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La crisi professionale è da gestire. Poi va tutto meglio

22 Gennaio 2024

La crisi professionale è da gestire. Poi va tutto meglio

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Il cambio di lavoro verso un miglioramento di carriera e reddito può iniziare con una crisi che sembra l’opposto. Non bisogna preoccuparsi, ma gestire.

È mascherata da crisi, ma se tieni duro si tratta di opportunità

Solitamente si cambia lavoro perché si cerca un posto migliore, una migliore retribuzione, o una responsabilità più elevata. Ma è sempre così?

Riusciamo a concepire, invece, il caso di una persona che ha in mente un cambiamento di carriera significativo, ovvero una svolta radicale che potrebbe anche portarla a reinventarsi da zero?

In passato, prendere una simile decisione non comportava un grande rischio. Il mercato del lavoro era più favorevole e trovare alternative non era così difficile. Ora la situazione è diversa e decidere di cambiare radicalmente può rappresentare un rischio significativo.

Si può apparire poco affidabili ed estremamente volatili agli occhi degli altri, rovinando la propria reputazione. Molti lo possono giudicare come un nostro errore. Può venir meno il sostegno finanziario di cui abbiamo bisogno. E, quando si prende una decisione che cambia il corso della carriera e della vita intera, si possono vivere importanti conflitti interni: una parte di noi che dice Stai prendendo troppo alla leggera l’idea che potresti star sacrificando la tua carriera!, e l’altra che ci dà coraggio con pensieri del tipo Non essere così duro con te stesso, se pensi che sia la strada giusta, provaci e basta.

Leggi anche: Imprenditori si diventa, con le giuste risposte

Arrivati a questo punto, quindi, è bene affrontare un aspetto spinoso del cambiamento, che spesso ci lascia il fianco scoperto nel periodo che intercorre tra due diversi equilibri professionali: il vecchio lavoro e quello al quale stiamo aspirando.

In questo frangente è facile attraversare dei periodi che possono essere caratterizzati anche da una complessa gestione finanziaria.

Per fare un esempio illustre, anche Jeff Bezos attraversò cattive acque, dovette indebitarsi e chiedere un prestito ai propri genitori, Mike e Jackie Bezos, che nel 1995 investirono circa 250 mila dollari in Amazon (oggi quella quota vale miliardi di dollari!).

Dinamiche di questo tipo capitano spesso a chiunque cerca di innovare, il mondo circostante o, più umilmente, sé stesso.

Anzi, se non attraversassimo queste fasi, probabilmente potremmo dedurre che non stiamo osando abbastanza rispetto alle nostre capacità e risorse.

Questo concetto l’abbiamo già descritto in una passata pubblicazione, nella quale abbiamo introdotto la U-Theory: quanto più si vuole accelerare la crescita personale e professionale, tanto più l’individuo deve mettere in conto l’eventualità di dover passare attraverso un rallentamento apparente della stessa, come descritto nella figura che segue.

U-Theory

U-Theory.

In altre parole, il tuo obiettivo è accedere a una velocità di crescita professionale (β) dopo il cambiamento, maggiore di quella iniziale prima del cambiamento (α). Tuttavia, per fare questo passo avanti dovrai metterti in gioco e sperimentare nuovi modi di interpretare il tuo ruolo, che potrebbero non essere sempre e fin da subito efficaci per raggiungere gli obiettivi desiderati. Spesso è necessario passare per questa sperimentazione (del business, del mercato del lavoro, della tua mentalità) per scoprire cosa funziona bene per te e, a volte, potresti percepire inadeguatezza mentre vivi il cambiamento dall’interno, sebbene dall’esterno tu stia solo attraversando le fasi tipiche di un percorso di sviluppo.

E questo percorso di crescita passa anche per fasi di crisi, rappresentate dall’iniziale tratto della curva a U.

Accettare il downsizing momentaneo

Almeno la generazione di chi scrive è stata abituata a un trend di crescita perenne. Questo, almeno, è ciò che ci hanno fatto capire fin dalle elementari, pur non esplicitandolo in questi termini.

Ci appariva chiaro, tuttavia, che le cose sarebbero andate sempre meglio: un mondo più ricco, organizzato, globale, nel quale noi avremmo avuto un ruolo significativo, giocandoci bene le nostre carte, studiando, prendendo buoni voti e comportandoci bene.

In altri termini, siamo stati privati dell’esperienza della privazione (e scusate il gioco di parole).

Da grandi, le nostre figlie ci hanno insegnato che forse siamo biologicamente costruiti per desiderare sempre qualcosa di più: il gioco nuovo, un pupazzo da aggiungere al saccone, un’altra composizione di Lego per arricchire la collezione.

Purtroppo la vita non funziona così. Possiamo anche ignorare l’esperienza della privazione, ma essa è presente in natura e si può rivelare, sotto un certo punto di vista che vedremo, un’ottima alleata.

In natura le stagioni danno e tolgono agli alberi. Nell’ambito degli animali, le equazioni di Lotka-Volterra ci forniscono un modello matematico in grado di descrivere la dinamica di un ecosistema in cui interagiscono soltanto due specie animali: una delle due come predatore, l’altra come la sua preda.

Andamento prede-predatori

Andamento Prede-Predatori.

Noti una linearità? Forse sbaglieremo modello pedagogico, ma quando percepiamo di star correndo il rischio di crescere le nostre figlie come viziate, ricorriamo talvolta alla privazione: un pupazzo viene magicamente trasmigrato nella casa di qualche altro bambino o finisce direttamente nell’immondizia.

Crediamo che l’esperienza della perdita sia qualcosa che va vissuta anche in tenera età, affinché la si sappia gestire in età adulta. Questa impostazione forse dipende anche dall’aver conosciuto almeno un centinaio di casi nei quali la persona che ci confidava il proprio sogno professionale dichiarava, allo stesso tempo, di essere franato dalla paura di arretrare professionalmente. E se anche fosse? E se fosse possibile scoprirlo soltanto vivendolo?

Quante partite non abbiamo giocato per via di questo timore della privazione. Certo, fin quando si tratta di qualche soldo in tasca perso, poco male. Ma qui stiamo parlando della paura di valere di meno, ai nostri occhi e agli occhi degli altri, almeno per un certo periodo di tempo.

Anche chi scrive questo libro ci è passato, si è sentito gli occhi addosso, ben consapevole di aver lasciato le migliori posizioni alle quali poteva aspirare, in una delle migliori organizzazioni della sua grande città.

Qui Rocco Schiavone, il vicequestore della Polizia dei romanzi di Antonio Manzini, direbbe semplicemente: E ’sti cazzi! (frase liberatoria che nel romanesco è un modo per farsi scivolare addosso qualcosa, in quanto completamente lontano dai nostri interessi).

E perdonateci il francesismo, ma l’essere troppo impostati, il non voler mai accettare di arretrare di un millimetro e il prendersi troppo sul serio, sono sabbie mobili per chi cerca di cambiare.

Quando abbiamo detto “sì” alle nostre U-turn professionali, avevamo una famiglia a casa da mantenere (oltre alla casa stessa). La superficialità non ci ha neanche per un momento attraversato la mente. A trasportarci, piuttosto, è stata la voglia di diventare qualcosa di diverso, che ci ha fatto tuffare verso l’ignoto o il non completamente prevedibile.

E, quando ti tuffi, c’è un momento in cui ti trovi sospeso, tra la terra e l’acqua.

Quel momento, o il suo inverso geometrico, è ciò che abbiamo cercato di descrivere in queste pagine, perché non c’è nulla di cui vergognarsi durante un downsizing. C’è solo da prendere il respiro, penetrare l’acqua e uscire dall’altra parte.

Gestire la curva del reddito

Andiamo ora dritti ai soldi. O, meglio, alla mancanza di soldi, quelli che possono accompagnare la tua curva del reddito durante un cambiamento professionale. Uno degli autori di questo libro è stato un Compensation Specialist per diversi anni e potete crederci quando vi diciamo che solitamente la formula per accettare un nuovo lavoro è del +15% della RAL precedente. Negli anni questo valore si è leggermente abbassato, ma possiamo considerare come affidabile un range che va dal 10% al 20% (per i ruoli più ricercati nel mercato del lavoro).

Bene, questa è stata la curva del reddito quando, dopo il ruolo di Compensation Specialist (e altri ricoperti), è arrivata la decisione di lasciare l’azienda per avviare una società di formazione e coaching.

Piano B - gestire le crisi - curva del reddito

Curva del reddito.

Beh, non sembra essere stato davvero un buon affare, con il reddito dimezzato a ripagare tutti gli sforzi fatti. Come ti sentiresti se accadesse lo stesso anche a te? Prova a soffermarti per un attimo sulla tua risposta prima di andare avanti nella lettura. Nella prossima figura, ecco la prosecuzione della curva del reddito.

Chiaramente, avviando una nuova società senza base clienti, sarebbero potute andare diversamente le cose? Probabilmente era questa la più naturale evoluzione delle circostanze, ma il punto centrale è che allo scoccare del primo anno non era ancora noto ciò che sarebbe seguito. Non era affatto scontato il miglioramento.

Piano B - gestione delle crisi - continuazione della curva del reddito

Curva del reddito, continuazione.

Il messaggio che vogliamo trasmettere in queste righe è il seguente: il cambiamento, quello profondo, può passare anche attraverso momenti di downsizing e perdita di reddito. Ci auguriamo che nel tuo caso questa perdita di quota resti un fastidio di sottofondo. Nel caso dei cambiamenti da un lavoro dipendente a un altro, queste circostanze si verificano in misura minore e solo in caso di stravolgimento del ruolo ricoperto. Ma metti in conto che queste dinamiche:

  • si possono verificare;
  • non sono la fine del mondo;
  • vanno gestite senza lasciarsi abbattere;
  • possono essere attenuate prevedendo delle opzionalità e dei meccanismi di controllo (per esempio, controllando le proprie uscite) e di compensazione/diversificazione del reddito;
  • fanno parte della dinamica tipica del cambiamento e spesso, anche se non sempre, regalano belle sorprese ai tenaci che percorrono la curva fino in fondo.

Pensare alla vera assicurazione sul lavoro

Ovviamente i cambi professionali possono portare con sé una certa rischiosità: Chi lascia la strada vecchia per la nuova sa quel che lascia ma non sa quel che trova.

Eppure, andando oltre le banalità, questo famoso proverbio è miseramente falso. Il significato che solitamente diamo a queste parole si può riassumere così: quando cambiamo volontariamente alcuni aspetti della nostra vita, non sappiamo più cosa accadrà, mentre lo sapremmo se non li cambiassimo, restando sui binari noti. Ma ti sembra possibile?

Io posso sapere dove i binari noti mi hanno portato fino a oggi, ma non certo dove gli stessi binari mi porteranno domani. Inoltre, spesso si vuole cambiare proprio perché la situazione attuale è diventata insostenibile, esplosiva e si pensa che non potrà che peggiorare, anche esponenzialmente.

In altri termini, posso avere una più o meno grande consapevolezza del passato, che resta immutabile, ma il futuro è imprevedibile in entrambi i casi: sia che si decida di cambiare, sia di restare.

Piano B, di Vittorio Martinelli e Luigi Ranieri

Cosa mi trattiene al mio attuale lavoro? Sarei più felice altrove? Se cambiassi potrei essere più soddisfatto e, perché no, avere un migliore reddito? Ma quanto sarebbe difficile? Sono domande che sarebbe bene porsi di tanto in tanto, in modo strutturato.

A giudizio degli autori, vi è una sola cosa che è certa nel lungo periodo (oltre alla nostra dipartita): quando una persona decide di compiere un salto lavorativo che è guidato anche da aspirazioni di crescita professionale, allora sta arricchendo il proprio bagaglio di competenze. Se arricchisce il proprio bagaglio di competenze, allora nel lungo periodo potrà aspirare a maggiori successi professionali.

Questa è una lettura del cambiamento molto più funzionale del proverbio citato. Perché nel breve periodo ci possono essere alti e bassi. Come abbiamo descritto con la U-turn Theory, i primi tempi possono portare anche ad arretramenti. Ma i conti si fanno nel lungo periodo (se si sopravvive abbastanza, anche alle crisi).

Tu preferiresti avere qualche successo nel breve periodo (da qui a 6 mesi/1 anno), per poi fallire professionalmente nel lungo periodo (3/5 anni), oppure attraversare qualche momento di crisi nel breve periodo, per poi ritrovarti realizzato nel lungo periodo?

Se vuoi risultare vincente nel lungo periodo, la tua assicurazione più importante risiederà nelle competenze che hai saputo acquisire con l’esperienza. In ciò che sai fare bene e che puoi esprimere in azienda, a favore dei clienti o in termini di gestione patrimoniale.

Di conseguenza, se prendi l’abitudine di abbracciare cambiamenti professionali guidati da questa bussola, dalla voglia di migliorare sempre di più in ciò che sai fare, ti costruirai negli anni un’assicurazione professionale molto più forte dell’articolo 18 o della NASPI, perché non avrai bisogno di questi supporti esterni: il mercato del lavoro cerca disperatamente portatori di competenze come tu puoi aspirare a essere.

E questo vale sia in caso di importanti cambiamenti professionali, sia nei nostri comportamenti quotidiani a lavoro. Chi abbraccia una mentalità dinamica di crescita, infatti, non perde occasione per sfruttare la palestra del lavoro per apprendere cose nuove.

Questo articolo richiama contenuti da Piano B.

Immagine di apertura originale di Saulo Mohana su Unsplash.

L'autore

  • Vittorio Martinelli
    Vittorio Martinelli, AD per l'Italia del colosso giapponese Olympus, ha maturato una lunga esperienza nel campo sales e marketing in grandi multinazionali. È professore a contratto per la Bologna Business School e collabora attivamente con SDA Bocconi, ISTUD Business School, Talent Garden Innovation School e Fondazione ELIS.
  • Luigi Ranieri
    Luigi Ranieri è formatore, counselor, coach e autore di libri e del podcast "Unlock Yourself", dedicato alla crescita personale e professionale. È cofondatore di bonsay.me, società leader nella formazione sulle soft skill. Collabora come docente in ambito leadership per diverse istituzioni, tra cui Trentino School of Management.

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