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Il tramonto del Re Sole

08 Luglio 2002

Il tramonto del Re Sole

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La corsa di Jean Marie Messier che qualche tempo fa sembrava senza limiti e confini verso il successo totale nel settore dei media e di Internet, si è bruscamente, ma non inaspettatamente, arrestata di fronte al consiglio di amministrazione di Vivendi che ha destituito il boss francese dal suo ruolo di presidente dell'azienda per attribuire la sua carica a Jean Rene Fortou

A Messier l’onore delle armi, ovvero della desistenza da azioni legali nei suoi confronti, salvo che queste non si rivelino necessarie dopo le dovute verifiche contabili che saranno compiute sui bilanci aziendali dopo le esperienze dei casi WorldCom e simili.

L’avventura di Messier sembrava una parabola apparentemente in costante crescita. Nato 46 anni fa a Grenoble, aveva seguito i classici percorsi scolastici dell’intellighenzia economica francese nelle scuole dei burocrati d’oltralpe, dalla Ecole Politecnique alla Ecole National d’Administration. A quel punto la sua carriera era stata un crescendo, fino a prendere, nel 1996, il comando della Societè Generale des Eaux, una maxi utility francese che vende e distribuisce acqua e beni immobili su scala nazionale a quasi 30 milioni di francesi. Una vera cassaforte con grande cash disponibile per investimenti diversificati.

Messier decide di trasformare la società in Vivendi, portando i suoi interessi anche nel settore ambientale, e inventa delle strategie di diversificazione decisamente acrobatiche. Un vertiginoso show di acquisizioni di vario tipo e, ovviamente, di relativi indebitamenti nel caso, sovente, che queste acquisizioni non derivassero da scambi di pacchetti azionari. I suoi obiettivi si erano evidenziati sia in Europa che negli USA. Nel carrello degli acquisti si era ritrovato in ordine sparso: il colosso alimentare canadese Seagram, la pay TV Canal +, il gruppo editoriale americano Hougton Muffin, i mitici studi Universal di Hollywood, varie case editrici francesi, riviste e giornali, reti telefoniche cellulari, case discografiche, siti Internet. Una corsa imponente per costruire un gruppo che occupa, oggi, quasi 400 mila persone nel mondo.

L’obiettivo era di diventare sempre più grande, di inglobare tutto il possibile, quasi di volere essere il mercato, non di volerlo aggredire. Il modello, oltre che il nemico, era l’integrazione del gruppo Warner – AOL – Turner, un mega colosso di media coordinati, gestiti in sinergia per poter coprire tutte le opzioni di acquisto dei consumatori.

Messier nel frattempo si era fatto decisamente prendere un po’ la mano dalla megalomania. Aveva trasferito il baricentro di Vivendi da Parigi a New York dove aveva preso residenza in un mega attico a Manhattan. La sua americanizzazione lo aveva anche indotto a dichiarare finita la “exception culturelle francaise” commettendo anche l’errore di chiamarla in inglese “french exception” e suscitando gli strali dei maggiori osservatori della cultura e dell’economia d’oltralpe.

I problemi hanno iniziato a diventare seri nella primavera del 2002: le ingegnerie finanziarie non erano bastanti, le borse languivano, i mercati non decollavano, i ricavi ristagnavano. Il primo allarme è arrivato quando il bilancio consolidato del gruppo ha denunciato delle perdite per miliardi di dollari. A quel punto le azioni Vivendi quotate alla borsa di Parigi e al NYSE hanno iniziato a scendere in caduta quasi libera fino a perdere un 20/40 per cento negli ultimi giorni: prima dell’estromissione di Messier.

Il titolo Vivendi ora vale sui 13 euro, dopo essere arrivato, nei periodi migliori, a 100 euro. E il destino di Vivendi-Universal è poco chiaro: si pensa che si attuerà un processo inverso, ovvero uno spezzatino con smembramenti e vendite del colosso assemblato acrobaticamente da messieur Jean Marie.

L'autore

  • Vittorio Pasteris
    Vittorio Pasteris è un giornalista italiano. Esperto di media, comunicazione, tecnologia e scienza, è stato organizzatore dei primi Barcamp italiani e collabora con il Festival del giornalismo di Perugia.

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