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Il futuro dei giornali è su Internet

08 Settembre 1998

Il futuro dei giornali è su Internet

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Aspettare a investire in Internet può essere, per molte testate, più rischioso che stare alla finestra a guardare quel che succede.

In Italia molti editori di testate giornalistiche stanno aspettando per investire in Internet. Pochissimi hanno dato vita a vere edizioni Web Based del loro giornale destinandovi risorse economiche sufficienti. Molti temono che Internet rappresenti uno sforzo eccessivo o che la versione elettronica cannibalizzi quella stampata. A questo dilemma se ne aggiunge un altro: è possibile dare vita a edizioni elettroniche economicamente autosufficienti?

La domanda non è peregrina, perché gli utenti di Internet sono abituati a consultare risorse gratuite. A meno che non si tratti di informazione specialistica (Wall Strett Journal ad esempio), le risorse che si trovano in Rete non sono a pagamento.

Questo perché Internet è nata così, perché buona parte del software che si utilizza è gratuito (a partire dai browser) e perché il semplice acceso a Internet comporta delle spese: acquisto di un computer, di un modem, di un abbonamento e il pagamento della tariffa telefonica durante la connessione.
Persino il prestigioso New York Times, che aveva dato vita ad una versione Web del giornale esclusivamente a pagamento, nel mese di luglio di quest’anno è tornato sui suoi passi rendendo gratuito l’accesso al sito.
Un giornale Web based, nella maggioranza dei casi, deve quindi pensare di fare ricorso alla pubblicità per autosostenersi. Si tratta di un gioco rischioso, perché in Italia gli utenti sono pochi, non abbastanza per giustificare una raccolta pubblicitaria soddisfacente. E la situazione non è molto diversa negli altri Paesi, compresi gli Stati Uniti, dove la maggior parte delle testate online ha chiuso il 1997 con i bilanci in rosso.

I rischi di cannibalizzazione

Una ricerca condotta negli Stati Uniti dalla Intelliquest su commissione di PointCast alla fine del ’97, ha rilevato che gli utilizzatori di PointCast – che sono in maggioranza persone che lavorano nel ramo affari – passano meno tempo di una volta a consultare gli altri media. Tra gli utilizzatori di PointCast, il 46% afferma di impiegare meno tempo nel leggere i giornali; il 23% legge meno riviste e il 21% dice di aver ridotto il tempo passato a guardare la televisione.

Si tratta di dati che alimentano il dubbio che Internet possa essere un buon affare per gli editori di giornali. Perché spendere dei soldi per un media che rischia di cannibalizzare quello che in linguaggio aziendale viene definito il core business, cioè il giornale stampato? D’altro canto è anche lecito chiedersi: a cosa vanno incontro gli editori che non accetteranno la sfida rischiando di perdere lettori non per colpa della loro edizione Internet, ma a causa dei siti delle testate concorrenti?

La ricerca di Intelliquest lascia, comunque, una nota di speranza. Secondo i dati, ad allontanarsi maggiormente dai media tradizionali sono i cosiddetti “Internet enthusiasts”, cioè gli utilizzatori della prima ora della Rete e non i “newbies”, cioè gli ultimi arrivati, che sono ormai la maggioranza. Tra i primi, ad esempio, la percentuale di disaffezione alla TV è del 52%, mentre tra i secondi è intorno al 36%.
A perdere, però, non sono solo i media tradizionali. Secondo un’altra inchiesta, gli utenti Internet fanno meno telefonate interurbane nell’ordine del 22%; evidentemente perché utilizzano la posta elettronica. L’unico media che guadagna in questa hit parade è la radio. Molti utenti della Rete, quindi, ascoltano la loro stazione preferita mentre navigano e leggono la posta elettronica.

Nonostante le indagini e i dubbi sollevati dagli analisti, che spesso finiscono per contraddirsi tra di loro, il punto rimane sempre lo stesso: gli editori possono fuggire da Intenet, ma solo a patto che il nuovo mezzo non si diffonda troppo (cosa piuttosto improbabile). In caso contrario ci sarà sicuramente qualcuno che sfrutterà il nuovo media. Non è, quindi, detto che stare alla finestra sia l’atteggiamento più prudente, quello che comporta il minor numero di rischi.

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