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Internetfrenie

28 Dicembre 1998

Internetfrenie

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Che cos'è la dipendenza da Internet? Gli sono un problema reale? Alcune riflessioni (e molti dubbi) su ricerche e teorie dei nuovi Net-Patologi.

Come lo schizzococco, metafora del ripetuto tentativo da parte degli psichiatri meccanicisti di dimostrare che le cosiddette malattie mentali (il cui statuto di “malattia” è già di per sé difficile da dimostrare) dipendano da una qualche infezione virale, anche l’internetfrenia è un bubbone ciclico dei media e da qualche tempo delle istituzioni accademiche.

Dopo che l’ennesimo professore statunitense ha pubblicato una collezione di tesi di laurea volte a dimostrare l’incidenza della patologia depressiva fra gli schiavi della rete delle reti, la rivista di divulgazione psicologica italiana della Giunti, Psicologia contemporanea, ospita un articolo dello psichiatra Cantelmi e del suo collaboratore, Talli. Lo studio, intitolato “Usi e abusi della ‘rete delle reti'”, prendendo spunto da ben quattro casi italiani, definisce gli Internet Addiction Disorders “una sorta di patologia caratterizzata da sintomi che potremmo definire astinenziali”.

Già nel Bollettino di aggiornamento Neuropsicofarmacologico altri due autori si erano lanciati ad esplorare una casistica istruttoria secondo la quale nelle personalità ossessive e in genere inibite nei rapporti interpersonali, l’uso di Internet favorirebbe il comportamento di evitamento e di fuga dalla sostanza dei propri problemi, mentre più in generale su tutti, proprio in quanto lascia immaginare uno spazio globale della comunicazione, favorirebbe il senso di onnipotenza, di superamento dei limiti spaziali e soprattutto dei confini del Sé.

E quando questa condizione regressiva neonatale si concretizza non se ne può più fare a meno e le si dedica tutto il tempo, sentendosi male se ne si venisse deprivati.

Che differenza c’è con il televisore o con il telefono?

Innanzitutto quantitativa: 50 o 60 ore settimanali di Internet sono considerate patologiche. Lo strano e che non mi risulta che nessuna statistica abbia guadagnato la ribalta della cronaca per aver definito che 50-60 ore settimanali siano un sintomo patognomonico, che insomma rivelino una condizione psicopatologica: io sono cresciuto in una famiglia che come tante, negli anni ’60, considerava l’assorbimento di una sessantina di ore televisive la quota minima per favorire lo sviluppo culturale e l’aggiornamento sociale. Quanto all’astinenza, non mi risulta esistere nessun indicatore che valuti lo stato di malessere che si origina in chi, privo di un’intensa vita sociale, si trovi privato dell’uso di un telefono o di mezzi di comunicazione analoghi. In più a nessuno è passato per la testa di coniare la categoria dei WirelessAddiction Disorders, vale a dire delle tossicodipendenze da cellulari (io ad esempio accuso una spiccata nevrosi d’ansia a valenza aggressiva per i telefonini altrui), che mi sembrano un fenomeno notevolmente più diffuso di Internet.

Nei lontani anni 70-80, il mio professore di Teorie della Personalità irrideva la nosologia psichiatrica ascrivendo alla categoria degli abbandonici, citata fra le forme nevrotiche in un all’epoca noto manuale di psicopatologia generale, quanti manifestavano il sintomo patognomonico di arrendersi dopo alcuni vani tentativi di aprire la porta difettosa dell’aula. Questi studi su Internet non si differenziano da quanti inventano le categorie degli abbandonici o vedono nella condizione del disoccupato la conseguenza di una specifica forma di nevrosi. La tautologia, quella che faceva dire ai professoroni del Malato immaginario di Molière che la causa della sonnolenza indotta dal papavero d’oppio starebbe nel “principio dormitivo” da esso posseduto, predomina anche fra i professori di oggi.

Non basta, essi si dedicano anche ad una graduatoria secondo la quale c’è chi è più malato e chi lo è di meno, sempre a seconda degli strumenti che utilizza. Analogamente al crescendo da schizoidia, schizotimia e schizofrenia, esiste un crescendo anche nell’internetfrenia. L’uso normale si limita alla fase della posta elettronica, in cui tuttavia l’impegno d’intervento è tale da rendere ancora troppo lenta, e quindi poco nevrotica, la fruizione del mezzo. La dipendenza incomincia a ingenerarsi nella fase di voyeurismo casuale (lurker) analoga allo zapping televisivo. La vera patologia inizia con la chat che diventa un appuntamento irrinunciabile. Qui potrebbe verificarsi un effetto Zigarnick, vale a dire quello stato di inquietudine e di accentuazione del pensiero legati all’esperienza interrotta: da qualche parte c’è un dialogo che continua senza di me e non vedo l’ora di ricollegarmici.

Mano a mano che l’ambiente virtuale diventa verosimile, andando a ricomporre un’esistenza alternativa, è il caso dei MUD e dei MOO, diventa quasi impossibile non cadere nella vertigine e quindi nell’Internetfrenia.

Che Internet solleciti inquietudini in chi ce l’ha e ancor più in chi non ce l’ha lo sappiamo tutti. Quello che nessuno ha ancora detto è perché questo capiti e quali siano i tasti simbolici che evoca. Quanto ai meccanismi di condizionamento operante che induce sono talmente ovvi e generalizzabili con gran parte delle strumentazioni e delle abitudini da rendere irrilevanti le argomentazioni dei Net-Patologi. Internet consente un dialogo interno e delle dimensioni evocative difficili da esprimere. Su questo dovrebbero lavorare gli psicologi, ma sono ancora pochi quelli che, come Sherry Turkle si sono tuffati abbastanza in profondità nella notte della rete da vedere rispecchiata la propria immagine di ricercatori prima di svelarsi il plancton delle microparticelle della mente che naviga fra le fibre ottiche.
Ci ripromettiamo di tornare sull’argomento, anche se più con dubbi e suggestioni che con risposte; almeno con degli scorci reali.

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