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Il grande esperimento

17 Marzo 2016

Il grande esperimento

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Occorre tanta innovazione per prosperare e c’è un’azienda che la dimostra nei modi più dirompenti. E misconosciuti.

Venti anni fa sono stato a Taiwan ospite di Acer, che festeggiava il suo ventennale. Ricordo il discorso dell’amministratore delegato di Softbank: avevano un business plan a cento anni e un conto profitti/perdite quotidiano.

Il tono era arrogante. Oggi Softbank è una realtà importante ma non domina il mondo. Certo, hanno ancora ottant’anni di tempo.

In ogni caso era chiaro come, sia pure con un’arroganza da tronisti, in Softbank avessero capito la necessità di innovare in modo consistente, volendo prosperare nella nuova epoca. Oggi leggiamo quotidianamente (ordine alfabetico) di Apple, Facebook, Google, Microsoft; ma probabilmente la multinazionale che più di tutte ha portato cambiamenti a sé e al mondo è Amazon. In modo certo meno eclatante, ma dirompente.

Ne scrive Ben Thompson su Stratechery, ricordando i dieci anni dal lancio del servizio di storage S3 come descritti in The Everything Store: Jeff Bezos and the Age of Amazon.

Il libro [Creation, di Steve Grand, che ha convinto il fondatore Jeff Bezos] aiutò a cristallizzare il dibattito sui problemi dell’infrastruttura aziendale. Se Amazon voleva stimolare la creatività dei suoi sviluppatori, non doveva cercare di indovinare che tipo di servizi volessero; sarebbe stato un percorso basato su schemi del passato. Invece doveva creare primitive – computing fatto di mattoni da costruzione – e levarsi di mezzo. In altre parole aveva bisogno di spezzare la propria infrastruttura nei suoi componenti minimi, a livello atomico, e permettere agli sviluppatori di accedervi liberamente con tutta la flessibilità possibile.

Il paradosso del maggiore commerciante online con una infrastruttura frazionata al massimo ha pagato clamorosamente: quello che è diventato il cloud di Amazon ha mutato la ragione di esistere della società. La quale continua inflessibilmente, trimestre dopo trimestre, a registrare profitti minimi o nulli, per reinvestire ogni dollaro possibile su se stessa.

Gli Amazon Web Services hanno portato fino al livello del singolo sviluppatore amatoriale l’idea di una infrastruttura atomica massimamente flessibile. Più gli Amazon Web Services si diffondono, più rendono ad Amazon, che può abbassare il loro costo e renderli ancora più appetibili, creando un circolo virtuoso e parecchi problemi alla concorrenza. Di fatto il business più lucroso di Amazon è il canone AWS pagato da un numero sempre più alto di clienti, come fosse una tassa su Internet. La soluzione di un problema interno è diventata un piano di conquista del mondo.

Organigramma vendesi

L’articolo è affascinante anche su altri piani di lettura. Per esempio nota come le aziende tendano a vendere la propria organizzazione interna. In un certo senso AWS è la raffigurazione della struttura di Amazon un po’ come iPhone rappresenta quella monolitica e unitaria di Apple. E descrive come Amazon stia realizzando la propria rete di distribuzione, in più possibile indipendente da quella dei corrieri: una mossa che a gioco lungo potrebbe trasformarsi in prodotto da vendere, esattamente come AWS.

Sì, Amazon ha attraversato negli anni una trasformazione straordinaria e per molti versi misconosciuta. Continua a crescere e a trascurare gli utili, ciononostante premiata – altro paradosso – da azionisti e investitori. E l’esperimento non sembra porsi limiti di durata o dimensione.

Chissà quanti anni copre il suo business plan.

L'autore

  • Lucio Bragagnolo
    Lucio Bragagnolo è giornalista, divulgatore, produttore di contenuti, consulente in comunicazione e media. Si occupa di mondo Apple, informatica e nuove tecnologie con entusiasmo crescente. Nel tempo libero gioca di ruolo, legge, balbetta Lisp e pratica sport di squadra. È sposato felicemente con Stefania e padre apprendista di Lidia e Nive.

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