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Il pinguino senza frontiere

17 Marzo 2003

Il pinguino senza frontiere

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Panoramica su recenti successi (e promesse) dell'open source in continenti e ambiti diversi

L’imprenditoria preferisce sempre più i server Linux che girano sui chip economici Intel per una vasta gamma di applicazioni. Una tendenza che comporta il graduale abbandono delle piattaforme proprietarie Unix e di Windows. Questo il succo di una recente indagine relativa al Nord America curata Forrester Research sotto il titolo “The Linux Tipping Point”, qualcosa di analogo alla punta dell’iceberg di Linux. La ricerca si lancia anzi in una previsione (forse) azzardata: la scomparsa dell’Unix proprietario nei datacenter entro il 2007. Ciò per via di tre dinamiche coincidenti: la scarsa affidabilità di Unix su macchine Intel di basso costo, la caduta delle barriere tecnologiche tra i vari sistemi, il supporto commerciale per GNU/Linux garantito dai giganti high-tech. Attenzione però al rovescio della medaglia, avvisano i curatori del rapporto: la crescita di GNU/Linux potrebbe concretizzarsi in maniera caotica e portare ad una sorta di “inferno della proliferazione”, con l’impossibilità di gestire correttamente decine e centinaia di siti Web interni. Onde evitare la confusione e i costi necessari a tenere sotto controllo una tale eventualità, gli esperti di Forrester consigliano di effettuare il passaggio “un server alla volta”, mettendo a punto una “nuova strategia manageriale per l’implementazione.”

Nel complesso l’indagine ha rilevato che soltanto la metà delle grandi corporation nord-americane (con un bilancio di almeno un miliardo di dollari) vanta qualche esperienza con GNU/Linux o prevede di usarlo in futuro. Come si legge nel documento, “Alla fine abbiamo trovato 50 di tali aziende che oggi usano GNU/Linux nei propri datacenter.” Tra queste vanno inclusi nomi quali Federal Express, Merrill Lynch e Morgan Stanley. Percentuale non enorme, quindi, ma certamente entusiasta: il 72 per cento degli interpellati prevede ulteriori incrementi per simili investimenti: “Si ricorre a GNU/Linux per una vasta gamma di applicazioni, alcune delle quali terrorizzeranno Microsoft,” sostengono gli esperti di Forrester. Le aree coperte variano infatti dal desktop alle workstation alla produzione. E sembra che il trend attuale sia quello di sostituire Windows sui sistemi Intel piuttosto che il Solaris (basato su Unix) della Sun sui sistemi SPARC.

Intanto le novità del maggior distributore GNU/Linux riguardano il mercato enterprise. Red Hat si appresta a lanciare una nuova versione del noto software Advanced Server, a prezzo ribassato per l’utenza low-end. Il pacchetto verrà ribattezzato come Red Hat Enterprise Linux AS ed è mirato ai server con solo uno o due processori. Ovvero per quelle aziende medio-piccole che non possono permettersi di sborsare da 1.500 a 2.500 dollari l’anno per l’uso e l’assistenza della versione di GNU/Linux progettata per i server low-end. Invece il costo di Enterprise Linux ES varierà tra 349 e 800 dollari l’anno, a seconda del livello di supporto prescelto. Secondo Mark De Visser, vicepresidente del marketing, “Dovevamo introdurre una versione più economica per la piattaforma enterprise, il pacchetto Advanced Server mirava decisamente troppo in alto.” Non a caso la manovra viene considerata positivamente dagli analisti, tra cui Michael Dortch del Robert Frances Group: “Qualsiasi cosa un’azienda come Red Hat possa fare per allineare i prezzi con il mercato reale della clientela-target è sempre ben fatto. L’uscita del nuovo pacchetto sembra indicare che Red Hat abbia recepito la domanda dei propri utenti. E ciò fa notizia.”

Rimanendo ancora su Red Hat, prosegue l’espansione nel subcontinente indiano. Dopo il primo centro aperto due anni or sono a Pune, ecco l’annuncio della creazione di un nuovo complesso a Mumbai, finalizzato all’offerta di training imprenditoriale e di corsi per certificazione. Il progetto non è altro che l’estensione naturale dell’attuale scenario, dato che già oggi Red Hat gestisce una rete di 80 partner che garantiscono training e corsi per GNU/Linux e tecnologie annesse. Oltre che risposta adeguata alla crescente domanda di assistenza da parte di grandi società e agenzie governative che hanno da tempo adottato il sistema operativo open source. Una penetrazione elevata, come conferma Javed Tapia, direttore di Red Hat India: “Lo scorso anno siamo cresciuti del 100 per cento, e speriamo di raggiungere un traguardo analogo anche quest’anno.” Ciò grazie ad un’aggressiva campagna mirata alla conquista del 10 per cento nel settore desktop, tuttora dominato da Microsoft.

Saltando infine in Australia, va segnalato il crescente interesse statale per l’open source. Lo testimonia l’avvio di un vasto studio governativo per studiare gli effetti dell’impiego dell’open source nel settore pubblico. Il piano, sotto l’egida dell’Office of Information Technology, produrrà i primi risultati in estate, con audizioni sulla produzione di software ad hoc e relativi sistemi di prova in ogni ambito statale. Ha spiegato il responsabile del programma, Elizabeth Gordon-Werner: “La nostra ricerca mira a stabile il contesto generale per approfondire la discussione sull’uso di applicazioni e sistemi open source, e per la corretta gestione della conoscenza collettiva.” In contemporanea, parte un programma di sviluppo curato da Multimedia Victoria, entità con funzioni di consulenza affiancata allo stesso Office of Information Technology. tale programma mira più specificamente al tentativo di quantificare il risparmio potenziale offerto da piattaforme e programmi open source nei dipartimenti statali. La ricerca non riguarderà soltanto GNU/Linux e Apache, già ampiamente utilizzati a livello governativo, ma anche “le interessanti alternative a Microsoft Office”, come ha chiarito un portavoce dell’agenzia. Il riferimento è a prodotti quali OpenOffice e StarOffice (di Sun), entrambi più economici del piano di licenze Microsoft per il software dei server e altre applicazioni, recentemente firmato dall’amministrazione statale.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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