte delle case discografiche, membri del RIIA (Recording Industry Association of America) il “grande accusatore” di Napster.
Ironia della sorte, l’avvocato di Napster ha utilizzato per la difesa la giurisprudenza di cui ha beneficiato la compagnia giapponese nel 1984.

All’epoca, infatti, Sony aveva lanciato il Betamax VCR, antenato del videoregistratore.
L’azienda fu accusata di incoraggiare la pirateria video.

Vinse il processo provando che se il Betamax permetteva effettivamente di fare copie di cassette, questo non era il suo uso principale.
Napster, quindi, ha ripreso l’argomentazione stimando che il suo software è stato utilizzato più sovente legalmente che illegalmente.

In altre parole, che la maggior parte degli utenti non utilizza Napster per fare commercio illegale di Cd e che, quindi, può continuare la sua attività.

A questo, però, uno dei giudici ha risposto che contrariamente al Betamax, Napster non è un prodotto manifatturiero ma un software e un servizio.
Boies, l’avvocato di Napster, ha replicato che la compagnia che rappresenta fornisce una tecnologia: liberi, dunque, gli utenti di fare quello che vogliono.

Questo spunto ha permesso a uno dei rappresentanti della RIIA di lanciare una provocazione: “Se qualcuno riuscisse ad aprire, non importa in quale momento, le porte della Tower Records (un grande megastore di musica), sarei tentato di approfittarne anch’io”.

Secondo la legge americana, poi, con l’Audio Recording Act del 1992 ogni individuo può copiare musica per un uso personale.
Questo è uno degli argomenti al quale si è attaccato Napster.

Il giudice Patel, che in prima istanza aveva condannato Napster, aveva stimato che l’azienda non poteva avvalersi di questa legge, perché non produce apparecchiature ma software.

Anche qui, dunque, è in gioco questa distinzione tra hardware e software.

Boies, però, insiste nel ribadire che il servizio offerto da Napster non incoraggia la copia, ma aiuta gli utenti a trovare quello che cercano.

Insomma, da una parte all’altra si cammina sul filo del rasoio e starà ai giudici far cadere questo o quel contendente.

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