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Il ripiegamento pubblico dentro se stessi

22 Luglio 2010

Il ripiegamento pubblico dentro se stessi

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Da dove arriva tutta questa passione e costanza nell'aggiornare la posizione su Google Latitude, su Foursquare o l'ultimo pensiero su Twitter? Forse dalla consapevolezza che, in fondo, non si ha molto altro da dire?

È piuttosto frustrante cercare di determinare il profilo umano di un grande del passato. Sebbene il materiale documentale sia tutt’altro che scarso le fonti non sono mai del tutto attendibili. Ricostruire l’apparenza a partire dai ritratti è pressoché impossibile dato che la ritrattistica è servita a creare un’immagine che differenziasse il capo dagli esseri umani, che lo allontanasse dalla sua forma terrena. Mica a raccontare quanto fosse lungo il naso (ciò non toglie che in tv si disquisisca a lungo sulla presunta bellezza di Cleopatra, anche in assenza di prove).

Il ritratto è una forma di potere, anche dopo l’avvento della fotografia. Tale fenomeno di trasformazione è presente anche nella descrizone scritta. L’intervista, l’agiografia, la cronaca sono forme di una stessa necessità: creare di sé un mito che pone al di sopra dei simili. Non ci sono uomini e donne da queste parti, solo dei. Ancora più frustrante il tentativo di ricostruire la vita delle persone comuni del passato. Non l’arido ritratto statistico della “gente”, ma il vivo passaggio di un individuo in un certo tempo, in un determinato spazio. Il problema, in questo caso, è la scarsità di fonti. Degli individui semplici si sono imbastite quasi sempre solo le cronache del ristretto gruppo famigliare, che, dimenticate, non lasciano tracce.

Democrazia biografica

Ma sembra che i tempi stiano cambiando. Le opportunità sulla rete di lasciare tracce del proprio pensiero e del proprio passaggio sono infinite. I grandi hanno cominciato a dare di sé un’immagine più umana. Come i sovrani di Norvegia che mostrano le loro vacanze nel canale ufficiale della Monarchia norvegese di YouTube. O il principe di Danimarca che come primo link del suo sito vuole la parola “curriculum” come una lavoratore qualsiasi bisognoso di prestigio professionale. Ma è sopratutto per le persone comuni che si è aperto uno spazio infinito per parlare di sé. Dopo millenni di silenzio anche l’uomo qualunque può avere il suo palcoscenico dal quale mostrarsi al mondo. E che dice?

Ieri sera Daniele era in birreria. Aveva promesso di mettersi a dieta. Spero per lui non abbia esagerato. L’altro ieri Daniele è stato al centro commerciale, dalle foto sembra effettivamente dimagrito. La sera stessa era al giapponese. Al ristorante tre volte in una settimana… Non sono ossessionato della vita privata di Daniele, né di quella di Marco, Francesca o Chiara. Lo è il mio telefono e il mio account di posta elettronica. Come due portinaie dei racconti di Flajano continuano ad avvertirmi dei movimenti dei miei contatti. Uno scenario che Markus Wolf, il defunto capo esteri della polizia segreta nella DDR avrebbe considerato paradisiaco. Le vite degli altri, insomma.

Siamo circondati da una quantità di applicazioni, cosiddette sociali, che ci aiutano a far diventare la vita privata sempre più trasparente. Ora per mancare un appuntamento non basta mentire dicendo:“sono malato”, bisogna fare attenzione a non lasciare qualche traccia sul web 2.0 che indichi che in quel momento eravamo all’Acquafan. La vita trasparente prospera sulla promessa di rendersi protagonisti nella vita dei propri contatti sociali. Lanciare continuamente segnali costringe gli altri a tenerci in considerazione, a pensare a noi, a commentare, ad ammirarci, a invidiarci.

Di tutto, di tutti

Scrive Martin Amis nel suo autobiografico Esperienza: «Viviamo nell’era della loquacità di massa. Ne scriviamo tutti e ne parliamo in qualche modo: la memoria, l’apologia, il cv, il cri de coeur». Non solo l’autobiografismo della gente comune è diventato materia interessante, ma è indispensabile per rimanere a galla nel turbolento scorrere delle attività sociali in rete. Se non si cinguetta forte e spesso si finisce per essere abbandonati. Una consistente fetta di coloro che galleggiano nel fiume agitato del social content si è resa presto conto di non aver energia sufficiente per non affondare. Se si sale su uno sgabello poi bisogna avere qualche cosa da dire. Una vita comune, una creatività limitata, esperienze non troppo originali lasciano i blog deserti. Per evitare di scomparire ci si rivolge all’unica avventura che si riesce ad immaginare: la propria esistenza quotidiana spezzata in tanti piccoli episodi, talmente piccoli da risultare misteriosi ed evocativi. La vita banale si tinge di giallo, si ammanta di domande senza risposta e appare più interessante di quanto non lo sia realmente. È il trionfo dello status di Facebook e del tweet.

Un modo di far la cronaca di se stessi che diventa persino ossessiva quando posso piazzarla su una mappa. Paradigmatico il successo di un’applicazione come Foursquare. Grazie alla geolocalizzazione si rende partecipi in modo preciso della propria posizione sulla faccia della terra. E per rendere questa ansia di presenza ancora più irrinunciabile si compete per decorazioni e cariche politiche discutibili (vanto di essere il sindaco di un Carrefour situato in un quartiere periferico di Istanbul, potete verificare). L’impulso a estrarre l’iPhone per gridare “sono qui!” diventa incontenibile.

Da fuori a dentro

In un’epoca nella quale i trasporti, la sicurezza dei viaggi e delle esperienze lontane è alla portata di molti assistiamo a un ripiegamento pubblico su se stessi. Ti racconto di me, di dove mi trovo, di cosa faccio. Il social network ci permette una nuova illusione: i cinque minuti di notorietà preconizzati da Andy Warhol diventano la necessità di essere immortalati nella memoria dei nostri simili tempestandoli dei frammenti di una esistenza a pezzetti. C’è un bisogno di far parlare di sé, un bisogno costante, minimo ma continuo. Non grandi discorsi che fanno persino paura. Basta anche che un amico schiacci il pulsante I like che arriva una boccata d’aria. Quasi come le galline degli esperimenti etologici che schiacciano il pulsante per ottenere nutrimento, ci si accontenta di poco. Viene in mente un azzardo dello storico dell’arte Argan che affermava che il Barocco fosse nato come reazione al crudo realismo dei morti e dei morenti di Caravaggio. E se il social network prosperasse per la nostra ormai insopportabile idea di scomparire?

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